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Ti porto con me nel futuro

“Insieme abbiamo fatto la scuola materna, le elementari, le medie e il liceo”.

Lo abbiamo sempre ripetuto continuamente, quasi come fosse un mantra, una cantilena, un elemento di identità e forza reciproca.

Ho tante immagini di te:

Il bambino in costume da bagno al mare, che in un atto di fiducia piena e incondizionata mi confida che la nonna gli ha promesso come regalo per la promozione un Master, quei mostriciattoli della Mattel che hanno fatto impazzire i bambini degli anni 80, mi chiede di scegliere per lui quale, affidandomi la forma della sua ricompensa.

Lo studente in gita di terza elementare a Firenze, che stronca sul nascere la mia petulanza femminile, con uno spintone che mi fa cadere a terra e mi procura la lussazione di un polso.

L’adolescente con la riga in mezzo, i jeans rossi con l’orlo sfilacciato e gli anfibi che mi accompagna alle feste del liceo.

Il mio cavaliere di ogni veglione studentesco.

L’amico con cui ogni giorno torno a casa da scuola.

Lo studente in Medicina che alla vigilia del suo esame in Neonatologia viene a trovarmi all’Ospedale e mi rassicura guardando teneramente mia figlia di poche ore dicendomi “è perfetta” poi ride e aggiunge “se ti somiglia almeno un po’ ti farà diventare matta”.

Il medico che corre nel corridoio di una corsia per soccorrere un paziente in crisi respiratoria e quando si accorge che si tratta di mio babbo gli dice subito “sono l’amico della Chiara, insieme abbiamo fatto asilo, elementari, medie e liceo” come se potesse risolvere tutto.

L’anestesista che mi dice che per mio babbo non c’è più nulla da fare e riceve in cambio tutta la mia ingiustificata rabbia per non essere riuscito per la prima volta a salvarmi dal disastro e a proteggermi.

Proteggermi da cosa?

Dalle insidie delle equazioni di secondo grado che per quanto tu me le abbia spiegate a me non sono mai entrate in testa.

Dalla mia totale inettitudine alla guida, scalando marce al mio posto e tirando il freno a mano un momento prima di uno scontro.

Dalla mia tendenza ad abbuffarmi di dolci, ricordandomi che ingurgitando duemila calorie al giorno sarei stata presto simile a un balestriere in calzamaglia ingrassato.

Dalla mia apatia o da quell’euforia che mi porta ad affrontare la vita come chi si getta da un’ aereo senza paracadute.

Hai sempre parlato al mio cuore incoraggiandomi e sei stato un robusto ricostituente per il mio corpo e spirito rifornendomi di quella piada sfogliata che sa fare solo tua nonna e che mi fa passare tutte le gnorgnie.

Passeggiando sotto ai portici di Bologna durante gli anni dell’Università abbiamo mille volte fantasticato sul nostro futuro, pensavamo che il destino fosse nelle nostre mani, di essere destinati a progetti grandiosi, due cose non erano mai contemplate nei nostri discorsi: il dolore e di non fare parte l’uno della vita dell’altro.

Quanto ti è costato dirmi che mio padre da quel reparto di Terapia intensiva non sarebbe più uscito, quanto hai sofferto dicendomi che era stato fatto tutto il possibile? 

Ti ho ricambiato con uno sguardo d’odio pieno di amore, non sapevo bene di fronte al dolore più grande della mia vita con chi prendermela, ho deciso di essere furiosa con te, lo sono stata per molto tempo.

Oggi vorrei dirti grazie: per esserci stato e per essere un medico così bravo.

Sento ancora la tua voce di bambino serio e scrupoloso “maestra cuore è un nome astratto o concreto? È un sentimento ma i sentimenti si possono toccare, si toccano con il cuore”.

La maestra è stupita, ancora dopo tanti anni di insegnamento i percorsi tortuosi che la mente di un bambino sa elaborare la sorprendono. Io mi commuovo, il mio cuore è peno di orgoglio.

Crescere insieme significa conoscere la parte più bella dell’altro ma anche le fragilità, le debolezze. Ti ricordo disperato nel raccontarmi le tue prime esperienze di tirocinio nei reparti più duri del Sant’Orsola a Bologna, a contatto con i malati terminali, faccia a faccia con la morte che ora mi dici aver imparato “fa solo parte della vita”.

Nel biglietto di auguri per i miei 18 anni mi hai scritto che gli anni più belli della vita sono quelli dell’infanzia, quelli che si ricordano con più commozione, con più rimpianto, hai aggiunto che in tutti quei ricordi ci sono io.

Tu sei nei miei, sei dentro di me, la vita ci ha dato tutto: premiato, sfiduciato, ricompensato, messo con le spalle al muro, alla prova, ma io sono sempre io e tu sei sempre tu, siamo ancora impegnati in quel percorso coraggioso e lunghissimo che porta a conoscere l’animo di una persona. Io ti porto con me nel futuro.

Chiara Macina

 

 

 

 

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