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Giancarlo Siani: in ricordo del cronista napoletano ucciso trentatre anni fa dalla camorra

E’ il 23 settembre 1985: sono da poco passate le 21 quando in via Romaniello, nel quartiere Vomero di Napoli, il giovane cronista de “Il Mattino”, Giancarlo Siani, viene raggiunto da dieci colpi d’arma da fuoco esplosi da due pistole calibro 7.65 che lo colpiscono al petto e alla schiena, uccidendolo praticamente all’istante, mentre è ancora nella sua “Citroën Méhari” verde bottiglia appena parcheggiata sotto casa.

I killer sono lì ad attendere che la vittima torni dal proprio lavoro di corrispondente della nota testata napoletana; il ventiseienne Giancarlo Siani, tuttavia, non è ancora un giornalista bensì è un “abusivo”, come all’epoca si definiscono i collaboratori senza un regolare contratto: poche settimane dopo sarebbe stato inquadrato come praticante ossia avrebbe ottenuto, dopo tanti sacrifici, la possibilità di accedere a tutti gli effetti alla professione giornalistica.

Già in terza media dirige il giornalino d’istituto; dopo la maturità classica s’iscrive alla facoltà di sociologia dove entra in contatto con il Professor Amato Lamberti, direttore de “L’Osservatorio sulla camorra”, con il quale comincia un’intensa collaborazione. Nel frattempo gli si aprono anche le porte del periodico della Cisl “Il lavoro del Sud”; nell’estate 1980, grazie alle sue inchieste sul disagio nel mondo giovanile, viene ingaggiato da “Il Mattino” come corrispondente da Torre Annunziata: una città dell’area vesuviana nota per il mercato del pesce e per la forte presenza di clan camorristi, tra i quali spicca quello di Valentino Gionta. Lo scenario però è più complesso e va oltre i confini locali: quelli sono infatti gli anni delle faide, per il controllo del territorio campano, tra la “Nuova famiglia” di Carmine Alfieri e la “Nuova camorra organizzata” di Raffaele Cutolo.

Questa frazione di hinterland napoletano affascina il cronista Giancarlo Siani, al punto che il giovane collaboratore de “Il Mattino” in pochi anni riesce ad allacciare una stretta rete di relazioni con fonti importanti che lo portano a scrivere decine di articoli sul malaffare criminale, nonché sui legami tra una parte consistente della politica e i clan camorristi. Se è sempre stato fuor di dubbio che la sua uccisione sia stata legata all’attività di giornalista d’inchiesta, è altrettanto vero che per anni gli stessi inquirenti si sono interrogati su quale potesse essere la madre di tutti i moventi, tra quelli ipotizzati nel tempo.

Il cronista è stato eliminato perché ha scoperto qualcosa di scottante, sull’ingresso della criminalità organizzata nella macchina degli appalti e dei fondi destinati alla ricostruzione per il terremoto in Irpinia? Oppure il delitto va collegato a un interesse di Giancarlo Siani per il malaffare celato dietro alle cooperative di ex detenuti, sulle quali hanno messo le mani i clan? Si ipotizza addirittura che il giovane reporter possa essere stato sulle tracce di un presunto riciclaggio di denaro sporco, derivante soprattutto dal traffico di droga, che la camorra porterebbe a compimento in quegli anni attraverso attività commerciali, all’apparenza pulite, nei comuni di San Giuseppe Vesuviano e San Gennarello. Si pensa infine che l’assassinio abbia un legame con un libro-dossier, sparito nel nulla, che il cronista avrebbe voluto pubblicare a un anno dalla strage di Torre Annunziata: il 26 agosto 1984, davanti al Circolo dei Pescatori, il gruppo Alfieri-Bardellino uccide otto persone legate al clan Gionta. Sostanzialmente Giancarlo Siani potrebbe essere stato ucciso per due ragioni: per un suo scoop non ancora pubblicato, ma considerato pericoloso da chi conosce i movimenti e le indagini del giornalista all’interno dell’ambiente criminale, oppure per un qualcosa che è già uscito sul quotidiano.

Per i giudici, Giancarlo Siani è stato assassinato a causa di un articolo pubblicato il 10 giugno 1985 sulle colonne de “Il Mattino”, nel quale si racconta la cattura del boss Valentino Gionta, avvenuta due giorni prima a Poggio Vallesana di Marano, nel feudo del clan dei fratelli Angelo e Lorenzo Nuvoletta. «Potrebbe cambiare la geografia della camorra dopo l’arresto del super latitante Valentino Gionta. Già da tempo, negli ambienti della mala organizzata e nello stesso clan dei Valentini di Torre Annunziata si temeva che il boss venisse “scaricato”, ucciso o arrestato.

Il boss della “Nuova famiglia” che era riuscito a creare un vero e proprio impero della camorra nell’area vesuviana, è stato trasferito al carcere di Poggioreale subito dopo la cattura a Marano l’altro pomeriggio. Verrà interrogato da più magistrati in relazione ai diversi ordini e mandati di cattura che ha accumulato in questi anni. I maggiori interrogativi dovranno essere chiariti, però, dal giudice Guglielmo Palmeri, che si sta occupando dei retroscena della strage di Sant’Alessandro.

Dopo il 26 agosto dell’anno scorso il boss di Torre Annunziata era diventato un personaggio scomodo. La sua cattura potrebbe essere il prezzo pagato dagli stessi Nuvoletta per mettere fine alla guerra con l’altro clan di “Nuova famiglia”, i Bardellino. I carabinieri erano da tempo sulle tracce del super latitante che proprio nella zona di Marano, area d’influenza dei Nuvoletta, aveva creduto di trovare rifugio. Ma il boss di Torre Annunziata, negli ultimi anni, aveva voluto “strafare”. Torre Annunziata diventa una zona che scotta. Gionta Valentino un personaggio scomodo anche per gli stessi alleati. Un’ipotesi sulla quale stanno indagando gli inquirenti e che potrebbe segnare una svolta anche nelle alleanze della “Nuova famiglia”. Un accordo tra Bardellino e Nuvoletta avrebbe avuto come prezzo proprio l’eliminazione del boss di Torre Annunziata e una nuova distribuzione dei grossi interessi economici dell’area vesuviana».

In queste poche righe estrapolate dall’articolo è racchiusa – secondo i giudici – la frase che costerà la vita a Giancarlo Siani: quella in cui s’ipotizza che la cattura di Gionta potrebbe essere stato il prezzo pagato dai Nuvoletta per mettere fine alla guerra coi Bardellino. A noi persone comuni quest’affermazione potrebbe apparire come un’innocua intuizione di un cronista, che non si limita a riportare i fatti ma li analizza; ma nell’ottica di un clan camorrista, soprattutto in quegli anni di faide, la frase suona come un’allusione intollerabile: il presunto tradimento ordito ai danni di un personaggio del calibro di Valentino Gionta.

L’aver scritto che il boss di Torre Annunziata era stato probabilmente ”venduto” addirittura ai carabinieri era una macchia infamante gettata sui fratelli Nuvoletta, anche agli occhi dei loro alleati ossia i capi di Cosa Nostra. Come sostiene Bruno De Stefano, infatti, «si continua a pensare che Giancarlo Siani lo abbia ucciso la camorra, mentre a pianificare e ad eseguire l’omicidio sono stati gruppi organici alla mafia siciliana». La versione ufficiale non ha comunque negli anni convinto tutti: tra gli scettici si ricorda lo stesso Professor Amato Lamberti (deceduto nel 2012) per il quale il movente non sarebbe quell’articolo pubblicato nell’estate 1985; il tutto avrebbe avuto, invece, una matrice politica, seppur sempre collegata agli ambienti della criminalità organizzata. Se così fosse, andrebbe quantomeno riformulata la domanda: chi considerò davvero così scomodo Giancarlo Siani al punto da volerlo uccidere?

La vicenda di Giancarlo Siani è stata oggetto di film, cortometraggi e documentari d’inchiesta. Tra i film si ricordano “E io ti seguo” del 2003 di Maurizio Fiume e il più noto “Fortapàsc” del 2009 di Marco Risi, nel quale compare per pochi secondi anche il fratello Paolo; già nel 1999 il cortometraggio “Méhari” di Gianfranco De Rosa aveva tuttavia aperto la strada alla narrazione televisiva di questa drammatica storia; tra i documentari d’inchiesta, invece, si evidenziano sia una puntata del programma “La storia siamo noi”, condotto da Giovanni Minoli, sia “Giancarlo Siani: per amore della verità” del 2009 di Federico Tosi e Sandro Di Domenico. Diversi sono stati anche i volumi dedicati alla figura di questo giovane cronista napoletano: “L’abusivo” di Antonio Franchini, edito da Marsilio, che ha ispirato il già menzionato film “Fortapàsc”; “Il caso non è chiuso” di Roberto Paolo, edito da Castelvecchi, che analizza le altre ipotesi investigative ossia quelle prese in considerazione dagli inquirenti in prima battuta e poi abbandonate; “Giancarlo Siani: passione e morte di un giornalista scomodo” del già citato Bruno De Stefano, edito da Giulio Perrone Editore, che riassume l’intera vicenda giudiziaria durata quindici anni e venuta a una conclusione soltanto grazie al contributo dei pentiti.

Il caso giudiziario dell’omicidio di Giancarlo Siani, dopo anni di piste finite appunto in un vicolo cieco, si riapre nel 1993 grazie alle rivelazioni di un collaboratore di giustizia, raccolte dal pubblico ministero dell’antimafia Armando D’Alterio: da queste rivelazioni si comincia a comprendere il legame tra alcuni clan della camorra campana e la mafia siciliana, in particolare quella corleonese. Non solo, in quell’anno si apre la strada anche a un’inchiesta collaterale che riguarda la cosiddetta “tangentopoli oplontina” che fa emergere il malaffare basato sulla connivenza tra mondo politico e criminale di quell’area vesuviana: l’indagine coinvolge imprenditori, amministratori, funzionari locali, e camorristi. Tornando nello specifico all’omicidio di Giancarlo Siani, l’iter giudiziario si conclude formalmente il 13 ottobre 2000 quando la Corte di Cassazione conferma le condanne dei processi di primo e secondo grado portati avanti dalla Corte d’Assise di Napoli, con sentenze pronunciate rispettivamente il 14 aprile 1997 e il 7 luglio 1999. Confermate quindi le condanne all’ergastolo per i mandanti Angelo Nuvoletta e Luigi Baccante detto “Maurizio” (Lorenzo Nuvoletta muore prima del processo) e per i killer Ciro Cappuccio e Armando Del Core; per Valentino Gionta, il boss di Torre Annunziata, la condanna all’ergastolo in qualità di mandante di questo omicidio, ricevuta nei precedenti gradi di giudizio, viene annullata con rinvio dalla Suprema Corte: nel nuovo processo d’appello, Valentino Gionta viene assolto per mancanza di prove sul fatto che abbia dato il proprio assenso per procedere all’uccisione del cronista.

Diverse iniziative sono state negli anni dedicate alla memoria di questo giovane cronista. Il 23 settembre 2004, nel giorno dell’anniversario del vile agguato, vengono inaugurate dall’allora Sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino le “Rampe Giancarlo Siani” (già “Rampe della Cerra”) nel quartiere Arenella nel cuore del Vomero, a pochi passi dall’abitazione del ragazzo. A lui sono stati intitolati anche degli istituti scolastici nei seguenti comuni dell’area vesuviana: Quarto, Casalnuovo, Torre del Greco, Marigliano, Mugnano, Acerra, Aversa, Villaricca, Gragnano, Marano (dove gli è stato dedicato anche un teatro) e naturalmente Napoli e Torre Annunziata.

Simone Sperduto

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