venerdì , dicembre 14 2018
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Passaggio in India: emozioni e brividi

Mi risveglia un conato di vomito. Dio quant’ho bevuto, stanotte. Solo che non mi ritrovo nel locale dove me la stavo spassando con un paio di ragazzi che sono con me in questo viaggio e alcune ragazze del posto. Già al secondo giro d’una specie di grappa distillata di contrabbando mi girava la testa, eravamo tutti euforici e le ragazze sembravano quelle giuste. Poi il buio.

Mi gira la testa. Mi guardo attorno e mi ritrovo in un qualche vicolo maleodorante. Che stupido sono stato! Mi hanno rubato tutto, dal portafogli alle sigarette. La catenina e anche le scarpe. Provo ad alzarmi, perlomeno sono ancora vivo.

Attraverso il vicolo fra immondizie e cavi della corrente elettrica che penzolano fra i muri.

Sbuco in una via caotica dove si commercia di tutto. Case colorate, panni stesi, sporcizia ovunque.

panni stesi

Devo trovare un telefono e avvisare l’ambasciata. Che io di Calcutta conosco solo il nome dell’albergo e della guida turistica che ci accompagna. Potrei chiamare un taxi, non credo che mi abbiano portato a chilometri dal centro.

Barcollo e atterro sopra pile di carta ammonticchiate. La faccia mi sbatte sopra un fumetto dai colori sgargianti. Telekids, strisce, fumetti e personaggi rubati da quelli americani degli anni ’50. Un ragazzo mi corre incontro, non per aiutarmi, me lo dice il suo fare sgarbato e la voce stridula.

«Scusa, ehi, amico, ti chiedo scusa! Non sto bene, dove posso trovare un taxi?» Già, ma quello strilla in un qualche dialetto di queste parti e il mio mezzo inglese proprio non se lo fila. S’è incazzato perché gli ho mezzo distrutto il negozio all’aria aperta. Carta da macero, raccoglitori usati, riviste di ottava mano. Roba che da noi la butti nei cassonetti, qua ci campano.

carta da macero

Alzo le mani e mi allontano, chiedendo scusa all’infinito.

Due brutti ceffi mi prendono per le braccia.

«Tourist?» mi fanno, e il loro inglese non è migliore del mio.

«Ragazzi, mi hanno già rapinato. Voglio solo tornare in albergo e farmi una doccia! Per favore…»

Quelli confabulano fra di loro e iniziano a spingermi verso il vicolo dal quale sono appena uscito. Mi divincolo e riesco a buttarne uno a terra. L’altro estrae un coltellaccio che solo a guardare quant’è arrugginito mi si accappona la pelle. Lo scarto di misura e corro via chiedendo aiuto. Passando, finisco di ribaltare per bene le montagnole di carta e riviste del mio amico venditore ambulante, il quale stavolta non fa una piega, visti i soggetti che ho alle calcagna. La strada è ostruita da passanti, venditori e risciò, mi servirebbero delle ali per riuscire a seminarli. Un’insegna bianca e rossa lampeggia di lato. Panditan Shastri Star Fortune & Astrology.

star fortune astrology

 

Ma non è di un oroscopo di cui ho bisogno, in questo momento. Si tratta di un negozio dove fanno di tutto, dalla lettura della mano a riparazioni elettriche e di computer. Avranno anche una connessione internet e non chiedo di meglio. In due minuti sarò fuori dai guai. Già: i guai. Quei due mi stanno ancora alle costole. Entro e chiudo la porta. C’è un minuscolo chiavistello e lo blocco. Cerco di orizzontarmi con una occhiata. C’è solo un vecchio con un saldatore in mano che lavora a una radio d’anteguerra. Ha una faccia con su un punto interrogativo stampato.

«Sorry?» m’apostrofa intuendo che mi sono perso.

«Polizia, prego, polizia!» Quello fa una smorfia.

«Qua la polizia non entra mai, non ne abbiamo bisogno. – indica una porta a lato. – Mia figlia. Ti aspetta.»

Entro nell’attimo esatto in cui la porta d’ingresso viene forzata con un calcio.

Dentro l’atmosfera è del tutto diversa. Broccati rossi alle pareti, incenso che fuma in decine di bacchette, candele accese che danno alla stanza un’aria raccolta. Lei è seduta dietro a un tavolino rotondo. Ha in testa una specie di turbante e ha gli occhi talmente contornati di nero da sembrare un tutt’uno con l’iride.

«Aiutami, mi stanno inseguendo!»

«Siediti, devo farti le carte.» mi dice invece. Ha uno sguardo magnetico e non riesco a dire di no. La porta si spalanca e i due fanno irruzione, portando rabbia in una folata di vento.

«Voi sedete a terra e aspettate il vostro turno!»

Invece di sentire una coltellata alla schiena mi arriva il suono di chiappe sbattute sul pavimento. Mi rilasso. Se questa donna ha il potere di rendere mansueti quei malviventi, forse riuscirà a fare qualcosa anche per me.

La vedo mormorare qualche parola a occhi chiusi, poi li ribalta di colpo e io sobbalzo sulla sedia. Mescola un mazzo di tarocchi e li deposita sul tavolo. L’appeso, la morte, l’amore.

«Tu sei nei guai, ma loro camminano su un sentiero di morte. Andatevene!» Li sento mugugnare qualcosa fra i denti, poi tornano sui loro passi. Restiamo soli.

«Ti ringrazio!» faccio per alzarmi ma un’occhiata mi basta per capire che non è ancora finita.

«Per te l’amore è solo un gesto meccanico, togliersi una voglia. Oggi una ragazza, domani una ancora meglio. Per questa volta ti è andata bene, ma cerca di cambiare, oppure sarà la tua fine!» Nuovamente cerco di alzarmi, ma quella mi afferra una mano e me la torce, costringendomi a mostrare il palmo.

«La linea della vita interseca quella dell’amore. Se eviti l’amore allora interromperai la tua vita. A te la scelta.»

Ci penso su per qualche attimo, prima di rispondere.

«Non posso innamorarmi a comando!» le dico.

«Potrei ordinartelo!»

«A che scopo? Non ho nemmeno un soldo per pagare la tua prestazione! Mi hanno rubato tutto, non so nemmeno dove mi trovo!» Allargo le braccia sconsolato.

La ragazza si toglie il turbante e si pulisce il mascara dagli occhi. Trasecolo: è una delle ragazza con le quali stavo flirtando stanotte! Ma resto senza parole quando dal cassetto tira fuori la mia roba e me la mette fra le mani.

«Che significa?» le chiedo alquanto a disagio.

Per tutta risposta le pareti si aprono e mi ritrovo telecamere e microfoni che puntano verso di noi.

«Sei sulla nostra Candid Camera, Diego. Sorridi per i nostri telespettatori, siamo online!»

Un grande cartello campeggia su una parete posticcia. TeleKIDS.

Maledetti, mi hanno proprio fregato!

Racconto di Walter Serra

ph: Carlo Biagioli

 

 

 

 

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