sabato , Aprile 20 2024

Quella volta che mi è sembrato mi spuntassero le ali

Il nostro incontro è pianificato da diversi mesi, ho scelto con cura l’abbigliamento con cui presentarmi a te: una vezzosa camicia da notte bianca senza maniche, lunga fino al ginocchio, adornata sopra il petto con dei ricami che strizzano l’occhio alla civetteria, ai lobi un paio d’orecchini d’oro semplicissimi, a bottoncino, quelli che la mamma mi ha regalato per i 18 anni, al collo una collana d’oro con la lettera A, l’iniziale del mio nome, quella della nonna, la piega appena fatta i capelli sciolti sulle spalle, il trucco leggero; ho trascorso la notte insonne mi sono girata e rigirata nel letto, ho visto film, letto, fantasticato su di te, sono emozionata come una ragazzina al primo appuntamento, ho paura di non piacerti, sono in bagno e mi guardo allo specchio, in cucina si diffonde l’aroma del caffè, voglio gustarmi sino in fondo queste poche ore che ci separano, l’attesa mi strugge ed esalta, è un gigantesco punto interrogativo, sistemo le ultime cose in valigia, tutto deve essere perfetto.

Per distrarmi accendo il televisore, sullo schermo scorrono le immagini di una vecchia edizione cinematografica dei “Miserabili”, il bene e il male, il rigore etico e la compassione, non è la prima volta che i personaggi del romanzo di Victor Hugo e i loro dilemmi fanno capolino nella mia vita, ricordo un pomeriggio di Natale di tanti anni fa trascorso a guardare questo film, tu non ti eri ancora affacciato nei miei pensieri, penso che il prossimo 25 dicembre lo trascorreremo insieme e questo pensiero mi scuote dal torpore, dai primi segni di stanchezza per la notte in bianco.

Ora basta, io sono una trentenne concreta, cosa sono tutte queste svenevolezze?

Aspetto le 7.30 per uscire di casa, durante il tragitto ascolto la radio, mi fermo in un bar a fare colazione a chi incontro racconto che tra poco ti vedrò, risalgo in auto poco dopo parcheggio scendo e varco la soglia dell’ospedale, arrivata in reparto sono accolta da una infermiera dal sorriso gentile che mi dice “Finalmente oggi conoscerà il suo uomo eh Signora?”, le sorrido e mi accarezzo la pancia, finalmente oggi dopo nove mesi e dieci giorni vedrò il tuo viso bambino mio, non hai voluto lasciare il mio grembo spontaneamente, così oggi i medici, per non mettere a repentaglio la mia e la tua salute, mi provocheranno artificialmente le contrazioni e ti daranno lo sfratto.

La mia stanza è pronta, la varco con emozione, ai piedi del letto una piccola culla ti attende, comincio a preparare il tuo lettino, lenzuolini azzurri e una copertina di pile con sopra un cagnolino, al posto del cuscino sistemo la tutina che ti vestirà per la prima volta, a righe grigie e blu; accanto a me una ragazza più giovane e un po’ spaventata, la guardo e provo tenerezza, le dico con tono solenne:”Forza, entro sera saremo mamme”, subito scoppio a ridere ciò che le ho appena detto mi ha richiamato alla mente l’episodio di Gesù sulla croce tra i ladroni, quando dice loro che presto saranno insieme in paradiso.

Le ostetriche seguono il protocollo medico, mi spiegano che a minuti mi metteranno una flebo con ossitocina che mi provocherà contrazioni dando vita a un parto spontaneo, sospiro con fiducia e mi preparo al nostro viaggio, queste sono ore solo nostre, certo intorno c’è confusione, ci sono i medici, le infermiere e le ostetriche, c’è tuo padre, ma ci siamo soprattutto io e te, che per nove mesi abbiamo condiviso lo stesso corpo, lo stesso cibo, gli stessi pensieri, la musica e gli odori e ora voliamo in alto in su e ancora più su al di sopra di tutto.

Le ore trascorrono veloci, la flebo ha sortito il suo effetto, faccio lunghi respiri ad ogni contrazione, quando passa apro gli occhi e mi preparo alla seguente, sono al centro del mondo, compio un rituale che dal principio del mondo compiono tutte le donne, dono la vita, mi lascio guidare dal mio istinto, in sottofondo la voce del televisore, alzo gli occhi un momento, ospite di un talk show del pomeriggio è Renato Brunetta, si sta lanciando in una dura invettiva contro i famosi bamboccioni, figli che non lasciano casa, non si prendono responsabilità, la sua voce si fa collerica esorta i genitori a sbatterli fuori, osservo il mio ventre e penso a te, mio “bamboccione”, è già sera e ancora niente, non ti decidi a lasciare il tuo nido.

Il cellulare continua a suonare, amici e parenti chiedono notizie, forse tra qualche anno ti racconterò di questo interminabile giorno, forse sorridendo ti dirò che tua sorella è nata in meno di due ore, forse scherzando con le amiche dirò che questi uomini sono sempre meno efficienti di noi donne sin dal principio, ora riesco solo a fare pochi passi, quelli che mi separano dalla saletta delle visite, dove medici sconsolati mi dicono che nulla è cambiato dalla visita precedente, bambino mio io ti voglio tenere tra le mie braccia, trascorrono altre ore scende la notte il reparto è avvolto in un silenzio irreale, interrotto solo da qualche vagito di bimbi venuti al mondo al massimo da pochi giorni, i dolori si fanno più forti e finalmente arriviamo in sala parto, lo senti come batte forte il mio cuore? Pum pum pum pum, la luce è livida qualcuno dice che fuori ha cominciato a nevicare, io non avverto più nulla di ciò che accade intorno a me, sono concentrata sul mio respiro, assecondo gli impulsi del mio corpo, in un’ultimo sforzo sento la mia voce uscire dalla mia bocca, un urlo rabbioso e disperato, la ascolto sbattere contro tutti gli oggetti come amplificata, ferire tuo padre che assiste impotente al nostro rito d’iniziazione alla vita, chiudo gli occhi quando li riapro sei sulla mia pancia, i nostri sguardi si incrociano, ci riconosciamo: “Si io sono quella che ti cantava le canzoncine”- ti dico -.. “Si io sono quello che tirava i calci e faceva le capriole nella tua pancia” – mi rispondi -.

Sei sporco urlante con gli occhi da cinese, lontanissimo dall’immagine di te che ho costruito in questi mesi, teneramente mio, buona vita piccola barca.

Chiara Macina

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