domenica , Maggio 26 2024

“Il racconto” di Renata Rusca Zargar

Il racconto

di Renata Rusca Zargar

Il sogno di Giuseppina, fin da quando era bambina, era stato quello di scrivere: racconti, romanzi, fiabe, qualsiasi cosa. Ma prima che suo il sogno era stato di suo padre Francesco che si vantava di essere stato molto bravo in italiano quando andava a scuola. Poi, egli, occupato continuamente dal lavoro, in realtà, non aveva scritto neppure una riga né aveva letto neanche un libro tra quelli delle collane di romanzi e classici della letteratura che spesso acquistava.

I libri li leggeva Giuseppina ma, quanto a scrivere, il momento non era mai venuto neppure per lei.

Alcuni anni prima, infine, Francesco, tormentato da tempo da una terribile malattia, era morto e mai era apparso nei sogni di Giuseppina che avrebbe voluto essere la sua figlia prediletta. Spesso, in situazioni speciali, le veniva alla mente ma non riusciva mai a sentirsi unita a lui come avrebbe desiderato.

Fu così che un giorno, approfittando di un’influenza che l’aveva confinata in casa, prese la penna e decise di raccontare l’ultima storia sua e di suo padre e di abbellirla un po’ con la fantasia.

 

“L’OROLOGIO”

Gino era entrato in coma la mattina del 15 luglio. Nessuno era presente in quel momento nella stanza d’ospedale a più letti dalle grandi vetrate che s’affacciavano sul saliscendi delle colline scure solidamente ancorate alle acque del golfo intensamente azzurro. L’infermiera di turno, che era giunta contemporaneamente al carrello delle pulizie per spalancare le persiane e aprire le finestre, l’aveva trovato là, nel letto, con la bocca semiaperta e il respiro rantolante.

Subito aveva chiamato il medico che, considerata ormai l’inutilità di ogni cura, l’aveva fatto trasferire in una stanzetta libera, a due letti, perché potesse morire al riparo da sguardi indiscreti.

Poco dopo, erano arrivate la figlia Rossana e Giulietta, la ragazza albanese che lo accudiva da quando era diventato incapace di camminare.

Esse si erano accinte a vegliare la sua fine.

Le ore trascorrevano lente e nulla cambiava.

Egli non apriva gli occhi né dava alcun segno, solo quell’arida bocca spalancata ad acchiappare il respiro lo teneva collegato alla realtà terrena.

Poi, era iniziata la notte: altre ore inesorabilmente lunghe.

Infine, un sussulto, dei gemiti, e dall’antro scuro della bocca era sgorgato un fiume verde di bile.

-Aiuto, infermiera! – aveva chiamato Rossana, sperando, forse, in una ripresa.

Quante volte, infatti, suo padre l’avevano dato per morto!

–Il corpo non ce la fa più! – dicevano i medici –Il fegato non funziona, i reni, l’intestino, si stanno disfacendo. –

Eppure, ce l’aveva fatta tante volte.

Era tornato alla vita, lucido, seppur immobilizzato nel letto.

Altri giorni, invece, all’ora della visita, lo trovava là, tra lenzuola e biancheria gettate via, nudo, con il vomito che gli si attaccava addosso, incosciente…

Ma ormai non c’era più nulla da sperare.

Il rantolo era ripreso uguale, il corpo era gelido anche sotto le coperte di lana nonostante la temperatura estiva.

Sul comodino c’era il suo orologio d’oro con il bel cinghino di pelle nera.

Gino amava gli orologi e ne aveva regalati tanti e diversi a Rossana: di metallo, d’oro o d’argento, subacquei, con disegni colorati…

Rossana teneva tra le mani quell’ultimo oggetto di suo padre: funzionava perfettamente e segnava con indifferenza lo scorrere di quelle ore dense di dolore.

Poi, un altro giorno era sopravvenuto: 16 luglio, il compleanno di Rossana.

Ella aveva letto in un libro che alcune date sono molto importanti per noi: gli stessi numeri tornano ciclicamente a indicare eventi positivi o negativi ma sempre decisivi nella nostra vita.

Chissà, forse la sua data di nascita era stata importante per Gino quando, molti anni prima, era divenuto padre per la prima volta. Allora, forse, avrebbe concluso il suo cammino terreno proprio in quel giorno, le avrebbe dato un segno, e sarebbe stato comunque ricordare un avvenimento determinante.

-Chissà se l’inconscio funziona veramente così? – si chiedeva.

La notte si era avvicinata, la mezzanotte era trascorsa ed era iniziato il giorno 17.

Lo spirito di Gino, dunque, non aveva voluto mostrare che Rossana era qualcosa di speciale per lui. Ed ella lo rivedeva ancora nei mesi –tanti- trascorsi nel letto d’ospedale a scrutare il golfo oltre la finestra oppure a fissare la porta, in attesa della moglie e del figlio.

Ma essi non apparivano che raramente. Eppure, quando si facevano vivi, il suo sguardo s’illuminava, parlava, tutto felice, e mai appariva a loro malato.

Solo a Rossana riservava le lunghe giornate di febbre, l’impossibilità di trangugiare il cibo, le amnesie e i dolori che lo colpivano alle ossa.

Per anni, i colloqui con i medici erano stati un suo compito, i dubbi su quelle perdite di sangue… le decisioni da prendere, gli interventi chirurgici in extremis…

Tutto nelle sue mani!

Ormai, però, Rossana e Giulietta, stremate da quel terribile rantolo, pregavano che Dio concedesse la pace al di là delle sofferenze terrene.

Infine, alle tre e quindici del 17 luglio, il respiro semplicemente aveva taciuto.

In fretta, gli infermieri avevano preparato tutto per l’obitorio: Gino era stato vestito con un bell’abito scuro e il suo corpo malandato era diventato di pietra.

La borsa con le sue cose, un tovagliolo, un asciugamano, qualche pigiama, era pronta da rimandare a casa.

Solo sul comodino era rimasto l’orologio.

Segnava ancora le tre e quindici.

Strana coincidenza.

Fino a quel momento aveva funzionato benissimo, anche perché andava a pila e non aveva bisogno, come certi altri meccanismi, del movimento del braccio di chi lo usava.

 

Qualche tempo era passato.

A Rossana restava per ricordo del padre quell’unico orologio che non aveva consegnato alla madre con gli altri oggetti.

-Tanto nessuno lo vuole – pensava- Io, invece, lo userò. –

Il cinghino nero di pelle pitonata faceva bella mostra di sé al suo polso. Le ore della vita di sempre si muovevano in tondo ed ella non lo lasciava mai, neppure di notte.

Il ricordo del padre faceva male.

Egli non c’era più e non poteva raccontargli, come usava un tempo, gli episodi del suo quotidiano che divertivano tutta la camerata dell’ospedale.

Se, invece, ci fosse stato ancora, egli avrebbe letto quegli articoli che ella scriveva su di un piccolo giornale di provincia e sarebbe stato orgoglioso delle lotte un po’ assurde che Rossana faceva per seguire sempre i suoi principi e i suoi valori.

A volte, ella avrebbe voluto sapere se le era restato vicino anche dopo la morte, se poteva aiutarla, se Dio l’aveva accolto in una pace che l’uomo non può comprendere.

Ma non provava nessuna sensazione di risposta.

Solo l’orologio l’accompagnava nel cammino con quel leggero ticchettio delle sottili lancette che girava indicando i minuscoli puntini d’oro a rappresentare le ore.

Naturalmente, facendo la doccia, Rossana toglieva l’orologio e così era capitato che, nella fretta di correre al lavoro, lo avesse dimenticato a casa. Tornata, aveva notato che la macchina meccanica si era fermata.

–Forse sarà scarica la pila. – aveva concluso. Ma poi, rimesso al braccio, l’oggetto riprendeva a funzionare con precisione.

Questo fatto era capitato diverse volte tanto che ne aveva chiesto ragione a chi si intendeva di questo tipo di meccanismi.

–L’orologio funziona a pila e quindi va sia al braccio che in qualsiasi altra posizione, purché la pila sia attiva. – le era stato risposto.

Per precauzione, comunque, Rossana aveva fatto cambiare la pila dall’orologiaio e ne aveva scelta una più resistente delle altre.

Eppure, quella era diventata quasi un’ossessione: appena lontano dal braccio, anche per pochi minuti, l’orologio si fermava inesorabilmente e riprendeva a funzionare non appena rimesso a posto.

Per il resto, tutto andava bene, il tempo mitigava il dolore.

Solo ogni tanto ella ricordava quel corpo scheletrico, quel viso affilato e scarno, e si chiedeva perché mai suo padre non le fosse apparso neppure in sogno.

Un tempo, alla morte della nonna, le era sembrato addirittura di vederla avanzare scivolando in casa, vestita dei suoi panni scuri e sorridente.

Poi, l’aveva sognata molte volte e la sua presenza le dava conforto e aiuto nel superare le difficoltà.

Ma il padre, forse, non era a lei, come al solito, che dedicava la sua attenzione maggiore!

Alla fine dell’anno, l’ufficio aveva organizzato una bella gita in montagna.

Rossana aveva aderito con piacere: qualche giorno in un paesaggio diverso, sulla neve, lontano dal caos della città…

Già se le immaginava le candide distese di neve, i silenzi ovattati a un passo dal cielo blu e le fiaccolate a rischiarare la notte!

Erano partiti in molti, assiepati in un lussuoso autobus fornito di ogni comfort.

Eppure, scivolando a una curva della strada di montagna, l’elegante autobus era precipitato giù dalla scarpata, rotolandosi e infrangendosi tra alberi e spuntoni di roccia.

I soccorritori avevano trovato corpi sparsi qua e là tra le lamiere. Molti erano morti, altri gravemente feriti.

Rossana era stata trasportata all’ospedale: le sue condizioni apparivano disperate, forse un’emorragia interna…

Al suo polso, l’orologio si era arrestato sull’ora dell’incidente.

Ella non aveva visto la sala operatoria dai colori verdi, né i medici affaccendarsi su di un corpo dai flebili segnali.

E l’orologio, nel cassetto del comodino dove era stato deposto dall’infermiera che l’aveva preparata per l’operazione, giaceva ancora, inutilmente fermo.

Erano trascorsi alcuni mesi, le sue condizioni erano sempre molto gravi e i medici avevano deciso per un’altra operazione al cervello, l’ultimo tentativo per recuperarla alla vita.

-Le prossime ore saranno determinanti. – aveva detto il chirurgo ai parenti dopo le lunghe ore nella sala operatoria – Ma probabilmente non ce la farà. –

Era il 16 luglio, il giorno del suo compleanno.

Il tempo trascorreva lento.

Rossana, in sala rianimazione, non aveva ripreso conoscenza. Solo le macchine che sostituivano le funzioni cardio-respiratorie la tenevano ancora in vita.

Alle dieci di sera era cambiato il turno degli infermieri e una di loro era venuta a vederla: tutti ricordavano ancora quel terribile incidente di cui, a suo tempo, avevano parlato i mass media!

Rossana giaceva là, con il respiro sempre più debole…

Sospirando, l’infermiera le aveva praticato l’ultima iniezione della sera.

Sapeva bene che non si esce che molto difficilmente dal coma, specialmente in quelle condizioni. Poi si era dedicata agli altri malati.

Mancavano cinque minuti alla mezzanotte del 16 luglio quando le macchine avevano preso a suonare: il cuore si stava fermando definitivamente.

–Presto, adrenalina! Massaggio cardiaco! –

Rossana aveva riaperto gli occhi: era mezzanotte meno due minuti del 16 luglio ed ella era salva.

Nel cassetto, l’orologio aveva ripreso a funzionare e lassù, tra le alte sfere del cielo, Gino sorrideva con la sua bocca scarna e sdentata.”

 

Ecco, il racconto era completo.

Ora doveva spedirlo a un Concorso letterario della sua città di cui sentiva parlare da tanto tempo.

 

Fu solo dopo alcuni mesi che Giuseppina ebbe il risultato del Concorso: aveva vinto il primo premio e la storia sarebbe stata pubblicata su di una rivista.

Beh, non era male come inizio!

Lassù, nel frizzante empireo lucido di stelle, Francesco sorrideva con la sua bocca scarna e sdentata.

 

Renata Rusca Zargar è autrice del libro “I numeri del destino e dell’amore”

 

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Chi è Renata Rusca Zargar

 

 

Savonese, impegnata in ambito sociale, studiosa di cultura islamica e indiana, insegnante in quiescenza, ha pubblicato diversi saggi e romanzi anche con il marito Zahoor Ahmad Zargar.

Tra gli ultimi nati c’è una raccolta di lavori delle signore anziane che hanno seguito i suoi corsi gratuiti di Lettura e Scrittura Creativa: “Leggere e scrivere …per divertimento, raccolta di racconti, poesie, disegni, calligrammi dei Corsi di Lettura e Scrittura Creativa”, pubblicato da Amazon.

Si occupa della Biblioteca di volontariato Libromondo e, prima del Covid, portava i libri in prestito nelle Scuole. Cura un blog di cultura, ecologia e società Senzafine: Arte, Cultura e Società di Renata Rusca Zargar  link

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