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“Il sogno di Atlantide” di Renata Rusca Zargar

Il sogno di Atlantide

di Renata Rusca Zargar

Arianna rilegge le pagine del “Crizia” di Platone che trattano di Atlantide: “Nel cuore del grande Tempio, circondato da una cancellata d’oro, c’era un Santuario dedicato a Poseidone. Quest’enorme edificio aveva il tetto d’avorio, ornato d’oro, argento e oricalco, mentre le pareti erano rivestite d’argento. Sui piedistalli si ergevano statue ricoperte d’oro, tra cui una di Poseidone su un cocchio tirato da sei cavalli alati, accompagnato da cento nereidi in groppa a delfini… ed uno dei metalli più preziosi estratti era l’oricalco, che emanava riflessi ignei e per preziosità era secondo solo all’oro. Oltre ai metalli c’erano anche cave di pietra e grandi quantità di legname. Gli animali abbondavano, persino gli elefanti erano numerosi… il canale e il porto più grande erano pieni di navigli e di mercanti che venivano da ogni parte del mondo e sollevavano giorno e notte clamore e tumulto vario e strepito per il loro gran numero…”

L’indice è fermo sul libro aperto ma il suo sguardo si perde al di là dei vetri della finestra: è notte e lontano brillano stelle e comete, meteoriti del tempo passato e futuro, chissà…

 

 

Poli camminava come inebetito lungo la strada in discesa fiancheggiata da palazzi delle nobili famiglie di quella terra. In fondo, riusciva a scorgere il porto dove il grande vascello, suo unico asilo, attendeva, ben ormeggiato. Tra pochi giorni sarebbe dovuto partire con Mila, con quella stessa imbarcazione che l’aveva portato lì due mesi prima, proveniente da un paese lontano, al di là del mare, ma molto più caldo di Atlantide.

Ora, questa prospettiva non esisteva più! Suo padre, un ricco mercante, l’aveva mandato a compiere quel viaggio verso una terra dissimile da tutto quanto conoscevano.

–Vai,- gli aveva detto- guida questa nave zeppa di banane e noci di cocco. Scambiale con qualcosa che ci convenga. Al di là dell’oceano, ci sono luoghi assai lontani, ma molti naviganti sono tornati di là raccontando di un paese ricco e desiderabile: Atlantide. Dai suoi abitanti essi hanno imparato a levigare coltelli, pugnali, specchi di ossidiana, punte di freccia e di lancia in selce e ossidiana così come a forare le perline per farne gioielli e una quantità di altre cose. Là c’è legname resistente, adatto per costruire le nostre navi. Se riuscirai a riempire la nave di legname o di qualche altro prodotto che ci possa essere utile, sarà un buon affare per noi. Intanto, ti farai completamente uomo e, quando tornerai, troveremo la moglie adatta a te. –

Poli era partito obbediente. Molte notti e molti giorni –settimane- erano trascorsi in mare. La terra non spuntava mai e le scorte d’acqua diminuivano sensibilmente.

I marinai protestavano: -Che bisogno c’è di andare così lontano? –gridava qualcuno arrabbiato – Altre ricche terre ci sono, più vicine alla nostra! Avremmo potuto andare dove sappiamo esistono buoni approdi, senza avventurarci in oceani che l’uomo non può attraversare. Siamo sicuri, forse, che ci sia davvero un paese al di là di questa grande acqua? Saranno racconti immaginari, favole, e noi moriremo senza rivedere la terraferma! –

Ancora e ancora, i giorni –e i mesi- si erano susseguiti, mentre dall’albero di maestra si poteva scorgere solo acqua e acqua e acqua, ovunque si girasse lo sguardo. La paura si era ormai insinuata nei pensieri di tutti e chissà cosa sarebbe successo se, un giorno, davanti al vascello, non fosse spuntata una terra, grande e scura per la distanza.

-Evviva! – aveva gridato l’equipaggio mentre gli uomini si abbracciavano, pregustando già cibi, bevande e ricche merci…

Anche l’animo di Poli si era rasserenato e osservava dal ponte quella meravigliosa terra rigogliosa di cui tanto si favoleggiava.

Man mano che ci si avvicinava, si potevano scorgere le imbarcazioni alla rada e anche un fervore di vita intorno al porto animato e allettante.

Giunti, finalmente, nella bella città che li aveva accolti, Poli aveva subito notato che il colore della pelle, in quel luogo, era assai diverso dal suo.

Essi erano, infatti, di carnagione bianca, di un pallore così chiaro che egli non aveva mai visto, a differenza del suo paese dove, invece, la gente aveva la pelle brunita, i capelli neri e gli occhi scuri.

Ma tutti lo avevano ricevuto benevolmente, valutando la sua frutta, assai desiderabile in quel clima freddo che non la produceva, e proponendo degli scambi equi, così che suo padre, a conclusione del viaggio, ne sarebbe stato contento.

Anche se gli affari erano stati sbrigati in pochi giorni, Poli aveva deciso di fermarsi comunque qualche settimana, per permettere all’equipaggio di riposarsi, prima del lungo ritorno.

Soprattutto, però, desiderava conoscere meglio gli usi e le abitudini di un popolo diverso dal suo.

Un pomeriggio di sole tiepido, non certo bruciante come quello di casa sua e che aveva reso le loro terre in parte arida, egli stava risalendo la strada proprio vicino al canale coperto che circondava la città, dove si ergeva un’alta torre di guardia.

Era diretto ai quartieri più signorili dell’abitato, dove amava osservare i palazzi che si affiancavano gli uni agli altri, le statue che adornavano i loro giardini verdeggianti, le stalle da cui si intravedevano i cavalli al riposo…

In quel mentre, aveva scorto una fanciulla a passeggio con alcune amiche. La sua carnagione, ovviamente pallida, si stemperava in un roseo entusiasmo che animava le sue gote, mentre parlava e rideva con le compagne. Una lunga treccia bionda le scendeva lungo le spalle, ricoperte dalla tunica bianca chiusa da eleganti gioielli che le ornavano anche il collo e le braccia.

Poli era rimasto colpito da lei, forse, dalla sua bellezza oppure da quel carattere gioioso ma energico che si poteva intuire dal suo comportamento.

Con insolito ardimento – assai raro nei contatti tra uomo e donna- aveva avvicinato il gruppo, ma tutte le fanciulle si erano allontanate ridacchiando.

Solo lei, Mila, la più bella e la più elegante di tutte, era rimasta a parlare con lui.

Alcuni giorni erano trascorsi, essi si erano rivisti molte volte e la loro amicizia si era trasformata in quell’amore che Poli aveva provato fin dal primo momento.

Come sempre succede a chi si ama, essi avevano scoperto di non poter vivere l’uno senza l’altra. Dunque, che fare? La sera, mentre passeggiavano mano nella mano nel boschetto di Poseidone, dove crescevano alberi di ogni tipo, o vicino al grande vascello che si dondolava dolcemente nelle acque tranquille del porto, discutevano i loro progetti.

-Devo ripartire, lo sai. –spiegava Poli- Mio padre mi aspetta e il mio paese è molto lontano! Là fa tanto caldo, non è come qui, non ci sono dappertutto foreste di alberi alti e frondosi, la terra non è abbastanza ricca di acque, ma abbiamo delle belle case, come le vostre, e non si sta male. Quando arriverò in patria, mio padre mi cercherà una sposa. Così è in uso e così sarà per me, perché ormai ho raggiunto l’età per una famiglia mia… Ma io vorrei solo te, per sempre! –

-Anch’io voglio solo te. Pure mio padre sta esaminando delle proposte per individuare uno sposo adeguato, ma io non lo accetterò, aspetterò che tu torni dal tuo viaggio. –

Era il coraggio di Mila, quella forza che Poli aveva intravisto fin dal primo sguardo, a suggerire le sue parole.

-Il viaggio sarà molto lungo, ma tornerò. –aveva risposto allora Poli- Quando sarò a casa, chiederò a mio padre il permesso di sposarti e staremo sempre insieme…-

La luna brillava vicina nel cielo e le stelle le facevano compagnia. Ah, com’erano vicine le stelle!

La notte, poi, mentre Mila sognava, nel suo lettino di fanciulla, il ritorno del vascello con il suo futuro sposo, Poli rimaneva a lungo sul ponte, incantato dalla bellezza del creato e di tutto quanto gli stava succedendo. Avrebbe chiesto a suo padre il permesso di sposare la donna che l’avrebbe fatto felice, egli non gliel’avrebbe negato e quindi sarebbe tornato qui, lietamente, a prenderla.

Eppure, i sogni si confrontano molto spesso con la realtà.

Le amiche di Mila, al corrente del suo amore, ne erano sconvolte.

– Ma sei matta? –le dicevano- Non vedi come è scuro? Come potresti sposare un uomo così brutto? E poi viene da lontano, ti porterà via, non vedrai più la tua casa, i tuoi genitori, le tue sorelle, i fratelli, gli amici… Chissà cosa ti succederà in un paese straniero! Lui potrebbe farti qualunque cosa, maltrattarti, persino ucciderti, e nessuno dei tuoi sarà là ad aiutarti! –

Mila non si preoccupava: -Ma non è brutto! –rispondeva allegra- I suoi occhi sono dolci e vellutati, pieni di sentimenti del cuore, i suoi capelli sono morbidi come le stoffe più preziose, i suoi lineamenti sono delicati quasi come quelli di un bambino. Poli è bellissimo e io non potrei vivere senza di lui! E anche se dovessi andare via di qui, lo farò, perché lui è il mio destino. –

Intanto, si avvicinava il tempo della partenza di Poli. –Guarda, Mila, – egli le aveva detto un pomeriggio mentre passeggiavano lungo la spiaggia dalla sabbia gialla e fine che si stendeva subito fuori della città e che conduceva al grandioso Tempio dedicato agli Dei dell’isola e agli antenati valorosi -ho una meravigliosa stoffa color porpora e voglio donartela perché tu ne faccia un abito. Sarà il mio ricordo, fintanto che non tornerò a prenderti. –

Un abbraccio li aveva uniti nella dolcezza di un futuro che era già presente nei loro cuori.

Tre giorni prima della partenza, però, Mila non era comparsa al consueto appuntamento. Inutilmente, Poli l’aveva cercata dappertutto, inutilmente, aveva chiesto notizie alle amiche di lei. Nessuno ne sapeva niente o voleva parlare con lui.

Il giorno dopo, ancora Mila non si era fatta vedere. “Che posso fare? – si chiedeva Poli disperato- Per domani è fissata la partenza. Tutto è pronto. Perché Mila non è venuta? Cosa le sarà successo? Non so più a chi domandarlo. L’unica cosa da fare è

andare direttamente a casa sua e chiedere di lei. Non potrei farlo, perché non ho il permesso di mio padre… Ma egli capirà che non avrei potuto agire diversamente.”

Presa dunque questa decisione, Poli si era presentato alla casa di Mila, un palazzo ornato di oricalco dai riflessi ignei. Aveva chiesto un colloquio con il padre ed era stato ricevuto in un’ampia sala dove si trovavano due grandi vasche in cui confluivano le acque calde e fredde dalle sorgenti della foresta che avevano virtù benefiche.

-Come osi turbare mia figlia? – gli aveva subito gridato il padre appena giunto nella sala, coperto di una lussuosa tunica adornata di gioielli preziosi –Chi sei tu per farle pensare che ti sposerà, un giorno? Tu sei uno straniero. Mai darò mia figlia a uno straniero. E non vedi la tua pelle? È nera e orrida come gli antri bui da dove escono gli spiriti del male. Va’, parti e dimenticati di lei. Le tue manacce nere non toccheranno mai la pelle bianca e liscia di qualcuno di noi: non osare mai più metter piede in questa terra o ti farò uccidere dai miei servi. –

Il colloquio era finito. Poli non aveva avuto il tempo neppure di ribattere che mani robuste lo avevano afferrato, trascinato fuori dello splendido palazzo e gettato nella strada.

Gli era sembrato anche di udire un sommesso rumore di risate proveniente, forse, dagli altri palazzi della via.

Ora, i suoi piedi, dunque, lo stavano riportando al vascello lungo la strada in discesa fiancheggiata da palazzi delle nobili famiglie di quella terra. Dentro era morto. Sentiva chiaramente che la sua vita era distrutta: mai più avrebbe rivisto la sua adorata Mila… Non c’era nessun senso nel continuare a vivere, lavorare, pregare, sperare… per cosa? Lei non sarebbe mai stata sua moglie, mai avrebbe condiviso con la sua vivace presenza gli eventi belli e brutti dell’esistenza, mai avrebbe raggiunto con lui il paese dalle grandi dune di sabbia e dalle palme alte quanto interi palazzi.

Dolorosamente, per la prima volta, aveva preso coscienza del fatto che il colore della sua pelle non era accettabile in quel paese, così come essere straniero creava un solco invalicabile tra lui e Mila. Eppure, anch’egli era ricco, anch’egli le avrebbe potuto offrire una vita agiata… Ma il padre di lei non aveva neppure permesso che lui si spiegasse!

Indifferente ormai a tutto, si era buttato sul suo giaciglio e la notte era trascorsa in un dormiveglia affollato di incubi spaventosi. Intanto, era giunto ormai l’ultimo giorno, i marinai concludevano i preparativi per la partenza che sarebbe avvenuta quella sera stessa, allo spuntare della luna.

In tarda mattinata, mentre egli osservava con tristezza dal ponte della nave quella città che lo aveva accolto avidamente come commerciante ma con disprezzo come uomo, una donna dall’aspetto modesto era giunta in porto e chiedeva di lui a uno dei suoi marinai.

Aveva disceso la scala di corda a precipizio: che cosa poteva volere da lui?

-Signore, – gli aveva sussurrato la donna, guardandosi attorno circospetta e timorosa- mi manda la mia padrona Mila. Devo scappare via subito perché nessuno sospetti di me, anzi, io ho il compito di farle la guardia. Mi ha detto di dirvi che, quando scioglierete gli ormeggi, ella salirà a bordo con voi. Vi prego, non mi chiedete di più e non fatene cenno a nessuno, suo padre è così furioso che potrebbe ucciderci tutti. Abbiate fiducia. –

La donna si era mischiata alla folla che a quell’ora comprava il pesce dalle barche tornate dalla pesca in alto mare. Poi, era corsa via, con il viso basso, coperta da un velo nero sui capelli e su parte del viso.

Il cuore di Poli si era come fermato. Lei sarebbe partita con lui! Una grande gioia lo faceva esultare, avrebbe voluto mettersi a saltare e ballare… Ma era vero? Chi era quella donna? Una serva fedele di Mila? O era tutto un inganno per farlo stare tranquillo? Egli non l’aveva mai vista, né aveva sentito parlare di lei.

La giornata era trascorsa lentissima in un’altalena di emozioni ora liete ora disperate. Non era stato capace di fare nulla se non di guardare dal ponte la città, scrutando non sapeva bene cosa, o di tornare alla sua cabina e viceversa, in un nervosismo che non aveva tregua. Ah, se lei non fosse venuta, meglio sarebbe stato morire in mare, trovare là, nella quiete delle onde blu, la sua tomba. Almeno qualcosa di lui avrebbe lambito le coste di quel paese crudele dove lei viveva e, forse, qualche volta lei sarebbe scesa alla spiaggia e l’onda le avrebbe toccato i piedi…

Oppure, forse, un pesce dell’oceano avrebbe divorato il suo cadavere e poi, magari, lei avrebbe mangiato quel pesce ed egli sarebbe rimasto chiuso in lei per sempre…

E se fosse stato, invece, tutto vero? Se lei avesse deciso di fuggire dal padre per andare con lui? Ma come avrebbe potuto? Come poteva fuggire da quel palazzo che gli era sembrato una fortezza? Mila avrebbe rischiato la vita e lui era lì, impotente, ad aspettare!

Finalmente –nel bene e nel male- stava scendendo la sera, una notte serena e luminosa si stava preparando. Il porto era quasi deserto, tutti erano tornati a casa o si erano rifugiati nelle loro imbarcazioni.

Ormai era giunto il momento. Con il respiro che sembrava mancargli, aveva dato l’ultimo ordine ai marinai: quello di mollare gli ormeggi. Intorno, non c’era nessuno, Mila non sarebbe venuta, ora lo capiva. Ma ancora scrutava nelle stradine che scendevano al porto, negli angoli bui vicino alle imbarcazioni…

No, non c’era nessuno e i marinai aspettavano solo di discostarsi dal molo.

La nave si stava staccando da quella terra, gli uomini ai remi prendevano vigore: sapevano che li aspettava un lungo percorso alla fine del quale, però, avrebbero rivisto le loro case e riabbracciato i loro cari. Per questo erano ansiosi di allontanarsi di là, mentre per Poli partire aveva il sapore della fine di tutta l’esistenza!

-Eh, oh! – gridavano nel loro sforzo di seguire il ritmo della remata.

Ed eccole là, sulla terra, due ombre nere.

Poli si era gettato a nuoto, legandosi prima a una corda. Tutti e tre avevano raggiunto, poi, in pochi minuti, a nuoto, la nave che prendeva il largo e con la corda si erano fatti tirare a bordo. Nemmeno si erano resi conto di quanto velocemente si fossero gettati in acqua e fossero riusciti a riparare su quella nave che era ormai l’unica salvezza.

Un’ora dopo, con degli abiti asciutti, Poli e Mila, in mare aperto, osservavano la terra che si allontanava, lentamente ma inarrestabilmente.

-Fino a domattina, – stava spiegando la fanciulla –mio padre non si accorgerà della mia fuga. Allora non potrà più fare nulla. Anche se incaricasse una nave di inseguirci, saremmo troppo lontani. Dopo l’ultimo nostro appuntamento al Tempio, quattro giorni fa, quando sono rientrata a casa, mio padre mi attendeva furibondo. Mi ha detto che l’avevo tradito, frequentando di nascosto uno sporco straniero dalla faccia nera. Mi ha gridato che non ti avrei rivisto mai più e che sarei stata rinchiusa nella mia camera fintanto che non mi avesse maritata e non fossi andata a vivere in casa di mio marito. Le mie amiche gli avevano raccontato tutto e io per lui non meritavo più nulla: non avrei più avuto la sua fiducia. Ormai che tutti sapevano del mio comportamento malvagio, non avrei più potuto fare un buon matrimonio ed egli mi avrebbe data a chiunque mi volesse, per allontanarmi da casa e salvare almeno l’onore delle mie sorelle. Così, mi aveva chiusa nella mia camera con Grata, la mia cameriera, che aveva l’ordine di non lasciarmi neppure avvicinare alla finestra. Giù dalle scale, invece, c’erano servi armati per impedirmi qualunque tentativo di fuga. Ah, quanto ho pianto e pregato!

-Ma come hai fatto a mandarmi quel messaggio e a scappare?

-Ho pianto così tanto, giorno e notte, che ho convinto Grata ad aiutarmi. Ella è riuscita a venire da te, perché nessuno poteva immaginare che lei mi avrebbe assecondata e così i servi non hanno badato al fatto che lei uscisse, dato che era solita farlo per andare a comprare il cibo.

-Ma i servi armati come vi hanno permesso di fuggire?

-Ho dato loro tutti i miei gioielli e li ho comprati. Mio padre non li pagava certo quanto li ho pagati io! Domattina, lasceranno la casa e con tutti quei preziosi potranno andare in un’altra città e avere una vita migliore. Solo in quel momento, mio padre si accorgerà che la mia camera non è più protetta da nessuno e vedrà anche che è vuota. Non potrà farci niente e noi non torneremo mai indietro. Ma io non ho più nulla, sono qui con l’unico vestito che avevo indosso e porto con me solo la mia cameriera fidata, che altrimenti sarebbe stata uccisa da mio padre. Non ho dote, gioielli, né abiti. Però, sono libera e, se tu mi vorrai davvero, sarò la tua sposa. –

Quanto era grande il coraggio di Mila, pensava Poli, e anche il suo amore. Quanto aveva rischiato fuggendo per raggiungerlo! Egli avrebbe dovuto essere degno di lei, sempre.

Intanto, con la mano nella mano, essi contavano le stelle in cielo.

Il firmamento era blu del colore dei sogni che si avverano, finalmente.

Il viaggio sarebbe stato lungo e, forse, avrebbero anche incontrato qualche tempesta. Ma, infine, ci sarebbe stato l’approdo felice in una terra che li avrebbe ospitati insieme per tutto il lungo tempo della loro esistenza.

 

Mentre, dunque, essi erano giunti nella patria di Poli e iniziavano una nuova vita, da qualche parte su quel continente, nel cielo stellato che essi amavano tanto contemplare, un asteroide si era scontrato con un altro asteroide. Quel piccolo masso rugoso, composto da minerali e metalli, formatosi probabilmente quattro miliardi e mezzo di anni prima, aveva, dunque, cambiato la sua rotta ed era, infine, piombato improvvisamente sulla terra.

Il tremendo impatto aveva determinato un’immediata catastrofe climatica, spostando un volume gigantesco di milioni di tonnellate d’acqua con ondate alte da otto a quindici chilometri che avevano attaccato le coste. Incendi violentissimi avevano distrutto le foreste del mondo intero, vulcani addormentati da migliaia di anni erano entrati improvvisamente in eruzione, riversando oceani di lava su milioni di chilometri quadrati di terreno, ricoprendo la superficie di uno strato alto trecento metri e anche più. Erano state immesse nell’atmosfera enormi quantità di fumo e detriti che, in seguito, erano stati sospinti in tutti gli angoli della terra da venti spaventosi che avevano oscurato il sole per quasi un anno, facendo scendere la temperatura sotto lo zero e avvolgendo il pianeta in un manto nero.

Arianna rammenta bene, infatti, che Rand Flem Ath, uno studioso, aveva affermato in una conferenza all’Università del Delaware nel 1996, che Atlantide era un’isola montagnosa, di notevole altezza, e che corrispondeva all’Antartide. La distruzione, a causa di una cometa o di un asteroide, era avvenuta presumibilmente intorno al 9.600 a.C. Il cataclisma aveva cambiato completamente il clima e la conformazione di alcune terre. C’erano prove di quello. Sugli aridi altipiani della Turchia, ad esempio, si innalzano le rovine di Catal Huyuk, la prima città di cui si abbia notizia. 10.000 anni fa, circa, l’importante civiltà che la edificò sorse dal nulla e non si conoscono luoghi e popoli grazie ai quali sia possibile stabilire l’origine delle capacità tecniche, commerciali e agricole degli abitanti delle fertili pianure dell’Anatolia. Forse, invece, erano uomini giunti dalla mitica Atlantide. Alcune carte nautiche antiche, poi, come la Piri Re’is del 1513, non solo mostrano l’Antartide, che fu scoperta soltanto nel 1818, ma la raffigurano anche libera dai ghiacci! L’unica spiegazione logica di questo mistero è supporre che queste carte nautiche fossero copie di carte molto più antiche, a loro volta copiate da versioni precedenti e così via a ritroso, fino al tempo in cui l’Antartide era sgombra dai ghiacci…

Arianna chiude il libro con le parole di Platone che hanno attraversato i secoli, stimolando studi e discussioni. Lo infila nella valigia già pronta e la richiude. Sì, lo porterà con sé per ripensare, ogni tanto, a quella storia meravigliosa e, forse, vera…

Poli e Mila, come pochi altri umani sulla terra, si erano salvati dal tremendo disastro e avevano raccontato ai loro contemporanei, con gli occhi abbagliati dalla magia del loro primo incontro, le meraviglie del mitico regno di Atlantide, inesorabilmente distrutto dal cataclisma. Molte generazioni avrebbero tramandato il sogno di un continente che mai più, navigando, era stato ritrovato e sempre l’uomo, alla ricerca di sé stesso, se ne era chiesto notizia.

Tra poco, Tongo avrebbe suonato al citofono e lei sarebbe scesa. L’aereo per il Togo li attendeva alla Malpensa e nessuno, oggi come allora, avrebbe potuto rovinare il loro sogno d’amore. Là si sarebbero sposati e, quindi, si sarebbero trasferiti in Egitto dove Tongo, che era archeologo, avrebbe continuato le ricerche che si facevano intorno alla Sfinge, sotto le cui zampe si diceva fosse la Sala degli annali di Atlantide.

Chissà che l’esistenza di Poli e Mila, insieme a tutte le altre di diecimila anni prima, non potessero tornare alla luce per chiarire il mistero!

E se un asteroide uscisse –meditava ancora Arianna- nuovamente e improvvisamente dalla sua orbita e precipitasse un’altra volta sulla terra?

Allora, anche l’attuale genere umano, che si crede onnipotente e che continuamente, con l’odio e con le guerre, distrugge sé stesso e le sue conquiste, nel terzo millennio, dovrebbe di nuovo ricominciare da capo. Con fatica e sofferenza, come dall’inizio dei tempi, dovrebbe imparare a sopravvivere su questo pianeta.

Renata Rusca Zargar

 

Renata Rusca Zargar è autrice del libro “I numeri del destino e dell’amore”

 

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Chi è Renata Rusca Zargar

Savonese, impegnata in ambito sociale, studiosa di cultura islamica e indiana, insegnante in quiescenza, ha pubblicato diversi saggi e romanzi anche con il marito Zahoor Ahmad Zargar.

Tra gli ultimi nati c’è una raccolta di lavori delle signore anziane che hanno seguito i suoi corsi gratuiti di Lettura e Scrittura Creativa: “Leggere e scrivere …per divertimento, raccolta di racconti, poesie, disegni, calligrammi dei Corsi di Lettura e Scrittura Creativa”, pubblicato da Amazon.

Si occupa della Biblioteca di volontariato Libromondo e, prima del Covid, portava i libri in prestito nelle Scuole. Cura un blog di cultura, ecologia e società Senzafine: Arte, Cultura e Società di Renata Rusca Zargar  link

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