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“Con 4 occhi”

“Con 4 occhi”

di Anna Chiara Macina

La prima volta che ci siamo incontrati mi hai guardata e hai detto:
“Che calze spinte”. Più ancora di quella frase, porto con me il ricordo della tua espressione: uno sguardo aperto, buono, accogliente. Uno sguardo senza giudizio. È quello sguardo in cui ancora oggi torno, nei momenti difficili, quando ho bisogno di un paio di occhi in più. Ce lo siamo ripetuti tante volte, quasi come una promessa:
“Abbiamo quattro occhi, i miei e i tuoi. Otto, se contiamo anche gli occhiali.”
Di quel primo incontro ricordo ogni dettaglio. Eravamo in un bar. Un mio collega era rimasto fuori a parlare con te, mentre il caffè era già pronto sul bancone. Ero uscita per dirgli che si stava raffreddando.
In quel momento ho visto te.
E tu hai visto me. E le mie calze.

Da allora non abbiamo più smesso di guardarci. Anche se in questi anni tanto di noi è cambiato. Non è cambiato, però, quel desiderio immediato che ho provato: esserti amica. Volerlo essere davvero. Te lo scrissi nella prima pagina di un quaderno che ti regalai pochi giorni dopo. Stavi per partire per un viaggio lontano, lungo, importante, in un momento delicato della tua vita. Io ti scrissi:
“Noi diventeremo grandi amici”. E così è stato. Lo sapevo con una certezza quasi inspiegabile, come se esistesse un algoritmo infinito di motivi che allora non avrei saputo nominare e che oggi formano il tessuto di questo legame. Un rapporto che, pur cambiando nel tempo, è diventato una delle amicizie più importanti della mia vita. Qualcosa di simile a una famiglia, con quel valore in più: noi ci siamo scelti. E riconosciuti, nel profondo.

Se dovessi riassumere tutto questo in una sola frase, sceglierei la tua. Me l’hai detta qualche anno fa, in un momento difficile, quando avevo bisogno di decidere:
“Io sarò sempre con te, qualsiasi decisione prenderai.”

La prima volta che ci siamo visti era giugno del 2013. Ti ricordo come in una fotografia: gambe sottilissime, jeans con il risvoltino, una maglia di lana verde legata in vita al contrario, la camicia sbottonata, una giacca.

Oggi non sei più così magro, hai un fisico diverso, più solido. Ma all’inizio, quasi, avevo paura ad abbracciarti. Ricordo una volta in cui ti misi un braccio dietro la schiena: sentivo le ossa. Avevo paura di farti male.

Quello che non è mai cambiato, però, è stato il mio desiderio di stringerti. Di proteggerti, anche se non ne hai bisogno. Anche se sei sempre stato capace di cavartela da solo.

E su quelle stesse spalle, che una volta sembravano fragili, ho appoggiato tante volte i miei pesi: le paure, le incertezze, il dolore di certi passaggi della vita.

Ancora oggi è così. Se qualcosa diventa troppo grande, e tu magari sei lontano, penso:
“Quando torna Carlo, lo dirò a lui. E lui saprà cosa fare.”

Non sempre lo faccio, ma il solo pensiero mi fa stare bene.

 

 

 

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