sabato , Maggio 25 2024

Intervista a Walter Serra

L’ultima fatica letteraria di Walter Serra, poliedrico autore sammarinese, ha da poco visto la luce. Il nuovo romanzo “L’ossessione e il sogno” è da qualche giorno in tutte le librerie di San Marino e negli store on-line.

Perché scrivere storie? Per divertire, per raccontare fatti, per rispondere episodi personali, per meglio comprendere i propri sentimenti…

“Forse ti deluderò: io scrivo per prima cosa per me stesso. C’è un qualcosa che scatta, a un certo punto, e diventa una storia che voglio scrivere. È possibile parlare di innamoramento? Secondo me, sì. Si percepisce una sorta di attrazione per quel mondo che si è appena scoperto, e si viene risucchiati al suo interno. Però, una volta che il romanzo è terminato, si ha voglia di condividerlo con gli altri, come si racconta fra amici un episodio che ci ha entusiasmato oppure spaventato”.

Cosa fa muovere la storia?

“Si deve percepire un interesse generale nello scriverla e nel viverla mentre ciò accade. Una trama banale naufraga dopo poche pagine. Dei miei romanzi, i lettori che mi estendono il loro parere, mi riconoscono che non sono mai scontato. Quindi, è la ricchezza di accadimenti che fa muovere la storia, la rende intrigante. La crescita interiore dei personaggi, il rivolgimento di situazioni, il rompere un legame affettivo quando ormai sembrava fatta, portare l’elemento chiarificatorio senza che sembri una forzatura. Punire l’antagonista senza togliergli la cattiveria. Insomma c’è molto da inventare per rendere un romanzo diverso dall’altro, e il divertimento sta proprio in questo”.

Raccontare una storia è dare voce alle diverse forze che la animano, eroe anti- eroe, oggetto o persona da conquistare. Quale percorso segue ogni storia?

“Io percepisco il romanzo come una molla che si sta caricando. Dapprima la storia prende forma, presenta i personaggi, l’ambiente, il periodo storico, cosa succede attorno a loro. Poi deve arrivare un po’ d’azione, la molla deve scattare abbastanza presto per non fare cadere l’interesse del lettore. Un po’ come un incontro di pugilato: all’inizio c’è la fase di studio, qualche affondo, ma poi si inizia a fare sul serio. E se c’è un atleta che sembra prevalere, può sempre arrivare il guizzo che ribalta la partita. Se c’è un innamoramento, allora ci sarà anche un antagonista oppure un fatto che tenterà di minare quell’unione. Ma il fatto amoroso, per quanto pepe può portare a un romanzo, non basta. Allora entrano personaggi e situazioni nuovi, si cambia scenario, si introduce tensione, rischio, dolore. E se poi arriva il lieto fine (ma è scontato che ci deve essere per forza?), sarà sudato, sarà meritato. E il lettore ne sarà contento, perché nella vita vera non c’è solo bianco e nero, o solo bianco o solo nero. Una storia deve essere credibile, per ottenere gradimento. Forse questo è l’obiettivo più difficile da raggiungere, l’equilibrio fra realtà virtuale e quella possibile, e l’immedesimazione che ogni lettore può raggiungere nella storia con la propria esperienza personale”.

Cosa conta maggiormente? Parlare alla luce di una storia (prima di raccontare si ricostruisce ogni dettaglio), o all’oscuro (le motivazioni, l’antefatto emergono a poco a poco).

“Io preferisco immaginare un po’ per volta. Se ho già tutto in testa, è come rivedere un film due volte di seguito, c’è poco interesse. Se devo raccontare una parte storica, allora lì mi documento. Per la parte narrata fisso gli elementi principali, poi tutto viene da sé. I personaggi sanno come devono muoversi, anche se ogni tanto li metto alla prova. Come fa un buon amico o un vero antagonista. Se io riesco a interessarmi alla storia che sto scrivendo man mano, penso che anche il lettore troverà lo stesso entusiasmo. Molto poco viene stabilito a tavolino, insomma”.

La trasmissione d’informazioni indispensabili, da padre in figlio, questa la valenza della scrittura nel passato…e ora?

“Già è molto se i figli ti ascoltano nei consigli dovuti da un genitore… La scrittura moderna ricalca affatto i canoni del passato. I giovani leggono poco e non si filano di certo i pistolotti su come ci si dovrebbe comportare nella vita. Vince la trasgressione e, molto spesso, la violenza. E se i giovani leggono poco, trovano comunque questi elementi, ad esempio, nei videogiochi o nei film. In tanta narrativa dell’ottocento e del secolo scorso c’era la ricerca dell’estetica, l’etica, il rispetto, l’onore. Oggi, cosa ci rimane di tutto questo? Se ci va bene, i vampiri…

-Storia: avere un sogno e risolversi ad agire affinché diventi realtà, oppure ciò non è sufficiente, servono forze antagoniste? Qual è il sale di ogni racconto?

Nelle storie inventate, come nella vita, occorre impegnarsi per raggiungere (e soprattutto per mantenere) il risultato. Le forze antagoniste sono nella natura stessa, l’uomo non fa che attirarsele addosso. I personaggi d’una storia inventata non possono sfuggire a questo canone. Una vita (e quindi una storia) non può essere sempre piatta, anche se agiata. Le curve d’una strada sono il sale d’una gita. Chi vorrebbe spostarsi stando sempre dentro un tunnel?”,

Al centro di questa storia sogni, pulsioni e ossessioni. Cosa spinge i diversi personaggi?

“Senz’altro l’amore. L’amore è sogno: cercarlo, inseguirlo, guadagnarlo. È pulsione: la ricerca del benessere per l’altro, la sua difesa, la sua gratificazione, anche sessuale. L’amore è volubile, a un certo punto può svanire, rivelarsi una grande illusione e delusione, e le persone essere portate a ricercarlo in altri. L’amore può diventare ossessione? In questo romanzo sì, in più vicende. Vi è un intreccio fra le situazioni che interessano i protagonisti dei nostri giorni con quelle che hanno interessato il precedente proprietario della villa che è teatro della storia. Le ossessioni dell’uno diventano assilli e tormenti degli altri, in uno scambio di ruoli che innesca situazioni pericolose. In secondo luogo, s’impone la ricerca della verità, dei fatti accaduti nella villa e del perché di questi. La ricerca, a sua volta, porta echi e voci d’una guerra ormai lontana, ma che ancora scatena interrogativi e tristezze. I personaggi principali, tutto sommato, sono solo i due protagonisti. Gli altri fanno da sfondo, vanno e vengono su una scena che non gli appartiene, in luoghi che sfruttano quanto di più bello e appagante possono offrire le ambientazioni reali, unite a quelle inventate. Portano ricchezza alla storia, la sostengono. I protagonisti cercano risposte alle mille domande che si trovano ad affrontare: da come sta crescendo il loro rapporto e come portarlo avanti, a come gestire le tante difficoltà, soprattutto relazionali, con le altre persone che incontrano man mano. Non da ultimo, la villa dove si svolge una parte importante della storia, diventa anch’essa un personaggio principale. Che si svela man mano, strato dopo strato di memorie e di ricordi, tanti nascosti, molti da interpretare. La villa è uno scrigno e aprirlo e comprenderne i contenuti diventa l’ossessione che terrà impegnati i protagonisti fino alla fine. E con loro, spero, anche il lettore”.

Non è il primo romanzo che scrivi, quanto e in cosa è mutato il tuo modo di rapportarti davanti a un nuovo libro?

“Mi capita ogni tanto di riguardare i primi lavori. Ben costruiti come intreccio, ma troppo sbilanciati verso l’esagerazione. Con maggiore esperienza, cerco di mantenere l’equilibrio fra quanto dovrebbe suscitare lo stupore e il limite che lo farebbe diventare non accettabile. Studio i personaggi, cerco di capire cosa vorrebbero e cosa non dovrebbero dire e fare. Infine, cerco la novità. Nella storia, nei luoghi, negli accadimenti. Non si tratta solo di cambiare nome alle persone e di spostarli di scenario. Deve essere per forza una nuova vita che si apre e che ti invoglia a viverla dentro le pagine del romanzo. In genere io uso un personaggio per vedere e immaginare gli altri. E la cosa più difficile è evitare di diventare io stesso, quel personaggio. A volte qualcuno me lo chiede. Per quanto sia io a dare voce e anima ai protagonisti, essere loro non deve accadere. Si andrebbe a snaturare il rapporto scrittore-personaggio-lettore. Il lettore deve entrare nella storia e percepire cosa accade dentro quello scenario, non ritrovarsi dietro le spalle dell’autore mentre sta scrivendo la storia. L’autore non esiste, esiste solo l’opera e l’empatia che può suscitare leggendola. Buona lettura a tutti”.

Chiara Macina

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