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“Il cavalluccio marino” di Renata Rusca Zargar

Il cavalluccio marino

di Renata Rusca Zargar

Il cavalluccio marino, dal colore verdiccio-bruno, se ne stava mimetizzato e acquattato tra le alghe a cui si attorcigliava con la sua coda prensile priva di pinna. Il mondo per lui era una pace oscillante al ritmo dei movimenti delle masse d’acqua e si rilassava analizzando l’ambiente dove era cresciuto. L’ondeggiamento, che si trasmetteva da un capo all’altro della pinna dorsale con un movimento analogo a quello di una fila di carte che stanno cadendo, gli permetteva di andare avanti e indietro, salire e scendere, con quel suo moto ondulatorio. Egli, però, si riteneva un nuotatore inesperto ed evitava accuratamente le zone battute dalle correnti.

Pesci multicolori, invece, gironzolavano agitando le code a scatti, da soli o in gruppo, fuggivano o giocavano tra la vegetazione…

Ogni tanto, qualcuno ne inghiottiva un altro più piccolo.

Per questo, il cavalluccio amava restarsene quieto e, per sicurezza, si avvinghiava con la sua elegante coda arcuata a un solido arbusto marino.

C’era una volta il mare, infatti, si diceva nelle fiabe con un po’ di romanticismo, ma per chi ci viveva, giorno dopo giorno, si trattava spesso di non diventare pranzo o cena per un essere più grande o più forte… O almeno così la pensava il cavalluccio!

Tuttavia, nei silenzi ovattati, dove solo sciacquii, colpi di coda e pinne turbavano la tacita vita, si dimenava una moltitudine di esseri animati.

Accadde così che una seppiolina, appena uscita da un nerissimo ovetto che sua madre seppia aveva lasciato, tempo prima, insieme a quelli delle sue sorelle e fratelli, provasse con entusiasmo a muoversi in quell’universo dai profondi toni blu e verdi che sarebbe stato l’habitat della sua esistenza. Mentre veleggiava lentamente, scuotendo le due lamine del suo mantello dette pinne, aveva scorto una bellissima anfora giacente sul fondale da un innumerevole numero d’anni. Un tempo, era servita per trasportare olio da un paese all’altro, poi la nave che la ospitava era affondata con tutto il suo carico di uomini e di cose. I corpi dei forzuti e abbronzati marinai allora imbarcati si erano presto consumati tra i flutti inquieti (qualche pesce aveva contribuito all’opera scegliendoli come gustoso pranzo!), invece, l’anfora era rimasta là, appoggiata sulla sabbia, mentre incredibili quantità di molluschi e crostacei si erano riparati nel suo ventre gonfio.

Anche la seppiolina aveva giocato un po’ a percorrerne l’apertura e il collo. Poi, non molto lontano da quel luogo, proprio sotto alcune gorgonie, aveva scorto due occhietti vivaci. Subito, senza neppure rendersene conto, il suo corpo aveva riempito d’acqua la tasca branchiale e, contraendosi, l’aveva respinta all’esterno: quel getto le aveva fatto compiere un balzo veloce all’indietro. Intanto, la borsa dell’inchiostro lasciava andare il suo liquido e l’acqua ne era intorbidata.

Il cavalluccio, scocciato per l’intrusione, si era spostato lentamente per evitare quell’onda scura che gli impediva la visuale.

-Che cosa fai?- le aveva chiesto.

-Scusa, non sapevo di riuscire a creare tanta confusione! Ho lasciato da poco il mio uovo e sto provando a nuotare. Hai qualcosa da mangiare?- aveva risposto la seppia.

-Se stai un po’ ferma, di qua passano tanti ottimi cibi… Basta osservare e aspettare. Io, ad esempio, raccolgo tutte le particelle che si trovano su queste alghe o risucchio chi mi passa accanto. Ma, ecco, guarda là sotto, c’è un granchietto che ti dovrebbe piacere…

-Non so, mi sembra pericoloso, ha due pinze!

-Anche tu hai tutto quello che serve, vedrai!-

La seppiolina non se l’era sentita, però, di attaccare un granchio che sembrava ben armato e sicuro di sé ma, vedendo, invece, un gamberetto rosa, gli si era avvicinata. Quasi per incanto, otto dei suoi tentacoli si erano mossi con sicurezza allargando le ventose, mentre due si erano proiettati sulla

preda imprigionandola. Il suo becco aveva sbranato con avidità quel primo cibo che si era procurata. Ecco, era capace di nutrirsi da sola!

-Bene, ora puoi vivere qui. –

Ed ella era rimasta là, dove aveva incontrato quell’amico prudente e tranquillo: ogni giorno cresceva un pochino, cacciava e imparava da lui molte notizie importanti.

La seppia, inoltre, era esperta nel cambiare colore quando si riposava sul fondo: restando immobile per ore, “spariva” alla vista, prendendo la colorazione del luogo in cui si era posata. Neppure l’amato cavalluccio era in grado, allora, di riconoscerla e spesso allungava la testa per capire dov’ella si trovasse.

-Eccomi!- spuntava lei dopo un po’ con il suo entusiasmo e lo richiamava alla vita.

C’era sempre in lui, infatti, una certa tristezza quando l’amica non si trovava nelle immediate vicinanze, quasi una paura che un giorno non sarebbe tornata più a rendere la sua vita essenziale.

-Una volta, sulla terra e negli oceani, nessuno sapeva parlare.- le raccontava lui, forse per trattenerla un pochino- Gli animali non lanciavano i loro caratteristici versi, gli uccelli non gorgheggiavano dondolandosi sui rami degli alberi dai fiori profumati, persino il vento, quando soffiava tremendo e vorticoso, non emetteva alcun rumore. L’acqua dei ruscelli, che scendeva vivacemente tra i prati, le onde del mare, che si scrollavano incessantemente, tutti non avevano voce. E così pure l’uomo e ogni altra creatura, compresi i pesci. Un giorno, però, Vainamoinen, il Signore del canto, si mise a suonare l’arpa. A quelle dolci e strabilianti melodie, ogni cosa vivente si pose in ascolto. Allora Vainamoinen ordinò a ciascuno di scegliere il suo linguaggio. Il vento preferì lo strepito che facevano gli stivali di Vainamoinen quando camminava e così pure il tuono cosicché, volta per volta, proprio come ognuno può sentire (e magari averne paura!), essi spargono nell’atmosfera il baccano e il rimbombo. Il fiume predilesse il fluttuare vorticoso del mantello, gli alberi, che avevano le foglie per labbra, optarono per il fruscio delle maniche, gli uccelli ripeterono le deliziose melodie dell’arpa. Insomma, tutti gli abitanti di campi, boschi, deserti e giungle, ascoltando Vainamoinen, scoprirono il modo più adatto di sibilare, ronzare, abbaiare, ruggire. L’uomo, poi, imparò ogni risonanza e seppe anche cantare meglio di chiunque altro. Ma non solo! L’uomo apprese a suonare, un po’ come il maestro Vainamoinen, molti strumenti musicali. Uno strumento, però, il violino, quando qualcuno passa e ripassa con amore sulle sue corde con l’archetto, emana accordi così perfetti che pare riprendere ogni e diverso accento di tutte le creature del mondo ed è solamente sua, in eterno, la vera voce del sacro Vainamoinen. I pesci, invece, prigionieri dei fondi marini, non poterono ascoltare il Signore del canto. Videro e compresero che tutti aprivano e chiudevano la bocca, ma non sentirono nulla e non riuscirono a parlare. Comunque, decisero di comportarsi come gli altri e di aprire e chiudere la bocca, proprio come avevano visto fare, ma senza poter produrre alcun suono. Vedi, mia cara seppiolina, questa è una leggenda finlandese che ci prende un po’ in giro. Eppure, anche noi sappiamo comunicare…-

L’amica del cavalluccio sapeva bene che egli poteva esibire efficaci rumori spingendo la testa verso l’alto, movendo bocca e mascelle, e anche amplificare i suoni in particolari situazioni usando la vescica natatoria. Così, quando mangiava, o voleva orientarsi per tornare alle sue alghe preferite, oppure quando le faceva la corte, i suoni erano più forti.

-Tanto tempo fa, in un paese lontano dove non c’è neppure il mare,- narrava invece lei- ma solo il fiume e un grande lago, morì il re. In quello stato, il Kashmir, si credeva alla reincarnazione. Si riteneva, cioè, che alla morte di un corpo vivente, lo spirito non morisse e tornasse a incarnarsi in un altro corpo per compiere ulteriori esperienze e imparare l’essenza della realtà, prima di ricongiungersi definitivamente con Dio. Un famoso guru assicurò che l’amato sovrano era tornato sulla terra in qualità di pesce e così fu proibita ogni forma di pesca. Nessuno poteva disturbare (o peggio ancora mangiare!) il cammino spirituale del re!

-Sarà, ma qui non esiste questo divieto e il mare è zeppo di pericoli!

-Chissà, forse anche noi siamo la reincarnazione di un re o saremo, un domani, a nostra volta re o regine…

-Quello che conta è ciò che siamo oggi. Forse, potremo rimanere insieme a lungo, se faremo attenzione.-

I giorni passavano serenamente e l’affettuosa amicizia tra l’elegante cavalluccio e la vivace seppia si faceva sempre più stretta.

Certo, sui libri di biologia, il cavalluccio marino si trovava inventariato tra i Pesci e il suo vero nome era Hippocampus guttulatus. Ma egli non lo sapeva. E neppure la seppia (Sepia officinalis) era informata di appartenere a un’altra razza, quella dei Molluschi Cefalopodi. Così, quando la seppia, divenuta adulta, aveva deposto le sue uova nere, simili ad acini d’uva e le aveva attaccate tutte insieme, come la natura le aveva insegnato, al manico dell’anfora antica, il cavalluccio maschio le aveva raccolte e sistemate nel suo marsupio, così come la stessa natura gli richiedeva. Di solito, infatti, la femmina dei cavallucci depone nella tasca ventrale che il maschio ha sotto la coda il suo fardello di uova e se ne va. Spetta al padre la responsabilità di fecondare e incubare le uova e far vivere i piccoli.

Anche se la seppia non aveva rispettato quella procedura, egli avrebbe cresciuto e amato i figliolini e chissà che, proprio là, nelle oscure profondità del globo terrestre, una nuova specie non sarebbe nata: sinuosa come il padre e veloce come la madre. Cominciava, dunque, per il piccolo genitore un periodo di attesa in cui le uova sarebbero maturate. Una specie di tessuto protettivo si era formato intorno a ogni uovo, procurandogli spazio sufficiente all’interno della tasca, e i piccoli si nutrivano da una secrezione del marsupio. Solo alla fine, forti e indipendenti, avrebbero iniziato un’altra vita libera.

La seppia, intanto, non rinunciava alle sue corse tra i marosi. Crescendo, si era fatta molti amici e la più affezionata era un pesce luna. Con la sua testa enorme, praticamente il suo corpo era solo un testone tondeggiante e due pinne, il pesciolone si spostava volentieri e spesso si recava fino in superficie a prendere il sole. Là si lasciava cullare dalle onde e intanto ascoltava le chiacchiere della seppiolina: – È così bello avere un compagno fedele che ti attende alla tana! Lo so, non ama visitare gli spazi aperti come invece io amo. Ma sono certa che comprende il mio bisogno, come io comprendo il suo.

-Certo, -rispondeva il pesce luna – vorrei trovare anch’io un altro pesce con cui dividere queste passeggiate e che adori, come me, il caldo tepore del sole!-

Quindi, la seppiolina tornava là, tra le alghe, dove trovava la testolina a punta ripiegata ad angolo retto sul tronco del suo ippocampo con gli occhi vigili in attesa. Qualche volta, gli offriva una piccola preda che egli risucchiava con la sua bocca sdentata. E se le acque non erano molto agitate, anch’egli si lasciava andare a un giretto: allentata la presa della coda, orientava a destra e a sinistra la sua pinna dorsale e si spingeva all’esplorazione del circondario. Ma non era molto veloce: impiegava, infatti, ben un minuto e mezzo per percorrere trenta centimetri di spazio. Infine, prudentemente, nonostante la protezione della sua corazza, tornava a casa: – Si sta bene, qui. – le spiegava – Se le nuvole nere, che si muovono, addensano, spaventano, sono fuori e non dentro di noi, ci si può illudere che il mondo sia racchiuso in una piccola area felice dove tutto è sereno e non esiste il dolore. Un’oasi di pace, insomma, dove vivere è una perfetta gioia da consumare insieme. Non andare via, resta qui. E ricordati che alcune balene non aspettano altro che trovare appetitose seppie sul loro percorso!

-Certo, -rispondeva lei -starò molto attenta e appena qualche gigante degli oceani si avvicinerà, correrò a nascondermi.-

La seppia, dunque, spirito libero, respingendo l’acqua di cui si era gonfiata, si arrischiava lontano, all’indietro, verso le rotte delle navi. Fu così che un delfino giocherellone, se la trovò proprio davanti alla bocca. Saltando fuori dall’acqua per salutare i passeggeri di un’elegantissima nave, la inghiottì rapidamente, interrompendo un cammino che uno spirito antico, forse, ospite della

seppiolina, stava percorrendo. Ma il delfino non rammentava in quel momento la lunga fatica di compiere la catena di tante e tante diverse incarnazioni. Per questo la trovò molto gustosa! Il pesce luna, invece, catturato da una grassa otaria, subì il taglio delle pinne e fu stivato sul fondo del mare come riserva alimentare vivente. Là, trovò molti altri compagni pesci luna che attendevano, purtroppo, prigionieri, senza più poter salire in superficie, di compiere la loro esistenza nel ventre delle otarie che, beate loro, continuavano a nuotare, divertendosi, e a saltare in aria prima di rientrare tra le onde.

E il cavalluccio? Naturalmente, dopo alcuni cambiamenti di intensità della luce, laggiù tra gli arbusti marini, comprese che la sua compagna, fedele, seppure un po’ strana, non sarebbe tornata.

Le nuvole nere, dunque, erano ormai dentro di lui e il male dell’esistenza lo aveva attaccato dall’interno: non avrebbe gioito della realizzazione di quell’unione singolare giorno dopo giorno… Intanto, completato il periodo di crescita dei figli, al momento della nascita, così come avveniva ai cavallucci dall’inizio dei tempi, egli aveva preso a muovere il corpo avanti e indietro, tendendolo come la corda d’un arco. Lentamente, la borsa si era aperta e il padre, continuando il suo movimento ritmico, aveva espulso i figli, uno alla volta.

Infine, liberata la prole, afflosciate le pareti del marsupio, si era lasciato morire ed era stato seppellito dalla sabbia sul fondo del mare.

 

Renata Rusca Zargar è autrice di IL TEMPO IN CUI I GALLI INIZIANO A CANTARE

 

Negli ultimi anni, a Pompei, sono state fatte nuove e meravigliose scoperte.

Il romanzo, perfettamente in accordo con la ricchezza e bellezza del sito archeologico, racconta la storia d’amore appassionante, proibita e pericolosissima, tra una ricca e affascinante fanciulla di Pompei e uno schiavo ligure colto, capace e attraente. Infine, ci sarà l’eruzione del Vesuvio.

Dalla sinossi: “Avevano portato un po’ di uva per la merenda e, scherzando, Minor aveva attaccato qualche acino all’amo e l’aveva buttato in acqua. In un attimo, la lenza aveva preso a tendersi e sembrava che ci fosse attaccato qualcosa di grosso! Tra le risate entusiaste di Minor, Aeris l’aveva aiutata a tirare a terra uno storione, a occhio, di dieci libbre abbondanti.” “Quasi davanti alla porta d’ingresso, un’ombra scura le si era parata dinanzi. L’aveva presa per le braccia rudemente, spinta contro il muro e abbracciata appassionatamente. -Perdonami, non ho saputo resistere. Non riesco a stare senza di te. Odio vederti soffrire e mi odio per esserne la causa. – […] -Perché non sei più venuto ai nostri appuntamenti? -Avevo deciso di non vederti più, almeno in privato. So bene che non ci può essere nulla tra di noi, è inutile fingere questa amicizia.

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Chi è Renata Rusca Zargar

 

Savonese, impegnata in ambito sociale, studiosa di cultura islamica e indiana, insegnante in quiescenza, ha pubblicato diversi saggi e romanzi anche con il marito Zahoor Ahmad Zargar.

L’ultimo nato è, però, una raccolta di lavori delle signore anziane che hanno seguito i suoi corsi gratuiti di Lettura e Scrittura Creativa: “Leggere e scrivere …per divertimento, raccolta di racconti, poesie, disegni, calligrammi dei Corsi di Lettura e Scrittura Creativa”, pubblicato da Amazon.

Si occupa della Biblioteca di volontariato Libromondo e, prima del Covid, portava i libri in prestito nelle Scuole. Cura un blog di cultura, ecologia e società Senzafine: Arte, Cultura e Società di Renata Rusca Zargar  link

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