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“La primavera” di Renata Rusca Zargar

La primavera

di Renata Rusca Zargar

Un nuovo odore si assaporava nell’aria fresca: un misto di profumi di fiori inconsueti, del sole, di quelle nuvolette birichine a riccioli… un bisogno di qualcosa di insolito e diverso, un sentore di vita novella che la riportava al suo paese.

Lui faceva il rappresentante e viaggiava tutto il giorno sulle strade assolate della provincia. Poi, al tramonto, quando l’aria era più dolce e i colori diventavano sfumati, passava davanti alla sua villetta rossa e suonava il clacson.

Ella, che aveva trascorso il mattino a prendere il sole sugli scogli bruniti dal mare e il primo pomeriggio nella frescura della casa con le imposte chiuse a ripararsi dall’afa, sbucava fuori sulla ghiaia del giardino, apriva il cancello e s’infilava in macchina. La cena in un ristorante vicino al mare dal quale giungeva la brezza salmastra e poi, per mano, passeggiavano sulla spiaggia ormai deserta. La luna e le stelle rimanevano sole spettatrici di baci e carezze, un ritorno alle origini, quasi un Paradiso terrestre.

Le vacanze, però, duravano solo pochi giorni, quindi, Eliana tornava in Liguria e la loro relazione restava là, immobile, ad attendere un’altra vacanza in Puglia l’anno dopo.

Infatti, Paolo era già stato sposato, anni prima, e la rottura con la moglie gli pesava ancora sull’animo. Non voleva compiere un passo troppo affrettato. Eliana, inoltre, lavorava al nord e, dunque, tra loro, non ci poteva essere di più.

Tornata a casa, Eliana riprendeva la solita vita: le amiche, la spiaggia (anche in Liguria abitava proprio in faccia al mare), il lavoro, qualche divertimento, qualche nuova conoscenza che non le dava mai, però, un sentimento vero.

Una sera, uscita dalla palestra dove si recava per qualche ora la settimana a fare un po’ di esercizio, aveva trovato una vettura parcheggiata in seconda fila proprio in modo da impedire l’uscita al suo mezzo. Era entrata allora nel pub, le cui insegne luminose blu spiccavano nel buio della via, e aveva chiesto chi ne fosse il proprietario. Un giovane deciso, dai lunghi capelli castani e gli immancabili jeans, le era venuto incontro. I loro sguardi si erano incrociati per un attimo. Poi egli aveva spostato la macchina ed ella era andata via.

Ma lo stesso fatto era successo ancora ed ella era ritornata nel pub perché Giorgio (così si chiamava l’uomo) uscisse a spostare la sua automobile. Naturalmente, prima Giorgio le aveva offerto qualcosa, poi erano rimasti un po’ a parlare…

Le giornate sembravano rosee, il lavoro più leggero, l’anziana madre e la zia seminferma meno noiose.

Un sorriso aleggiava continuamente sulle labbra di Eliana mentre il pensiero, immancabilmente, volava là ogni momento: il sorriso di lui, la sua gentilezza, la simpatia, le battute scherzose che sapeva fare…

Durante il giorno, ricordava la sera precedente, una segreta dolcezza nell’animo nascosta al resto del mondo, l’incontro con lui, le parole dette e ascoltate: allora il cuore era denso di felicità.

Giorgio era separato dalla moglie e aveva un figlio. Lavorava come autista per una ditta di vendite a domicilio e, per tutta la giornata, si affaticava a guidare e a consegnare i prodotti ordinati dai clienti. Era sempre molto stanco e anch’egli aveva timore di una nuova relazione ma molti loro progetti erano simili: andare a vivere in campagna, fuori dalla città sporca e caotica, allevare animali…

Ancora un nuovo odore nell’aria primaverile, un bisogno di qualcosa di insolito e diverso: ebbene, questa volta tutto ciò era arrivato!  Dopo pochi mesi dal primo incontro, erano andati veramente a vivere insieme in un piccolo paesino dell’entroterra e la loro vecchia casa si era riempita di conigli, galline e cani. Intorno, i prati verdi profumavano di fiori, il cielo era terso e l’aria fresca anche d’estate. Poi, d’inverno, le montagne si coprivano di candida neve, mentre il silenzio avvolgeva tutte le cose.

Giorgio aveva cambiato lavoro: conduceva uno di quei lunghi tir che attraversano gli stati e tutto questo per poter rimanere, durante i giorni di riposo, a casa con lei a curare piante e animali.

 

Nel letto di ospedale in cui si trovava da diversi giorni, Eliana conservava quel dito di capelli tinti rosso carota sulla testa ossuta –teschio ricoperto di pelle- che ricordavano i tempi in cui, sana, amava averli di quel colore che le donava e piaceva tanto a Giorgio. Sembrava una di quelle persone che si vedono nelle vecchie immagini dei campi di concentramento. Dormiva con la bocca semiaperta con i denti lunghi che spuntavano dalle labbra, un catetere nel naso perché tutto ciò che beveva uscisse subito dallo stomaco che non reggeva più nulla, due flebo infilate nelle vene del braccio.

Il sole si appoggiava su un riquadro della porta azzurra, grandi vasi di piante adornavano il corridoio con il pavimento di linoleum azzurro sempre pulito. Una vicina di letto tossiva e scatarrava in continuazione, l’altra conversava al telefonino raccontando gli acciacchi che l’avevano colpita.

Eliana si svegliava a tratti da quel dormiveglia e, anche se si sentiva tanto stanca, faceva fatica a riposare un po’. La pancia gonfia le impediva il respiro.

Era di nuovo primavera e, chiudendo gli occhi, ricordava quel giorno – erano trascorsi solo quattro anni- in cui finalmente lei e Giorgio avevano deciso di avere un figlio. Ormai, la loro relazione si era consolidata, avevano acceso un mutuo in banca per aggiustare la casa, i cani avevano avuto i piccoli che zampettavano intorno masticando le gambe delle sedie.

Aveva preso, dunque, l’appuntamento con il ginecologo per togliere la spirale che usava quale contraccettivo e iniziare un altro capitolo della sua vita.

–Eliana, voglio fare dei controlli più approfonditi. -le aveva detto il medico. E dopo quindici giorni c’era stata anche la risposta: un cancro all’utero. Disperata, era corsa da Giorgio che l’aveva presa tra le braccia e consolata.

Il mattino seguente, egli era partito per un lungo trasporto in Francia. Si sentivano sul telefonino.

Eliana era entrata in ospedale per l’operazione.

Giorgio non era tornato.

Spesso, il suo cellulare era spento e quando riusciva a raggiungerlo, egli diceva di essere sempre impegnato in Francia.

Dopo l’intervento, le avevano prescritto la chemioterapia. Eliana la sopportava molto bene, riusciva a continuare molte attività lo stesso, anche se aveva dovuto fermarsi in città, in casa della madre.

Infine, dopo un paio di mesi, era tornata nella loro abitazione tra i prati in fiore. Finalmente, tutto sarebbe stato come prima. Forse era guarita definitivamente. Certo, non avrebbe mai più potuto avere bambini ma sarebbero stati loro due insieme, con gli animali che amavano tanto. E poi, Giorgio un figlio l’aveva già…

Egli era arrivato, un giorno, finalmente, ma non l’aveva toccata. Né aveva pagato la rata del mutuo.

I viaggi si facevano sempre più lunghi e frequenti -lavoro, egli diceva- e, quando tornava in Italia, si fermava spesso a casa del padre per non disturbarla.

Infine, era stato proprio il padre di Giorgio a dirle di lasciarlo perdere che, ormai, la loro relazione era finita.

Non ci poteva essere niente di più crudele! Il suo amore, dunque, non esisteva più! Le restavano da pagare le rate del mutuo che, insieme, avevano stipulato per riaggiustare la casa, la “loro” casa, così come l’avevano vista e amata subito, un giorno non tanto lontano.

Eliana non si era persa d’animo. Avrebbe lavorato, ce l’avrebbe fatta anche da sola. Il destino non aveva voluto che lei avesse un figlio. E neppure che avesse un compagno.

Spesso, si sentiva come spezzata, senza futuro, senza speranza.

Di notte, l’immagine di lui tormentava i suoi sogni e si svegliava con un tremendo dolore al petto.

Ed egli non c’era. Non aveva messo più piede alla loro fattoria e aveva perfino mandato il padre a ritirare la sua roba!

Era tornata, infine, qualche volta in Puglia, nei periodi in cui stava meglio e non doveva seguire cure. Ma ormai l’aria del paese d’origine non le faceva più lo stesso effetto e Paolo le sembrava diverso: non si sentiva di vederlo ancora.

Poi, dopo alcuni mesi, i controlli di routine: le analisi del sangue avevano dei valori sballati. Altra chemioterapia, un’altra operazione…

-Anche se dovessi farmi operare una volta l’anno, mi andrebbe bene lo stesso, pur di vivere ancora! Ho tanto da fare! – diceva all’amica.

Ed era stato così: infine, le operazioni erano state quattro e molti i cicli di chemioterapia.

Solo, quest’ultima volta, il recupero era un po’ lento, non riusciva a mangiare perché vomitava subito dopo aver ingerito qualcosa e, inoltre, non poteva neppure bere. Ma sapeva che ce l’avrebbe fatta!

–Devo riuscire! – diceva sforzandosi di mettersi a sedere sul letto. -Poi, quando uscirò di qui, cambierò lavoro. Voglio andare in montagna in vacanza, voglio provare ad andare in canoa…-

I progetti erano sempre diversi e s’era fatta portare un blocchetto dove scriveva i turni che le amiche le facevano per non lasciarla mai sola. Dirigeva dal letto la sua assistenza.

-Che ne dici, – aveva detto un giorno all’amica di turno – un paio di orecchini con una perla bianca da portare qui, in ospedale, ti sembra che mi starebbero bene? –

A Giorgio piacevano tanto gli orecchini, ma ormai, anche il suo ricordo era sfumato e il dolore attutito. Lo vedevano in giro con un’altra donna. Mai lo aveva incontrato, neppure per la strada. Pazienza, era andata così. In fondo, si può vivere anche da soli. L’importante è stare bene!

La sera stessa l’amica le aveva portato un bel paio di orecchini d’oro con la perlina bianca. Subito Eliana li aveva indossati e s’era guardata nello specchio. Erano proprio adatti per stare nel letto: non molto grandi ma eleganti. Il fatto era che il suo viso era divenuto così magro! Chissà quanto avrebbe impiegato a ritornare un po’ in carne! E pensare che prima il suo problema era quello di stare sempre a dieta per non ingrassare!

Da domani avrebbe cercato di mangiare qualcosa, magari un frutto. Certo, un’arancia, che buona! Domani avrebbe mangiato un’arancia!

 

La bara lucida di legno chiaro ricoperta di fiori si trovava là, nella navata centrale della chiesa. Tutto intorno, tra colonne barocche, statue e dipinti, la gente si accalcava. Le parole del prete si spandevano tra le facce e gli occhi lucidi dei presenti: – Chi crede sa che Eliana ha iniziato un’altra vita senza dolore, accompagnata dal Padre. –

Il suo spirito attonito si aggirava là intorno ad osservare la gente che affollava la chiesa. Era di nuovo primavera. “Avrei voluto vivere ancora.” pensava.

 

Renata Rusca Zargar

 

Renata Rusca Zargar è autrice del libro “I numeri del destino e dell’amore”

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Chi è Renata Rusca Zargar

 

Savonese, impegnata in ambito sociale, studiosa di cultura islamica e indiana, insegnante in quiescenza, ha pubblicato diversi saggi e romanzi anche con il marito Zahoor Ahmad Zargar.

Tra gli ultimi nati c’è una raccolta di lavori delle signore anziane che hanno seguito i suoi corsi gratuiti di Lettura e Scrittura Creativa: “Leggere e scrivere …per divertimento, raccolta di racconti, poesie, disegni, calligrammi dei Corsi di Lettura e Scrittura Creativa”, pubblicato da Amazon.

Si occupa della Biblioteca di volontariato Libromondo e, prima del Covid, portava i libri in prestito nelle Scuole. Cura un blog di cultura, ecologia e società Senzafine: Arte, Cultura e Società di Renata Rusca Zargar  link

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