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La morbidezza degli spigoli e i giorni che mi hanno resa chi sono

La morbidezza degli spigoli

“Descriviti: racconta chi sei”…

La descrizione fisica è uno dei più classici compiti assegnati all’alunno delle scuole elementari, che si guarda allo specchio e comincia ad annotare: sono alto tot cm peso tot chili, i miei capelli sono castani, gli occhi neri…una consegna che non crea troppe difficoltà, per avere le risposte si chiede aiuto allo specchio o ad un adulto.

“Racconta la tua interiorità descrivila…”

Un compito molto più difficile e complesso…spesso per descrivere chi siamo chiediamo aiuto alla visione che gli altri hanno di noi, per la mamma sono gentile e testarda, per il babbo caparbia e con tanta buona volontà,  per la mia migliore amica saggia come una centenaria leggera come una bambina.

Chi sono io per me stessa?

Per rispondere devo scavare nella memoria, è cambiata la forma non la sostanza, ho cambiato tante volte colore ai capelli e numero di fondotinta per illuminare il mio incarnato, è mutato il corpo, si è allargato e assottigliato in più occasioni, è diverso anche lo stile, ho indossato gli anfibi, i tacchi a spillo, le scarpe da ginnastica, gli stivaletti, ho vestito in total black e con i colori più eccentrici, mai è cambiata la mia natura che mi ha portato a sentire sempre tanto, a volte troppo e si è spesso trovata in difficoltà a gestire un’emotività importante, tracotante, intensa, dolorosa, gioiosa.

Chi sono io?

Devo tornare indietro nella memoria e stringere nel ricordo quei giorni che hanno reso me stessa la persona che sono, quei momenti che mi ricordano che c’è un filo rosso che lega l’adulta di oggi alla bambina che sono stata.

Che colore ha la felicità? Che odore? Che rumore?

La felicità ha l’odore del detergente usato dalle bidelle per lavare il pavimento della scuola materna di città, l’odore dolce di limone, zucchero e tè della bevanda che veniva servita ai bambini all’ora di merenda, è nelle guance rosse di mio cugino che condivide con me un segreto: ho un pacco di caramelle alla frutta nella giacca, a scuola c’è una regola si condivide tutto: ma come si fa a dividere sei caramelle con trenta bambini? Impossibile! Mio cugino mi propone di dargliene una in segreto “Sono tuo cugino non un bambino qualunque”, corro il rischio e lo faccio. Prima viene lui poi la paura della punizione.

Prima regola del cuore: la famiglia prima di tutto.

Che colore ha la felicità?

Ha il colore dell’autunno, quello di tutte le meravigliose sfumature delle foglie, le raccogliamo all’ora di ricreazione, le incolliamo sul quaderno e le descriviamo, dalla finestra della scuola io riesco a vedere il Palazzo Stella, la mia casa è all’ultimo piano, penso a cosa stia facendo la mia mamma.

Che rumore ha la felicità?

Ha il suono di un carillon caricato a molla che ripete un motivetto allegro e rilassante, si ripete sempre uguale a se stesso, è sistemato sopra alla mia culla, escono delle apine che si muovono girando su se stesse, le guardo, sono nella camera dei miei nonni e il mio lettino è vicino al loro letto, di là i “grandi” pensano che io dorma invece sento dalla cucina le loro voci, il timbro forte e un po’ impastato dalle sigarette della nonna Anna, ogni cinque parole una bella risata, uno spirito fortissimo e un senso della dignità arrivato a ogni nipote come una promessa alla quale essere fedeli “abbiate sempre fiducia in voi e non umiliatevi mai”, il nonno che commenta il telegiornale, gli altri intorno al tavolo, il rumore della televisione in sottofondo, l’odore delle pietanze appena consumate a tavola nell’aria, il rumore dell’ascensore che arriva dal pianerottolo, la sicurezza che mi arriva dall’avere qualcuno che si prende cura di me.

Il diario dei miei ricordi mi riporta in camera mia qualche anno più tardi, sono alla scrivania faccio finta di giocare alla casa editrice, confeziono piccoli libri fatti di fogli rilegati a mano con una cucitrice, creo libri di ricette, di esercizi di ginnastica, sono all’interno di una bolla magica, dalla quale in fondo non sono uscita mai.

Qualche tempo fa in libreria mi ha colpito il titolo di un libro “La morbidezza degli spigoli” , ho sorriso e ho pensato descrivesse bene me , ho sempre faticato tanto per aprirmi e mostrare la mia morbidezza, un mondo dove tutto è intenso, struggente, colorato , ho spesso fatto sentire spigoli soprattutto a chi mi è più caro, mi sono nascosta dietro a modi educati e a volte un pò formali e represso un po’ quella parte fantasiosa che mi ha portato tanto spesso a inventare storie e parole magiche, ho vestito “divise “ che non sentivo, indossato maschere che proteggessero piccole ferite sempre aperte.

Oggi sono grande ho più di quarant’anni, una figlia grande che domani ne compie 18 e uno più piccolo di dieci, amo scrivere perché mi permette di raccontare di me meglio di quanto riesco a parole, forse chi mi comprende lo fa comunque anche solo ascoltandomi, chi non mi comprende non ci riesce neanche leggendo, ma io mi sento più libera e leggera, ritorno felice e corro alla finestra e guardo le nuvole profetizzando improbabili somiglianze con draghetti e uomini neri come facevo da piccola.

Ho abbandonato le camicie con sopra i golfini, indosso quasi ogni giorno vestiti a palloncino stretti in vita e larghi sul corpo con uno scalda cuore, se l’abito è nero il copri spalle è colorato, se è colorato è lo scalda cuore ad essere nero. Sono sempre io e non cambia nulla ma se vesto i colori e le forme della mia anima mi sento più felice.

Ho un cuore caldo e morbido che desidera solo stringere chi mi racconta le proprie emozioni, ho un’anima circense e ultimamente racconto al circo libri e storie perché a lume di tendone è più bello, ho tante paure e la più grande è quella di non riuscire a spiegare bene che cosa ho nel cuore…soprattutto a chi amo, allora scrivo.

Poi scrivo

Dopo  scrivo ancora

Come sempre e per sempre.

Chiara Macina

 

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