L’oro nelle crepe
Ci siamo incontrati in un punto ben preciso,
dove, per entrambi, si apriva una crepa.
Abbiamo guardato quel vuoto, sperimentando quasi l’ebbrezza del precipizio, addolcita dal fatto che qualcuno ci guardasse, ci vedesse, vigilasse.
Per un istante non abbiamo avuto bisogno di fingere che andasse tutto bene.
Abbiamo lasciato che le incrinature restassero visibili.
Non per mostrarle con orgoglio, ma perché nasconderle avrebbe richiesto troppa fatica.
In quell’interstizio abbiamo costruito narrazioni e vi abbiamo messo oro.
Abbiamo imparato che non tutte le crepe chiedono di essere chiuse.
Alcune chiedono soltanto di essere abitate.
E noi, senza accorgercene, abbiamo cominciato ad abitarle insieme.
Io ho visto il bambino,
il ragazzo,
l’uomo che non sa ricevere complimenti perché non è abituato;
l’osservatore attentissimo, che registra dettagli che agli altri sfuggono e spesso li tiene per sé;
la persona ferita
e quella che ha saputo ricostruirsi dalle proprie ceneri,
senza smettere di dubitare che quella ricostruzione fosse abbastanza.
Tu hai visto la bambina che ha sempre paura di rimanere sola.
La ragazza che non capisce cosa abbia fatto di male per rimanere sola.
La donna che ha il terrore di restare sola e allora anticipa i bisogni degli altri, immagina le loro aspettative e prova a soddisfarle prima ancora che vengano espresse, come se l’amore dovesse sempre essere meritato.
Ci siamo riconosciuti proprio lì,
nel punto in cui ognuno cercava da sempre di nascondersi.
Abbiamo costruito un dizionario intimo e condiviso di ricordi, paure ed emozioni.
Parole che, dette da chiunque altro, sarebbero sembrate ordinarie.
Tra noi, invece, avevano un significato diverso.
Bastava un riferimento, una fotografia, una frase ripetuta per gioco, e sapevamo esattamente dove stavamo andando.
Avevamo costruito una lingua che parlavano soltanto due persone.
Due grandi amici.
Scoprendo che molte paure avevano la stessa radice,
anche se avevano imparato a raccontarsi in modi diversi.
Ci siamo avvicinati con l’entusiasmo di chi finalmente si sente visto.
Ci siamo rivolti domande per tenere lontane le paure,
come se trovare le parole giuste potesse impedire loro di entrare.
Ci siamo scritti “andrà tutto bene” nei momenti difficili,
anche quando nessuno dei due poteva esserne davvero certo.
Forse non era una promessa.
Era un modo per dire: ci sono.
Abbiamo alleggerito l’alleggeribile.
Abbiamo invitato a cena i tormenti,
offrendo loro un posto a tavola perché smettessero, almeno per una sera, di bussare alla porta.
Ci siamo mostrati le fotografie di quando eravamo bambini
e ci siamo riconosciuti,
pur non essendoci allora ancora conosciuti.
Come se ci stessimo aspettando da molto prima di incontrarci.
E forse è questo che succede quando qualcuno ci vede davvero.
Non ci salva.
Non ci aggiusta.
Non riempie la crepa.
Ma si siede accanto,
ci guarda dentro senza distogliere lo sguardo
e, per un po’,
quel vuoto fa meno paura.
Chiara Macina
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