domenica , Luglio 14 2024

“La pianta secca” di Renata Rusca Zargar

La pianta secca

di Renata Rusca Zargar

PROEMIO

È una pianta secca, o quasi.

Viene qualcuno in casa e chiede: -Sta male? Signora, vuole che le porti un po’ di concime? –

Le sue foglie lunghe e affusolate sono in parte cadute e il tronco, quasi spoglio, ha un brutto colore.

-No, è una pianta tropicale. Ha troppo freddo qui, in questa casa. Ma si riprenderà. –

Ha freddo.

Anche tu, Emanuele, forse avrai freddo, così immobile nel letto d’ospedale.

A me, quando vado a letto, viene sempre freddo. Allora mi raggomitolo tutta sotto le coperte, mi tiro giù la felpa sulla schiena, mi sembra che altrimenti entri l’aria.

Ma Emanuele è disteso, non può aggiustarsi il pigiama perché il respiratore e le altre macchine che lo tengono in vita non gli permettono tanti movimenti.

-Ciao, devo andare ora. Ci vediamo domani. –

Emanuele apre gli occhi ma non risponde.

Fuori, il grigio della giornata e l’umidità di tanti giorni di pioggia, incombono. Torno a casa.

Eccola lì, la pianta dalle foglie mezzo secche.

L’ho spostata in bagno, sulla lavatrice, mi ero stancata di sentire commenti del tipo: “Ma buttala, non vedi che è morta?”

Qui, forse, si riprenderà.

 

Oggi è domenica. Fulvia, come ogni settimana, va a trovare Emanuele in clinica. Si siede vicino al letto, gli accarezza le mani.

Dopo l’incidente, Emanuele è rimasto per un lungo periodo nel reparto di terapia intensiva dell’Ospedale San Martino di Genova. Là non si poteva stare che a guardarlo per pochi minuti da quella specie di finestra, attaccato alle macchine che lo tenevano in vita, con tutti quei tubi!

Poi, bisognava consolare la madre che stava sempre là, anche se non poteva vederlo che per poco tempo.

-Voglio essere qui, quando si sveglia. – diceva la madre –Quando avrà bisogno di aiuto per ricominciare a parlare, a mangiare, a muoversi…-

Inutilmente, i medici le rispondevano che ci sarebbe voluto del tempo e che, forse, Emanuele non si sarebbe svegliato più…

La madre non si arrendeva. Si aggirava, in quelle lunghe ore, nei viali, al bar, dalla rivendita di giornali…

Fulvia si sentiva anche un po’ a disagio. In fondo, lei ed Emanuele erano sempre insieme, avevano vissuto insieme tutte le esperienze e persino l’incidente. Ma lei ora era in buona salute e lui si trovava immobile nel letto.

Così, non ce la faceva a guardare la madre negli occhi, si sentiva colpevole.

Colpevole di esserne uscita addirittura senza neppure un graffio.

Dopo due mesi, Emanuele era stato portato in clinica a Savona: la sua condizione si era stabilizzata, ma non si era ancora svegliato.

Fulvia, dunque, ogni domenica va a fare compagnia a Emanuele, intanto che la madre, un giorno alla settimana, si riposa un po’. La clinica si trova in alto, su una bassa collina, in un quartiere residenziale di Savona. Savona è fatta così, tutto un saliscendi.

Ogni cosa è in ordine, nei corridoi della clinica, c’è pulizia e silenzio.

Ella chiude la porta della stanzetta, si siede accanto a lui, accende un piccolo i-pad che porta sempre con sé e dà il via alla musica che ha scaricato da internet: le canzoni che piacevano tanto a Emanuele. Ha sentito dire che la musica, le parole, le carezze, possono aiutare a riprendere conoscenza. Solo ha eliminato tutta la musica di quella sera, non gliela fa mai sentire, perché non vuole che lui abbia brutti ricordi, che, magari, se riesce a comprendere, stia male. O, forse, che abbia qualche reminiscenza inconscia, chissà!

Un pomeriggio, uno dei tanti, appena gli aveva toccato la mano, lui aveva aperto gli occhi e l’aveva guardata.

Fulvia aveva sentito, in quel momento, un tuffo al cuore. Dunque, non era finita! Emanuele si era risvegliato, finalmente! Tutto sarebbe ricominciato…

Era corsa a chiamare la suora. -Presto, presto, venite! Chiami il medico! Emanuele si è svegliato! –

La suora era accorsa, poi aveva allertato anche il medico. In quei pochi minuti, Emanuele era tornato a dormire, come al solito, non sembrava che avesse mai aperto gli occhi né che l’avesse guardata! Il medico le aveva spiegato allora che la persona in coma può anche aprire gli occhi e non significa che abbia ripreso conoscenza.

-Perché si possa accertare che una persona colpita da grave cerebrolesione acquisita che si trova in condizione di coma passi almeno a uno stato di minima coscienza, è necessario individuare dei comportamenti finalizzati, volontari, e soprattutto

riproducibili. – aveva concluso.

-No, no, mi ha guardata, si è girato verso di me, mi ha guardata! – insisteva lei con foga.

Il medico aveva fatto dei test, anche il giorno dopo, per essere sicuro, per non scartare nessuna ipotesi, ma, purtroppo, la conclusione non era stata benevola.

Lei stessa era corsa su, in clinica, anche il lunedì, sperando in un esito clemente.

Ma, infine, si era dovuta arrendere. Quelli di Emanuele, per il momento, erano solo comportamenti riflessi.

Seduta, a fianco del letto, in quelle ore, mentre ascoltava la musica e gli stringeva le mani, ogni tanto gli diceva qualcosa, gli ricordava qualche loro momento.

Come quando si erano incontrati per la prima volta.

-Eravamo tutti seduti su di un tappeto, ricordi Emanuele? In quella stanzetta, in casa di Paola, ci si arrivava da una salita lastricata in pietra, un vicolo dalle parti della stazione di Principe, a Genova. Ero venuta con un’amica che aveva conosciuto Paola all’Università: tutt’e due frequentavano filosofia. Quando hanno fatto girare una canna, ti ricordi? Era la prima volta, per me e per te. Dopo, avevamo iniziato a

parlare, a raccontarci… Ci eravamo capiti subito. Era stata una lunga notte. A uno a uno gli altri ci avevano lasciati soli nella stanzetta. Confidenze, abbracci, era stato come un riconoscerci. Da quella notte non ci siamo più separati. –

Le lacrime scendevano silenziose sul suo viso.

Abbracci, occhi negli occhi…

E ora?

Emanuele aveva sorriso. Il cuore di Fulvia aveva saltato un battito. Si era risvegliato? Dopo una manciata di secondi, questa volta, aveva capito che non era così.

Ma continuava a sperare.

Un giorno, egli avrebbe aperto davvero gli occhi e l’avrebbe vista lì.

Era successo a tanti, erano tornati dal coma. Anche lui l’avrebbe fatto e avrebbero ripreso la vita da dove l’avevano lasciata.

 

Emanuele, figlio mio, come va? Come ogni giorno, sono qui. Vengo a trovarti. Mi siedo vicino a te e ti parlo. Ti porto la biancheria pulita, metto dei fiori in un vasetto. La tua stanzetta è tutta bianca e verde, dà l’idea dell’ordine e della pulizia. Ogni tanto, mentre sono qui, lavoro all’uncinetto. Mi è sempre piaciuto lavorare all’uncinetto. Anni fa, mi facevo anche dei cappellini (ti ricordi quanto mi hai preso in giro per quello rosa?) o dei bordi per le gonne. Ma ho fatto anche copricuscini e centrini che sono sparsi per l’appartamento… Poi ho smesso, perché, tra il lavoro e badare alla casa, non avevo più tempo. Ma ora, il mio unico lavoro è venire qui, da te, parlarti, condividere la vita perché tu possa al più presto rientrarci dentro, ritornare a noi. Così, posso fare ancora un po’ di uncinetto, sto lavorando a un copritavolo rotondo blu che, vedrai, ti piacerà. Eri un bambino tanto bello, con quei capelli neri e gli occhi grandi. Eri scatenato, non stavi mai fermo!

 

Fulvia è seduta vicino alla finestra. Fuori piove forte. Il vento e l’acqua sbatacchiano i grandi alberi del giardino. I vasetti di ciclamini rossi e bianchi che contornano le aiuole si sono rovesciati. Neppure la musica quel giorno le dà energia. E se Emanuele rimanesse così per sempre? Non vuole pensarci, deve combattere perché non sia così. Ma se lo fosse, cosa potrebbe fare lei? È un brutto pensiero, che però, ogni tanto, le spunta in mente. Lo caccia. Presto Emanuele rinascerà, la loro storia riprenderà più bella, più forte.

-Ti prego, Emanuele, svegliati! Non lasciarmi sola! Abbiamo fatto tutto insieme, eppure solo tu ora sei qui nel letto, solo tu sei fermo, in attesa di rivivere! Non lasciarmi sola. Che potrei fare? –

La mente va alle loro lunghe passeggiate, mano nella mano, agli abbracci…

Quell’ultima sera, quasi come un presentimento, qualcuno aveva raccontato, nel pub dove si incontravano di solito, “Il sermone del fuoco”. Che c’entrava? Mah, forse, chi parlava era un simpatizzante buddista. Che diceva? Budda si rivolgeva a mille monaci e spiegava loro che tutto brucia, attraverso il fuoco dell’attaccamento, dell’avversione, della confusione. Brucia a causa della nascita, della vecchiezza, della morte, della pena, del lamento, dell’angoscia, dello scoramento… L’udito brucia, la

vista brucia, l’olfatto brucia, il gusto brucia, il tatto brucia, la mente brucia… Solo il non attaccamento libera l’essere umano.

Perché l’aveva raccontato proprio quella sera? Era forse un presentimento, una giustificazione per ciò che sarebbe capitato? Emanuele è lì attaccato ai tubi, è prigioniero dell’attaccamento? Non si è lasciato andare? Ma deve andare? È questo il vero senso del Sermone del fuoco? Non riesce a lasciare, così è condannato alla sofferenza? E dove deve andare?

 

Oggi, di nuovo, piove. Quest’anno il tempo non ci lascia in pace. L’umidità entra dappertutto, forse, ci farà marcire. Mi fa male una spalla, forse, avrò dormito male o, forse, avrò fatto qualche movimento brusco. Mentre camminavo per venire qui, in clinica, l’ombrello si girava al contrario ad ogni sbuffo di vento. Qui a Savona, il vento rompe tutti gli ombrelli, lo sai. Una volta, mi sono trovata in piazza del Popolo, vicino al fiume, e non riuscivo più a chiudere quell’ombrello al contrario che sembrava trasportarmi via… Avevo pensato che mi avrebbe trascinata nel fiume! E avevo fatto tanta fatica a girarmi, rigirarlo, ormai tutto rotto, chiuderlo e buttarlo nella spazzatura. Ero tornata a casa sotto l’acquazzone, fradicia!

Meno male che ora sono arrivata, qui in clinica c’è caldo e tranquillità. Tu sei lì nel letto, come sempre. Ti ho portato gli indumenti puliti, come al solito, e li ordino nel tuo armadietto. Di colpo, ricordo la tua adolescenza…

Perché mi viene in mente ora quando litigavamo?

Forse, è lì che ho sbagliato qualcosa? Per quello è finita così?

I nostri rapporti sono diventati difficili quando tu avevi 16 o 17 anni, quella volta, per una lite, non so neppure più il motivo… stavamo facendo una passeggiata su da un sentiero, in montagna. Un sentiero scosceso, sassoso, franoso… Ho ancora davanti agli occhi la tua furia, per qualche futile motivo, non ricordo quale! Sei venuto contro di me con aggressività, con i pugni stretti, il viso rosso, urlavi, sembrava che mi volessi picchiare… Sì, ho avuto paura. E poi dolore. Perché potevi trattarmi così? Cosa avevo fatto di male? Non avevo fatto del mio meglio per crescerti, insegnarti, darti tutto il mio affetto? Avevo davvero cercato di fare del mio meglio! Eppure, quante incomprensioni: la nostra relazione si è rovinata in quel periodo. Certo, riflettevo, cercavo di capirti perché l’adolescenza è un periodo complicato… Ma, ci sono pur sempre dei limiti! Forse eri stressato dalla scuola. Forse, non sono stata capace di comprendere, di accettare il tuo malessere. Forse, crediamo sempre che i nostri figli debbano essere perfetti, non accettiamo i loro impedimenti, gli handicap… Non riusciamo a intendere il disagio dei nostri figli. Non vogliamo vedere.

Fino a poco tempo prima, sembravi diverso. Non volevi mai uscire di casa. C’era stato un periodo che prendevi una strada diversa per tornare da scuola, non volevi andare insieme con i compagni. Perché? Forse perché non eri ancora cresciuto in altezza, eri più piccolo degli altri, probabilmente ti prendevano in giro… Pensavo che fosse una fase dello sviluppo, difficoltà normali nell’adolescenza, non mi ero preoccupata tanto. “Prima o poi crescerà, prima o poi uscirà.” mi dicevo. Infine, avevi iniziato a uscire qualche volta con gli amici. Sembrava tutto normale.

Ma, un’estate, ero stata qualche giorno a Roma da una mia amica. Al ritorno, la zia mi aveva raccontato che erano venuti dei brutti ceffi in casa, la notte, che avevate fatto tanto chiasso disturbando tutto il palazzo. Ti avevo chiesto cosa fosse successo e tu ti eri inferocito. Non avevi voluto dare nessuna spiegazione, né accettare nessuna forma di dialogo!

È da quel momento che il solco tra di noi è diventato tanto profondo. Io non ti riconoscevo più, non eri più quel bambino, poi ragazzo, che avevo scelto di far nascere e poi crescere con determinazione e amore e con il quale avevo condiviso la mia vita. Mi sembravi un estraneo e, soprattutto, un estraneo con sentimenti malevoli nei miei confronti. A una qualsiasi domanda, rispondevi sempre con la stessa frase: “Se riesci a non complicarmi ancora di più la vita di come hai sempre fatto, te ne sarei grato.”

C’è stato persino un tempo in cui volevi farmi credere di essere omosessuale. Avevo sofferto tanto, non perché pensi che l’omosessualità sia una malattia o qualcosa di mostruoso, ma perché consideravo che ancora oggi, nella società, gli omosessuali debbano affrontare tante difficoltà ed esclusioni.

Ora, forse, di quel periodo, non te ne ricordi neppure più.

Il dolore costella il nostro rapporto da un pezzo ma, certo, non è mai stato atroce come ora.

Le lacrime mi pungono gli occhi. Dentro il petto, mi sembra si spezzi il cuore.

Ma devo avere coraggio e andare avanti.

Eppure, con te, finisce anche la mia vita.

 

Fulvia, carezzava la mano inerte di Emanuele mentre rifletteva e ricordava.

Un giorno, davanti all’ingresso dell’Università c’erano degli studenti che vendevano il giornale di Lotta Comunista. Ma non solo. Invitavano i giovani che entravano a partecipare a una riunione per comprendere il messaggio leninista e la sua attualità nel mondo globale. Certo, per simpatia gli avevano allungato i 3 euro che chiedevano, avevano assicurato che ci avrebbero pensato su e che, forse, avrebbero partecipato alla riunione il pomeriggio seguente, unendosi ai proletari di tutto il mondo! Ma non li capivano. Alla loro età, perché sprecare tempo in riunioni, perché stancarsi a stare in piedi davanti alle scuole per vendere i giornali o, peggio ancora, andare a venderli nelle case porta a porta? Tanto, cosa sarebbe cambiato?

Il mondo non l’avevano fatto loro e non ci si poteva fare niente.

Invece, la sera, avevano raggiunto quella strada, non ne ricordava il nome, che dalla Foce arriva fino alla stazione di Brignole. Non c’era molta gente nella discoteca, era un giorno settimanale. Fulvia ballava anche da sola, in mezzo alla pista, al ritmo della musica house. Emanuele, invece, girava per la sala con il bicchiere in mano, parlava con uno e con l’altro…

Lì egli si sentiva completamente a suo agio. Con parecchie di quelle persone aveva un’amichevole familiarità, un po’ come essere fratelli che si comprendono, si accettano. C’era condivisione, simpatia, ci si sentiva rilassati, inclusi, si stava bene, insomma.

Infine, erano usciti fuori. C’era un tipo basso, con un paio di pantaloni sportivi dalle grandi tasche laterali, gli occhiali scuri, i capelli lisci, l’aveva già visto altre volte, camminava con le gambe un po’ larghe…

Emanuele, il tipo e qualche altro amico e amica, si erano seduti nell’erba dell’aiuola, proprio di fronte al locale. Anche Fulvia si era fermata con loro. La polvere bianca era lì, su una carta, il tipo aveva fatto un rotolino di carta d’alluminio e tutti se l’erano passato con calma, senza fretta.

Piano piano il cielo stava schiarendo.

Fulvia si sentiva bene, attiva, il tempo era bello e lei faceva parte del gruppo.

Poi, erano tornati a Savona con la Giulietta del padre di Emanuele. L’autostrada, ancora poco frequentata a quell’ora, si svolgeva come un bel nastro grigio verso l’orizzonte alto del cielo.

Le curve sembrano volare via lisce, scivolando verso il passato… O meglio, verso l’alto del cielo…

C’era un senso di potenza, bellezza, onnipotenza…

 

Sai Emanuele, oggi hanno detto durante le news alla televisione che, in Texas, un uomo aveva portato il suo cane dal veterinario perché non stava bene. Il veterinario aveva diagnosticato una malattia spinale congenita che l’avrebbe portato in breve alla morte. Il padrone aveva acconsentito all’eutanasia, lasciando il povero animale al veterinario. Ma sei mesi dopo, si era scoperto che il cane era vivo e che veniva usato dal veterinario come cavia per le trasfusioni! Naturalmente, il veterinario è stato arrestato e il cane è tornato dal padrone. Non aveva nessuna grave malattia! Non avevo mai considerato che esistesse l’eutanasia per gli animali. Beh, è giusta, se veramente non c’è più nulla da fare per l’animale, inutile condannarlo a tanta sofferenza. Per l’uomo, non ci posso neppure pensare. Mai accetterei di accorciare una vita umana. E poi, tante malattie sono state curate con il progresso della scienza, tante persone vivono che un tempo non sarebbero vissute. Bisogna avere fiducia. E pregare.

 

Quella sera, un loro amico aveva portato in disco delle pasticche. Emanuele e Fulvia ne avevano inghiottita una. Tutto era meraviglioso. La luce si spandeva in infiniti raggi dai mille colori, i suoni amplificati entravano nelle vene riempiendole di quell’esistere pieno tanto a lungo cercato, sensazioni immaginifiche e strabilianti…

Erano andati in giro per le strade cogliendo forte la vita, le facce della gente inconsapevole, i movimenti dilatati… Ridevano di quel segreto che cullavano dentro, si stringevano le mani, rampolli di una razza sublime che possedeva l’essere e la sapienza celata agli altri. Si era squarciato il velo di Maya, si poteva, dunque, penetrare la realtà vera, andare oltre… ma dove?

Fulvia ripensava alle loro sensazioni: ma avevano squarciato il velo con la pasticca? O si erano solo rifugiati in un finto mondo per superare l’angoscia di vivere? E lei ora che lui era lì? Aveva superato i suoi limiti? E lui? Era, forse, proibito superare quel limite, entrare nel cerchio magico dei sapienti, e questa era, dunque, la punizione?

Povero Emanuele, lui solo era stato punito. No, forse, anche lei che non sarebbe stata felice mai più, per tutta la vita avrebbe passato la domenica pomeriggio con lui, ad assisterlo… Lui silenzioso e immobile, lei con l’i-pad e le chiacchiere senza senso.

Eppure, erano stati così felici! Lei era la sua prima vera ragazza, chissà perché non aveva mai stabilito una relazione stabile fino a quando non si erano trovati loro due, uniti in modo indissolubile.

Forse, con quella madre che lui definiva “strega”, Emanuele non aveva mai avuto il coraggio di farsi una compagna, forse, lei glielo aveva impedito.

 

Il tempo passa. Sono mesi e mesi che sei qui, in questo letto. Mi viene in mente la mattina in cui, dopo 62 giorni di ospedale a Genova, sei stato riportato a Savona, in clinica. Così, anch’io sono tornata a casa. Mai avevo voluto farlo, nei sessantadue giorni del tuo ricovero a Genova! Ero rimasta là, sdraiata su una poltrona, o in giro per quella piccola città con vari padiglioni e servizi che è l’ospedale. Non mi sentivo di affrontare un viaggio, in treno o in auto, che mi sembrava troppo lungo: e se in quel momento tu ti fossi svegliato? Sarei stata lontana, non avrei potuto accorrere. La mia amica Ester mi aveva portato qualche abito e biancheria da cambiarmi e io ero rimasta a Genova, sempre. Avevo anche provato un paio di notti a prendere una stanza in un alberghetto a poche decine di metri dall’ospedale, ma non avevo pace. Era là, dentro, che volevo stare.

Poi, infine, siamo tornati a Savona. Io a casa e tu in clinica. Sempre nell’attesa che qualcosa cambi.

Il Corso Ricci, mentre lo percorrevo di mattina presto, era quasi deserto. Da un lato il fiume, o meglio il torrente, Letimbro, sempre scarso di acqua, e dall’altro, il centro commerciale. Gli alberi spogli lo affiancano dai due lati. Mi fa sempre questa impressione quando torno. Non è una strada accogliente, sembra sempre un po’ industriale, anche se fabbriche non ce ne sono più da molti anni, sembra freddo, grigio…

Ogni volta che parto e che poi torno, lo rivedo come un rientro che non si sa quante volte si ripeterà ancora. Quanto è fragile la nostra vita sulla terra, penso. Una volta, infine, non tornerò più.

E tu Emanuele, tornerai? Tornerai davvero?

 

A Emanuele piaceva guidare con la musica a manetta. L’autoradio faceva rimbombare tutta la vettura, il ritmo scorreva forte nel sangue, il cuore si gonfiava di emozioni… La vita era piena, insuperabile, e loro due erano forti, felici. Magari si fermavano da qualche parte, si accendevano una canna, parlavano un po’, si abbracciavano.

Nessuno l’aveva mai capita come Emanuele. E anche lui non aveva avuto mai un grande amore come lei. Forse, era stato un ragazzo timido, forse non aveva trovato la persona giusta. Emanuele non andava per niente d’accordo con sua madre, “quella strega” la chiamava. Forse, era per quello che non era mai stato felice. Lei gli aveva impedito di crescere a modo suo. Lei voleva sempre comandare. Una volta, aveva sentito Emanuele urlarle al telefono: “Tu, che sei vecchia, hai un piede nella fossa,

vuoi impedire a me di vivere la mia vita!” Un’altra volta ancora egli aveva puntualizzato con rabbia: “Io sto sempre contro di te e con tutti quelli che sono contro di te.”

Chissà perché avevano dei rapporti così difficili. Emanuele era così aggressivo solo con sua madre.

Ma ormai loro due erano insieme, tutti i problemi del passato non avevano più senso e non c’era altro da dire.

L’altra sera trasmettevano un dibattito in televisione sull’eutanasia. Fulvia aveva ascoltato per un po’. C’erano rappresentanti di varie religioni, tutti contrari. La vita è sacra, non si può toccare.

C’erano, però, anche specialisti che dicevano che quando la persona ha solo una vita vegetativa non ha senso prolungare tutta quella sofferenza per i familiari. La persona è già morta, non si accorge di nulla.

Fulvia accarezzava le mani di Emanuele. Le lacrime le scendevano in silenzio sulle guance. Cosa avrebbe fatto se avesse dovuto decidere?

 

Oggi è tutto grigio, il cielo incombe su di me. Ma prima o poi verrà la primavera. Ho bisogno di sentire quel profumo nell’aria, quella sensazione di stare bene, di essere viva. Anche tu la provavi? Invece, con questo tempo mi sento schiacciata, mi manca il respiro. Sono stanca.

Tu sei ancora qui, nel letto, ogni tanto apri gli occhi ma mi sono abituata. So che non significa che ti sei risvegliato: un tempo, mi balzava il cuore in bocca, ora non più. So che è inutile. Dormi.

Da piccolo eri molto vivace. Ogni tanto, alla scuola materna mi mandavano a chiamare perché eri salito sul tavolo o chissà cosa avevi combinato. La maestra era mia amica e aveva tanta pazienza…

Anche alle elementari eri discolo. Eppure, avevi un maestro buono e gentile. Poi, alle medie, studiavi così poco! Quando andavo a ricevimento, dovevo sempre sentire le lagnanze dei professori. Nelle superiori, è andata un po’ meglio. Hai ripetuto un anno ma, infine, te la sei cavata bene.

Ormai, mi sembrava che i problemi fossero finiti, frequentavi l’università, avevi trovato questa ragazza, sembravi contento. Non mi aspettavo che tutto sarebbe andato a finire così!

Sono quasi sei mesi che sei qui. Non è ancora successo niente.

Ho sentito un dibattito alla televisione sull’eutanasia. Terribile! C’era gente che diceva che ognuno ha diritto alla dignità della vita e che non è vita quella vegetativa. Ma molti si sono risvegliati dal coma, anche dopo tanto tempo. E se li avessero uccisi? Sì, proprio, uccisi!

 

Fulvia oggi non si siede vicino al letto come al solito e non carezza le mani di Emanuele. Si sente un po’ in imbarazzo. Tra qualche ora uscirà con un ragazzo che le piace. Non ha il coraggio di dirlo a Emanuele. E se capisse? Cosa proverebbe?

Ormai, è passato tanto tempo. Ogni domenica è venuta qui, a fargli compagnia. Ha sperato nel suo risveglio; qualche volta, le è sembrato che ciò stesse avvenendo, ma non è stato così.

Qualche settimana fa, in treno, nel ritorno dall’università, ha incontrato Matteo. Anche lui studente, nelle professioni sanitarie di riabilitazione, cioè fisioterapia. L’ha colpita con i suoi occhi azzurri e la gentilezza. Poi, l’ha incontrato di nuovo, hanno preso anche qualche caffè insieme, chiacchierato nel tempo del viaggio.

Infine, lui le ha chiesto di uscire questa sera e lei ha risposto di sì.

Aveva spiegato a Matteo che il suo fidanzato è in coma da otto mesi. Egli non ha fatto commenti, non ha detto né che non si risveglierà mai né che si risveglierà. Questo le è piaciuto, perché non avrebbe accettato da lui un pronostico. Lei l’avrebbe, in ogni caso, interpretato male.

Matteo ha continuato a parlare di altro, accettando il fatto. Piano piano, però, le loro chiacchiere sono diventate più intime, più affettuose…

Cosa dovrebbe fare? Rinunciare alla vita? Fulvia ha solo ventidue anni.

Così rimane in piedi, accende la musica, aspetta un quarto d’ora e poi se ne va. Si sente colpevole.

Appena fuori, però, un sospiro di vento le arriccia i capelli e l’immagine di Matteo entra nei suoi pensieri.

Caccia via dagli occhi il corpo di Emanuele disteso, come sempre, nel letto, il suo viso pallido, inattivo. Non ci deve pensare. Emanuele avrebbe voluto vederla inerte insieme a lui? Non ne avevano mai parlato, ovviamente, non si erano mai detti cosa avrebbero preferito in caso di…

Erano giovani, stavano bene, non pensavano che qualcosa sarebbe potuto capitare proprio a loro!

Basta! Deve correre a casa a farsi bella, non vede l’ora di incontrare Matteo.

Ha bisogno di tornare a vivere.

 

Primavera è nell’aria. Si sente dal venticello leggerissimo che si scalda al sole come i rami delle piantine sul balcone. Mi sento bene, sento che il mio corpo sta bene. È una bella sensazione. Il vicino di sopra ha potato dei rami da qualche suo albero nel pezzo di terra che ha in affitto a fianco della scalinata che va su alla Cappella della Madonna degli Angeli. Saranno, forse, gli ultimi ciocchi che bruceranno nella stufa di un’altra vicina anziana, la signora Giuliana.

Ormai sono otto mesi e mezzo che Emanuele è stato portato qui, a Savona, nella clinica. Ogni giorno ho pensato che si sarebbe svegliato, mi avrebbe guardata e avrebbe detto: -Mamma, ciao mamma. –

Ho letto tanto sull’argomento: ho scoperto casi in cui le persone si risvegliano dopo mesi e persino dopo anni.

Suona il telefono: -Oh, mio Dio, vengo subito! –

 

Emanuele, oggi sono di fretta. Tua nonna si è rotta il femore. L’hanno portata all’ospedale, è ancora là al Pronto Soccorso, le hanno fatto le lastre e mi hanno detto che la ricoverano in ortopedia-traumatologia ma devono aspettare qualche ora

perché si liberi il letto. Ho fatto un salto qui, solo per vederti- Emanuele apre gli occhi. – Ora corro a casa a prendere le camicie da notte e tutto il resto per il ricovero. Poi torno in ospedale. Ho telefonato a Fulvia per vedere se poteva venire anche oggi a farti un po’ di compagnia, ma non c’è, è a Genova, verrà domani, domenica, come al solito. Io vado, ci vediamo lunedì. Vedi, ci mancava anche questa! Lo sai, la nonna si era già rotta il femore due anni fa, ma dall’altra gamba. Solo a fatica aveva ripreso a camminare, appoggiandosi su un carrellino, ora non so cosa succederà! Allora, ciao, farò del mio meglio per non lasciare solo te e neppure mia madre.

 

Ciao, Emanuele. Oggi sono venuta un po’ più tardi perché prima sono stata in ospedale, dalla nonna. Ho parlato con il medico che mi ha detto che la rottura non è molto grave ma l’operazione, che faranno domani, è molto pericolosa perché è la seconda volta che ha un danno alle ossa e anche perché è piuttosto anziana. C’è il rischio che non sopravviva.

Emanuele apre gli occhi.

Mi senti? Perché non mi dai un segno, non ti fai capire da me? Ho così tanti problemi e sono così sola! Devo gestire tutto da sola, gli altri hanno tanti parenti, io non ho nessuno, ci sei solo tu che dormi, non ti svegli. Prego sempre per te, che Dio ti salvi, ho fiducia, tanta fiducia… Alle volte penso che Dio non possa non rispondere alle mie preghiere, dare sollievo alla mia sofferenza! Mi sento tanto sola!

Emanuele richiude gli occhi.

La suora mi ha detto che ieri Fulvia è venuta ma si è fermata solo pochi minuti, non ha neppure acceso la musica, come fa sempre. Magari sta preparando un esame difficile, non ha tempo. Anche lei, poverina, è venuta sempre, tutte le domeniche, a farti compagnia, non ne ha mai saltata una, neppure una, per un anno. Avreste potuto farvi la vostra famiglia, sareste stati bene insieme. Magari tu pensavi che io non la vedessi di buon occhio, ma non è assolutamente così. Io ero contenta che tu avessi trovato la tua strada, che non fossi più tanto aggressivo nei miei confronti, poi, si vedeva che eri contento… Perché è successo tutto questo? Alle volte, perdo la speranza, penso che non ti sveglierai più, che la mia attesa è inutile. Rimarrai così, come un vegetale, per sempre. Poi, mi dico che non è possibile, un bel giorno, e spero di essere qui in quel momento, aprirai gli occhi e tornerai alla coscienza. Adesso devo proprio andare, domani operano la nonna. Se mi senti, prega anche tu. Lo so che, ultimamente, dicevi che non credevi in nulla. Ma abbiamo tanto bisogno di aiuto. Prega per te e per tutti noi.

 

Caro figlio mio, oggi non mi è stato possibile venire prima. Ho dovuto aspettare che arrivasse il ragazzo che fa la notte alla nonna. E meno male che qui, in clinica, la suora mi ha fatto entrare lo stesso! Solo per salutarti.

La nonna è stata operata questa mattina. È andato tutto bene, per ora. Io stavo là, davanti alla porta delle sale operatorie ad attendere che uscisse dopo l’intervento. Pregavo. Tu lo sai, non sono mai andata d’accordo con mia madre, siamo state troppo diverse in tutto ma, ormai, è ormai, è vecchia, debole, indifesa, mi fa pena. Ormai tutto ciò che è passato non conta più, non sono preparata a perderla, vorrei che avesse ancora qualche soddisfazione, fare ancora qualcosa insieme…

Insomma, a un certo punto, si è aperta la porta ed è uscita la barella.

La nonna era sveglia: “Sono dei grandi professionisti, -mi ha detto- in questo ospedale. Devi pagare il caffè a tutti, erano sette. Mi raccomando, offrigli il caffè perché sono stati bravissimi!”

Sono rimasta allibita: era già sveglia, allegra, parlava e pensava di offrire il caffè! Aveva persino contato quanti erano quelli che si trovavano in sala operatoria! Il medico mi ha detto che è andato tutto bene, adesso bisogna aspettare. Ora vado, perché quando smonta il ragazzo dalla notte, voglio essere là, non voglio lasciarla sola. A domani.

Emanuele apre gli occhi e si gira un pochino.

 

Caro Emanuele, anche oggi sono venuta tardissimo ed è un vero miracolo che la suora mi abbia fatto entrare. Ha avuto un po’ di comprensione per i miei problemi! Ma domani verrò presto, la mattina, perché intanto, in ospedale, la mattina, non lasciano stare i parenti, neppure quelli degli operati anziani. Questa mattina, infatti, sono rimasta fuori dalla porta del corridoio fino alle undici e mezza, figurati! Tutto tempo perso, angosciata che lei stesse male, che avesse bisogno di qualcosa…

Domani vengo qui presto e poi verso le undici vado in ospedale. Adesso scappo, così la suora non si secca, ti racconto tutto domani. Ciao.

 

Eccomi qua. Ieri, mentre andavo all’ospedale, l’aria fresca del mattino mi faceva rabbrividire. Il cielo grigio, a lunghe strisce più chiare, era animato da sbuffi di nuvole di colore sporco. In fondo, sopra il mare, una fascia di luce lottava per uscire fuori. Poi, una forma di monti arricciati l’aveva di nuovo coperta. L’aria fresca mi riportava ad altre mattine presto, un flash nella mia mente di quando ero ripartita, durante un viaggio, verso l’aeroporto. Una partenza dolorosa. Molto dolorosa. Un battello usciva dal porto per accompagnare fuori una grande nave da crociera. Il cielo era tutto grigio, in fondo all’orizzonte si confondeva con la linea più scura del mare appena offuscata da un refolo di nebbia. Pensavo che dall’ospedale c’è proprio una bella vista. Anche mio padre, nelle lunghe degenze, allargava lo sguardo sul mare, sul porto, sul cielo… Poi si girava verso la porta della stanza e piangeva perché aspettava, invano, di veder arrivare sua moglie e suo figlio. Essi andavano a trovarlo molto raramente. Mia madre lo puniva per i suoi antichi tradimenti e mio fratello… Non so, non ho mai capito per cosa lo punisse, aveva avuto tutto da lui…

Chissà se mia madre potrà vedere ancora il mare, il cielo, tutto quello che è la meraviglia della vita, chissà se ce la farà… e soprattutto, chissà se tu tornerai a vedere, a parlare, chissà se tornerai in questa vita.

 

Ciao, Emanuele. Ieri la nonna è stata trasferita a Millesimo, in una struttura per la riabilitazione. Millesimo! Quando me l’hanno detto, ho protestato. Perché proprio Millesimo, a trenta chilometri da Savona, e non una struttura a Savona o al Santuario, come mi avevano assicurato qualche giorno fa? Mi hanno risposto

seccamente che c’era un posto libero là e che, se rinunciavo, mia madre avrebbe perso la possibilità di fare la riabilitazione. La nonna è molto dimagrita, non vuole mangiare, ha delle piaghe terribili nel calcagno del piede, la sua è una lenta agonia. Ma quanto lenta?

Ha senso continuare le cure?

Che qualità di vita potrà ancora avere?

Fulvia, anche questa domenica, è stata qui molto poco, mi ha detto la suora. Deve essere molto impegnata con lo studio. Speriamo che possa stare un po’ di più la prossima volta. Chissà che la musica che lei ti fa ascoltare non possa guarirti!

 

Sono stanca, Emanuele. Ho sempre fatto del mio meglio per tutti e ora mi ritrovo qui, da sola, a gestire mia madre e te. Nonostante abbia cercato sempre di fare tutto quanto potevo, non mi è rimasto nulla. Gli altri hanno parenti, amici, io sono sempre più sola. Parenti non ne ho più, l’ultima è mia madre. Li ho assistiti tutti nella malattia, fino alla fine. Toccava sempre a me, gli altri “lavoravano” e non potevano. Anch’io lavoravo ma, chissà perché, non contava nulla. Non sono stata amata dai parenti, loro prediligevano mio fratello, il maschio.

Dov’è ora? Dopo aver rotto i ponti con la madre, non si è più fatto vedere. Un bel coraggio!

Quand’ero giovane, mi sentivo sempre insicura. Cercavo un grande amore, eterno, che avrebbe riempito tutti i miei desideri. La vita sarebbe stata un po’ come nelle favole. Certo, i problemi, tutti hanno problemi, con una persona al fianco che ti ama davvero e che ami, si possono risolvere.

Poi sei arrivato tu, Emanuele.

Almeno mi aspettavo che mi volessi bene e che potessimo avere un rapporto positivo come i genitori e figli che vedo dappertutto. Cosa c’è di male?

Invece, cosa mi è rimasto?

Niente di niente.

 

Questa mattina sono andata presto fino al Laboratorio dell’ospedale per fare degli esami di controllo che mi ha prescritto la dottoressa. Erano le sette e trenta, proprio l’ora in cui andavo al lavoro un paio di anni fa. Per un attimo, mi sono guardata intorno, le auto che circolano accompagnando persone dirette ai vari impegni: la vita produttiva, insomma. Ormai mi sono abituata ma, quando sono andata in pensione, mi sono sentita alla fine della vita attiva, quella in cui si è produttivi nella società. È stata dura. Così, essere in auto alle sette trenta, vedere il mondo in quel momento della giornata, un mondo fresco, sveglio, riposato, che parte…

Tu, forse, Emanuele, non puoi capire, ancora non hai affrontato il lavoro ma solo lo studio…

 

Fulvia non è venuta alcune domeniche. Potrei telefonarle e chiederle come mai.

Non lo farò. Se vuole, mi dirà lei qualcosa. Per ora, non si è fatta sentire. Non posso obbligare una persona a venire qui.

Anche gli amici, le varie conoscenze, hanno fatto qualche visita, all’inizio. Erano solleciti. Poi, sono spariti tutti. Fulvia è giovane, avrà la sua vita.

Sei solo tu che non ce l’hai più, sei solo tu che rimarrai per sempre in questo letto, dormiente. Il mondo corre via e tu non lo puoi afferrare. Che senso ha? Perché non ti svegli? Tanti l’hanno fatto! Perché?

Mi tengo dentro, mascherato da autocontrollo, un dolore dirompente, che mi strappa le viscere. Eppure, devo resistere, devo continuare a vederti, sorreggerti, parlarti, nella speranza che tu guarisca. Non posso abbandonarti. Ma nessuno sorregge me, nessuno mi ascolta davvero…

Mi viene davanti agli occhi l’immagine di Rashid.

Una sera, più di un anno fa, prima che tu ti ammalassi, delle compagne di lavoro mi avevano convinta a passare una serata in una discoteca sul mare. Cena a buffet e poi ballo. In quel locale, avevo trovato un personaggio particolare: Rashid, un egiziano non più giovanissimo, più o meno della mia età. Non ho mai capito cosa facesse esattamente là dentro: cameriere, public relations, animatore, non so. Egli girava tra la gente, sembrava tutti lo conoscessero, con la sua lunga corporatura snella, i capelli ancora neri un po’ ricci. Nel locale usava fumare, in quel periodo, il narghilè ed egli lo portava ai tavoli aspirandone prima avidamente: probabilmente, per farlo funzionare. Poi, quando era iniziato il ballo, anche lui si mischiava ogni tanto alla schiera di persone che si agitavano sulla pista: in particolare, aveva un contorno di signore, anche loro non giovanissime, che gli battevano le mani e lo circondavano bramosamente.

Lui metteva la gamba destra dietro la sinistra, alzava le braccia, scuoteva i fianchi al ritmo in una danza sua personale che non saprei definire. Tra tanta gente, in quel locale, avevo notato anche una ragazza magrissima, bionda, con una pettinatura alla moda, che si scuoteva, fingendo un divertimento che era evidente non provava per niente. Era fatta. “Meno male che Emanuele non è così.” avevo pensato “Si capisce che questa ragazza sta soffrendo, chissà perché si è ridotta così, chissà come finirà una serata tanto distruttiva per lei! Forse, tra le braccia di ignobili profittatori.” Allora non potevo immaginare che non fosse poi così diversa da te. Comunque, avevo accantonato subito la sua figura perché avevo perso la testa per Rashid. Sì, proprio così. Egli mi guardava con un’aria ammirata e complice, mi veniva intorno nella sua danza, mi sussurrava che ero bellissima. Avevo finito la notte con lui, dopo aver finto con le amiche di andare a casa. Da quella sera, non ero più tornata nella discoteca. Avevo come un presentimento che lui facesse così con tutte le donne non più giovani e non volevo saperlo. Ogni tanto, Rashid mi telefonava. Ci incontravamo nell’appartamento di un suo amico (così diceva lui) e mi ripeteva che ero tutto per lui, che ero la donna che aveva sempre desiderato. Io gli credevo. La solitudine divorante mi aveva spinto a non voler conoscere la realtà, a consolarmi con una bolla di sapone. Poi, è successa la tua disgrazia. Quando stavo là nell’ospedale tutto il giorno, lo avevo chiamato, qualche volta. Lui era sempre molto impegnato, non era mai venuto a Genova, neppure per pochi minuti, a darmi la sua solidarietà. Quando siamo tornati a Savona, l’ho visto ancora una volta o due. La mia tragedia gli era indifferente, si capiva benissimo. Mi aveva detto, infine, che solo in questa civiltà

occidentale si ha così paura della morte e si vuole continuare a tutti i costi una vita che non è più vita. Che bisogna accettare la fine, che fa parte del gioco che stiamo giocando. L’importante è vivere fino a quando si sta bene e si può godere dei piaceri che la vita stessa comporta. “Tuo figlio non si sveglierà più, fattene una ragione. –aveva concluso- E se si svegliasse, sarebbe in condizioni tali che desidereresti che non si fosse mai svegliato. Cerca di accettarlo e andare avanti”.

Ero rimasta annichilita. Nessuna pietà da parte sua. A chi mi ero attaccata, spinta dall’enormità del deserto della mia esistenza? A un satiro circondato da vogliose ninfe attempate alla ricerca di conferme di una femminilità ormai perduta?

Non gli avevo più telefonato e neppure lui l’aveva più fatto, aveva scaricato un peso ormai inutile. Lo so, non dovrei neppure raccontarlo a te, non sono cose da raccontare ai figli. Ma tu mi senti?

 

Sono andata alla piscina di Legino a cercare una ragazza che mi sostituisse qualche ora dalla nonna perché non riesco a fare tutto. Mi avevano detto che avrei potuto trovarla là. C’erano dei piccoli bambini che nuotavano a dorso con il loro corpicino grassoccio mentre la maestra teneva uno di loro ancora incapace rispetto agli altri.

Nella seconda e terza corsia, invece, nuotavano dei ragazzi e ragazze che si allenavano, in certi giri di vasca tenevano un braccio in alto, e poi anche tutte e due le braccia.

Nella prima corsia, c’erano le persone con disabilità con le loro maestre. Per un po’ di tempo facevano il bagno e nuotavano, poi si riposavano sotto l’ombrellone.

Le lacrime scendevano dai miei occhi.

Tu non c’eri.

“Cinque minuti e andiamo a far la doccia!” strillava la maestra.

Ah, se tu fossi stato là, anche nella prima corsia, sarei stata felice.

Oggi, finalmente, c’era un vero sole di agosto, dopo tanta pioggia. Quest’anno l’estate è stata brutta, quasi sempre nuvoloso o, peggio ancora, pioggia o vento.

La ragazza che cercavo, Barbara, era là, seduta su un lettino a prendere il sole. Che bella ragazza!

Mi sono avvicinata, lei mi ha visto ed è diventata un po’ rossa in volto. Chissà perché, chissà cosa le avranno raccontato… o sarà il sole forte che cambia i colori delle cose. Le ho spiegato che dovrebbe farti compagnia quando io accompagnerò mia madre a fare delle visite anche fuori Savona.

Mi ha risposto di sì. Il cielo era azzurro e tutto sembrava bello, con l’acqua celeste, le piante intorno, gli ombrelloni bianchi allargati.

Quanto è meravigliosa la vita, nelle piccole cose… Ma tanti non hanno nulla.

I bambini correvano intorno, facendo vibrare le tavole di legno della piattaforma.

Non avrò mai un nipotino? Sarà tutto finito con te, Emanuele?

Una bella bambina bionda con un costumino bianco e un maschietto dal costumino azzurro ridevano e si rincorrevano. Ti ricordi quando hai imparato a nuotare? Più o meno, dovevi avere quattro anni. Sei stato subito bravo, nuotavi benissimo. Andavamo sempre alla piscina di corso Colombo insieme a una vicina che aveva una figlia, Silvia. Quella bambina, avrà avuto tre o quattro anni, stava tutto il tempo

attaccata al bordo della vasca, non voleva lasciarlo. Ha impiegato mesi per imparare a nuotare ma poi ce l’ha fatta ed è diventata bravissima anche lei.

Tu eri portato per lo sport: poi, ti sei interessato alla subacquea, andavi con la maschera e la fiocina. Ogni tanto prendevi qualche polpo, specialmente quando andavamo al mare a Noli o a Varigotti, dove l’acqua è pulita e bellissima.

Anche nello sci ti sei sempre distinto, hai vinto delle medaglie, venivi giù dalle piste come un fulmine con il tuo completo rosso! Ti ricordi?

 

Oggi, la nonna è tornata nella struttura di Spotorno, per fortuna.

I viaggi a Millesimo sono finiti. A Spotorno c’è anche più libertà nell’orario di visita, praticamente si può andare quando si vuole. La nonna fa fatica a deglutire, non vuole mangiare, la sua gamba potrebbe essere guarita ma, se non è sorretta da qualcuno, si butta per terra, perché non ha più la concezione del pericolo e neppure guarda se c’è dietro di lei una sedia o no.

È come un mulo. Il fisioterapista fa uno sforzo enorme per farla muovere un po’, anche perché le piaghe nei talloni non sono guarite e quindi non può pesarci sopra a lungo.

Ormai, lei non si preoccupa di nulla se non di quei braccialetti che ha, a cui tiene tanto, la collana e la borsetta. Me li mostra in continuazione. Penso che questa sia una lunga agonia.

È come una bambina piccola, con tutti i problemi dei piccoli uniti, però, alla disarmonia del disfacimento dell’età anziana.

Il medico le ha prescritto un ricostituente per farle venire appetito. È così magra, solo ossa.

Anche tu sei magro, ormai.

Non so se sia giusto lottare per continuare la vita della nonna, ha novant’anni, non è più consapevole di quasi nulla, sta tutto il giorno sulla sedia a rotelle, senza parlare con nessuno, sola.

Chi vuoi che parli con lei? Nella struttura molti sono in buone condizioni mentali, non si fermano certo a sentire lei che ripete sempre la stessa frase: “Sono più bella io o mia figlia?”

Così rimane sempre sola, non ha più interesse per la televisione, non si concentra su nulla.

Oggi si tirano avanti queste vite. È giusto?

 

Questa notte mi sono svegliata alle quattro e mezza. L’angoscia mi attanagliava il petto. Dove stiamo andando? Che speranza ho ancora? Di cosa?

Quando tu ti sei allontanato da me, sembrava mi odiassi, mi accusavi di averti distrutto la vita, di non poter fare nulla per colpa mia… Mi sentivo colpita da un’immensa ingiustizia.

Che cosa ti avevo fatto di male? Perché mi odiavi tanto?

Io ti ho amato sempre, ho cercato di fare del mio meglio per crescerti. Ma tu dicevi che “non si era strutturata la tua personalità” per colpa mia. Non so neppure cosa voglia dire.

Immaginavo, allora, di andare con te a un pellegrinaggio, non so quale, forse Lourdes. Mi sarei sdraiata per terra, per strappare a Dio la grazia, per ricominciare la vita, serenamente…

Tu avresti capito quanto amore e dolore c’erano in me, non avresti più potuto essere così crudele e indifferente…

Ma, forse, tu non saresti venuto mai a un pellegrinaggio con me!

Dio vede il mio cuore, la mia fede, la mia buona volontà. Dio non può lasciarmi sola, Dio non mi può abbandonare. Dio mi aiuterà.

 

Oggi il tempo è di nuovo cupo. Nuvoloni scuri si ammassano da tutti i lati del cielo. Sono stanca. Stanca di tanta sofferenza, stanca di questa estate orribile dove non c’è quasi mai il sole, la terra è triste quasi quanto me. Oggi il dolore è insopportabile. L’angoscia mi attanaglia il cuore, le lacrime mi pungono gli occhi, mi gira la testa. Che devo fare? Non ce la faccio più a sopportare tanto male! Erano già diversi anni che soffrivo per te ma, prima, ho resistito, mi sono fatta coraggio perché avevo almeno almeno una lontana speranza, forse, che un bel giorno saresti tornato quello di prima, i tuoi occhi mi avrebbero vista di nuovo come tua madre e non la prima nemica nel mondo.

Oggi la speranza non me la sento proprio. Speranza di che? Ti sveglierai mai? Chissà. E se ti svegliassi in che condizioni saresti? Che tipo di vita dovresti affrontare? Non c’è più sogno nel nostro domani. Non avrò nipotini, la mia vita finirà così, mentre, forse, tu rimarrai qui, solo, nel letto. O forse sarai in un istituto, immobile. A che serve continuare a vivere? Non è forse egoismo? Tenere in vita una pianta secca? E tutto ciò ha inaridito anche me.

Siamo due piante secche, da buttare.

 

Sono andata a Bologna con la nonna per una visita specialistica. Così ho dormito in albergo. La nonna era in ospedale. Mi avevano dato una cameretta al quinto piano. È così terribile il mio dolore che, a un certo punto, affacciandomi al terrazzino ho pensato che… basta un volo. È un attimo. Non c’è sofferenza, quando si arriva giù, è un botto, il corpo si sfracella e non si sente niente. Ho cominciato a tremare. Questo succede nella testa di chi si suicida. Un pensiero che elimina ogni altro pensiero. Come un anestetico, per cui si vede solo ciò che è da compiere. Basta, ci vuole davvero poco. Lo so cosa pensa chi si suicida: in quel momento non pensa a nulla, solo a fare quello, non può più fermarsi, non è più padrone di sé. La volontà è tutta lì. Non ci sono ragionamenti da compiere, solo fare e basta. Ma se chi si suicida, in quel momento, non ragiona, non capisce che, probabilmente, a distanza di mesi non farebbe mai quel gesto, significa che questo stato mentale può capitare a tutti, in qualsiasi momento. Anche a me.

Ho avuto paura. Di me, della mia mente.

Mi sono vestita e sono scesa al pianterreno, in mezzo alla gente.

 

Ah, sai, stavo per dimenticarmene. L’altro giorno sono entrata in un negozio per comprare degli indumenti intimi e delle ciabatte per la nonna. Mi avevano suggerito

un negozio che è proprio di fronte al vecchio ospedale, gestito da cinesi per non spendere tanto. Non c’ero mai andata. Mentre ero ancora sulla porta, ho visto due o tre ragazzi che entravano, mi sembrava con brutte intenzioni. Parevano bulletti. Mi sono fermata a guardare. Il proprietario, un cinese di una magrezza assoluta e disperata, li guardava anche lui, senza dire niente. Dietro quei ragazzi, c’erano due bambini, direi delle elementari. Questi ultimi si sono piazzati davanti a una cesta dove c’erano parecchi oggetti e, vicini uno all’altro, armeggiavano per infilare, il secondo, qualcosa nella tasca del primo. Intanto, i grandi giravano per il locale. Sono rimasta molto colpita. Evidentemente, lo sport di alcuni giovani è andare nei negozi a rubacchiare.

Mi è sembrato anche che il cinesino non sapesse che fare.

Mentre cercavo quanto serviva a me, è entrata una ragazza che parlava da sola, cioè spiegava a voce alta che voleva comprare un regalo per una sua amica.

Intanto, suonava la macchina dell’ingresso per qualcosa che aveva ancora l’etichetta antitaccheggio. Ho pensato che il cinese sarebbe andato dalla porta a riprendersi il maltolto, ma lui continuava a stare alla cassa senza muoversi. Infine, la ragazza che aveva l’indumento, è tornata dentro per farsi togliere l’oggetto magnetico. Ma il padrone le ha risposto che non toglieva l’antitaccheggio degli altri negozi! A quel punto, ho capito che quelle ragazze avevano preso l’indumento in un altro negozio e pretendevano che lui lo liberasse!

Mi sembra impossibile arrivare a una tale sfacciataggine!

Mi chiedo, però, se anche tu avrai fatto qualcosa del genere. In fondo, io non ti conoscevo affatto, non sapevo molto di te e, a quanto sembra, avevo una visione finta della tua vita.

Rispondimi: sei andato anche tu a taglieggiare qualche povero cinese?

 

Oggi, come al solito, sono andata dalla nonna. Cerco di farla mangiare, scegliendo dei cibi morbidi, mettendoglieli in bocca, cercando di attirare la sua attenzione.

Dopo tutti questi mesi, le piaghe nei talloni non sono ancora guarite.

Sta tutto il giorno sulla sedia a rotelle, nessuno, se non il personale, le rivolge la parola. Viene parcheggiata in giardino e basta.

Se parla, ripete sempre e solo quelle due o tre frasi, del tipo “É vero che sono nata con la camicia?”, “Sono più bella io o mia figlia?”, “Hai visto i miei braccialetti?” E, intanto, li guarda e li mostra a tutti, come pure la borsetta con dentro il vasetto di crema che si spalma in viso in quantità.

Così scorre la sua giornata.

È questa la vita?

Vale la pena di continuare a imboccarla, a insistere, perché continui questo tipo di vita?

Non basterebbe lasciar perdere e lei andrebbe via senza ulteriori sofferenze?

Quando si può dire basta?

Io non ho il coraggio di darmi le risposte.

Non voglio giocare a essere Dio.

Faccio del mio meglio, come ho fatto sempre nella vita, le decisioni le lascerò a Dio.

 

La pianta secca, nell’angolo, sulla lavatrice, ha rimesso molte foglioline.

Tu non ti sei ancora svegliato. Mi viene in mente quella notte, già giorno o mattina presto, quando mi hanno chiamata i carabinieri per comunicarmi che avevi avuto un incidente e che eri stato ricoverato all’Ospedale San Martino di Genova. La sofferenza di quel momento, il panico, il dolore tremendo delle ore successive, mi invade ancora oggi. Un male insopportabile, un dolore denso che mi prende il cuore o lo stomaco, non so. Perché? Dove ho sbagliato così tanto? Ho cercato sempre di fare del mio meglio –lo so, è una delle mie frasi fatte- ma il risultato… Il medico mi ha detto che eri sotto l’influsso di stupefacenti e alcool. Non mi ero accorta che ne facessi uso. Anche Fulvia li prendeva come te? Non l’ho mai saputo. Chi ti aveva avviato alle droghe? Perché? Soffrivi, dunque, tanto? Credevo di non averti fatto mancare nulla, ti ho amato sempre, pensavo che con l’amore si potesse risolvere ogni problema.

Ma, evidentemente, non è così. Né con il mio amore, né con quello di Fulvia le tue complessità si sono districate.

Ma che cosa è successo davvero nessuno potrà mai saperlo.

E io come farò a vivere con questo senso di colpa?

Di quale colpa?

Mi sembra che tutte le persone che incontro abbiano figli che vivono una vita normale, felici, affrontano la vita con serenità, si impegnano per studiare, lavorare. Le guardo.

Cosa hanno fatto più di me i loro genitori?

Quante volte mi raccontavi che un tuo amico o amica andavano a lavorare nella stagione estiva per pagarsi gli studi. Io non te l’ho mai chiesto. Studia, ti dicevo, ora non ce n’è bisogno.

Avevo aumentato le ore al lavoro, mi ero offerta per gli straordinari per guadagnare di più ed essere sicura che non ti mancasse niente.

Io ti ho amato tanto ma, chiaramente, non è bastato.

Non eri felice se usavi stupefacenti e alcool. Come non eri felice quando mi aggredivi con cattiveria.

Ogni madre spera la felicità per i suoi figli. Forse, non si rende conto che partorire è mettere nel mondo un essere umano che dovrà affrontare infiniti problemi, difficoltà e dolori.

Forse la nostra animalità ci oscura la ragione.

Ora, però, l’importante è riportarti nel mondo.

Forse, come la pianta secca, in cui nessuno credeva, un giorno aprirai gli occhi consapevolmente e saranno le gemme di una nuova vita.

 

Renata Rusca Zargar

 

 

Renata Rusca Zargar è autrice del libro “I numeri del destino e dell’amore”

 

Fin dai tempi più antichi, l’uomo ha cercato di sfruttare le vibrazioni dei numeri (del proprio nome, della data di nascita, dei periodi della vita ecc.) per vivere meglio e gestire a proprio vantaggio le energie presenti nell’Universo. Con questo semplice Manuale il lettore potrà fare tutto da solo: cambiare il proprio nome in numeri, comprendere il proprio numero del destino come pure i diversi periodi della vita. Così, potrà conoscere meglio sé stesso e agire sempre in modo favorevole ai propri interessi e sentimenti. Potrà capire se il partner sia quello giusto, come pure gli amici, i colleghi ecc. Soprattutto imparerà a muoversi nei momenti più opportuni per avere successo nella vita. Potrà fare la cosa giusta al momento giusto e trovarsi nel posto giusto con la persona più adatta. La Numerologia non prevede nulla ma ci aiuta ad affermarci e ad avere fortuna nella vita. Copertina a cura di Zarina Zargar.

Disponibile sulla piattaforma Amazon, sia nel formato ebook (euro 4,00) che cartaceo (euro 6,76).

I NUMERI DEL DESTINO E DELL’AMORE: Guida semplice e pratica per sapere tutto sui propri numeri fortunati: Amazon.it: Rusca Zargar, Renata: Libri

Chi è Renata Rusca Zargar

 

 

Savonese, impegnata in ambito sociale, studiosa di cultura islamica e indiana, insegnante in quiescenza, ha pubblicato diversi saggi e romanzi anche con il marito Zahoor Ahmad Zargar.

Tra gli ultimi nati c’è una raccolta di lavori delle signore anziane che hanno seguito i suoi corsi gratuiti di Lettura e Scrittura Creativa: “Leggere e scrivere …per divertimento, raccolta di racconti, poesie, disegni, calligrammi dei Corsi di Lettura e Scrittura Creativa”, pubblicato da Amazon.

Si occupa della Biblioteca di volontariato Libromondo e, prima del Covid, portava i libri in prestito nelle Scuole. Cura un blog di cultura, ecologia e società Senzafine: Arte, Cultura e Società di Renata Rusca Zargar  link

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