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Storia di mio nonno: Raimondo Giacobbi detto il Bersagliere

Storia di mio nonno: Raimondo Giacobbi detto il Bersagliere

Mio nonno Raimondo, classe 1918, fuori dalla famiglia, gli amici lo chiamavano tutti Bersagliere.
In realtà mio nonno non era stato un bersagliere. Quando aveva servito la patria (mio nonno era Italiano) e poi durante la seconda guerra mondiale prestò servizio nella fanteria e il soprannome derivava da un antenato della sua famiglia.

Il Suo bisnonno era stato tra i valorosi che nel 1970 avevano fatto la Breccia di Porta Pia a Roma al comando, mi pare, del Generale Diaz. E si sa la breccia di Porta Pia fu un’impresa compiuta dai Bersaglieri. Poi però mio zio Piero, suo figlio, ha prestato servizio militare anche lui nei bersaglieri.
I ricordi della guerra erano tanti e li raccontava spesso. Probabilmente perché un periodo crudele come quello della guerra ti lascia dentro ricordi indelebili che non puoi più dimenticare. In un certo senso dai suoi racconti ho capito perché Francesco De Gregori nella canzone Generale, bellissima, canta “la guerra è bella anche se fa male”. La guerra ovviamente non era bella ma era stata per lui come per tanti altri una continua avventura.

Mio nonno ad esempio dotato di una grafia bellissima, era impiegato spesso durante la guerra per scrivere lettere di commilitoni oppure anche su dettatura dei suoi comandanti. Nei suoi studi di
bambino aveva “imparato” benissimo la storia d’Italia della Prima Guerra mondiale e conosceva perfettamente fatti storici relativi alla grande guerra e anche agli anni precedenti e a quelli anni a venire.
Mio nonno, così come mia nonna erano originari di Casepio, frazione di Pugliano. Ed Erano orgogliosissimi di quelle origini. I miei bisnonni e gli antenati di famiglia infatti sono tutti sepolti nel cimitero di Pugliano e ogni anno il primo di novembre andavamo tutti per ricordarli nella festa dei morti. Il fratello di mio nonno, Sante Giacobbi, fu deportato in Germania durante la guerra ma fortunatamente riuscì a tornare sano e salvo, mentre mio nonno spesso mi raccontava come lui non venne deportato perché scappò.

Il treno in partenza da Mestre direzione Germania carico di tanti prigionieri Italiani, era li pronto a partire con i tedeschi che facevano salire tutti sui vagoni e tra questi c’era anche mio nonno. Lui però, fortunatamente si accorse che nella confusione più totale i tedeschi non erano in grado di controllare completamente l’afflusso di prigionieri. Qualche falla di disattenzione c’era e così provò a scappare correndo più forte che potè.

Alle sua spalle sentiva sparare ma non c’era tempo per voltarsi e così dietro l’angolo saltò letteralmente dentro casa di una famiglia che viveva li. Solo che nella fortuna di non essere colpito finì in
casa di un graduato fascista. Preoccupatissimo perché pensava ecco adesso è finita…. Quel Signore galantuomo gli disse, non guardare la fascia e la divisa che porto, stai pure sereno, nessuno qui ti denuncia e faccio questo perché bisogna pur mangiare in qualche modo e così mio nonno tirò un sospiro di sollievo perché la sua vita non era più in pericolo. Era salvo. Poi tornato a casa nel periodo dal 1943 al 1945 assieme a suo fratello Mario si diede alla macchia perché nelle case passavano da una parte i partigiani e dall’altra le squadre fasciste con il rischio di essere presi o dagli uni o dagli altri e a lui da buon padre di famiglia premeva solo una cosa.

Tornare sano e salvo dalla sua famiglia una volta finita la guerra. E l’unico modo sembrava essere quello di non farsi trovare da nessuno e di tornare definitivamente a casa a conflitto concluso. Una scelta saggia perché per prima cosa veniva la famiglia e non si sapeva assolutamente come sarebbe finita la guerra. I tedeschi erano sulla linea gotica che passava proprio in quella zona e a sentire mio nonno i tedeschi facevano una gran paura, soprattutto agli alleati. Mi raccontò anche come tre tedeschi da soli , dalla parte di Montebello, tennero in casco per settimane intere un plotone di soldati anglo-americani che superavano le cento unità.

I tedeschi insomma facevano una gran paura a tutti ma finire anche nelle mani dei partigiani poteva essere pericoloso perché ripeto non si sapeva come sarebbe finita la guerra. E così come fecero tanti altri si diedero tutti alla macchia e ci restarono per oltre un anno fino a quando la guerra poi terminò. Quando anni prima prestò servizio militare si divertiva molto ad ascoltare il present’arm degli altri soldati. E allora raccontava: tu come ti chiami? E il commilitone di turno rispondeva: Milani Luigi, figlio di Mansueto e di Bolson Regina e giù delle grasse risate degli altri commilitoni. E tu come ti chiami? Scantalburro Beniamino e tu invece? Pesce! La risposta del comandante. Sei proprio un pesce… ahahahahahaha

In guerra si trovò nello stesso reggimento di un soldato che si chiamava Celli e che poi divenne il barbiere di Pietracuta. Raccontava spesso come un giorno il suo comandante aveva bisogno di qualcuno che gli facesse la barba e che lui rispose, Signore so io chi può fare al suo caso e andò a chiamare Celli il quale a sentire mio nonno gli fece la miglior barba che avesse mai visto e così anche Celli aveva potuto dare dimostrazione di quale bravo barbiere fosse. Suo figlio Marcello è ancora oggi il barbiere a Pietracuta e tanti sammarinesi lo conoscono e lo conosco molto bene pure io. Poi, mio nonno, durante la guerra ebbe un grave problema ai polmoni e rimase ricoverato a Vittorio Veneto per diversi mesi. Gli rimase una pleurite cronica che anni dopo per fortuna venne riconosciuta come invalidità di guerra e gli consentì di percepire una piccola pensione riservata agli invalidi di guerra. Quando nel 2007 mio nonno è morto, io ho avuto l’onore di
portare il vessillo dell’Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra e al funerale c’era anche il suo amico Aurelio Bernardi, anche lui aveva fatto la guerra e il suo racconto del ritorno che fece a piedi dall’Albania verso casa è oggi in un documentario registrato per San Marino RTV e che io ho avuto il piacere di seguire sul canale dell’emittente sammarinese. Ricordo molto bene che quando mio nonno e Aurelio si incontravano a Pietracuta parlavano spesso della guerra e la stessa cosa avveniva ovviamente con il barbiere Celli.

Quegli anni di guerra erano divenuti indimenticabili e spesso mio nonno mi diceva. Luca devi sapere che la moglie del Re si chiamava Elena Petrovic del Montenegro mentre la moglie del papà del Re che era stato pure lui ovviamente re d’Italia si chiamava Maria Josè del Belgio. Ora non mi va di andare a vedere se magari ho invertito la discendenza dei re e delle mogli ma sicuro due mogli dei re d’Italia si chiamavano così. Finisco poi per raccontare tre aneddoti legati la fratello di mio nonno che si chiamava Mario. Mio nonno e suo fratello Mario erano rimasti sempre molto legati. Abitavano vicini e spesso andavano assieme al mercato del lunedì di Novafeltria (loro vivevano a Torello di San Leo). Mio nonno aveva preso la patente diversi anni dopo la guerra mentre suo fratello Mario non l’aveva presa quindi lo portava sempre lui. Poi ogni volta che c’era da fare un lavoro importante a casa tipo la battitura del grano, Mario c’era sempre a dare una mano. Mario è il papà tra gli altri di Italo che ancora oggi fa il ristoratore a Gualdicciolo ed è conosciuto un po’ da tutti. All’età di 13 anni con mio cugino Ivan, figlio di Italo, facemmo la cresima a Pietracuta. Il nostro parroco al tempo era Don Marino Gatti, amatissimo sacerdote sammarinese che poi anni dopo andò parroco a Mercatino Conca ed ancora è li. Il padrino di mio cugino Ivan era suo nonno Mario mentre il mio è stato mio cugino Roberto. Mio nonno e suo fratello non erano persone che frequentavano la Chiesa spesso. Certo ci andavano ma diciamo senza continuità.

Quando fu il momento di ricevere la comunione Don Marino mise in bocca a Mario Giacobbi l’ostia consacrata. Quando Mario tornò al suo posto, mio zio Piero si accorse che aveva difficoltà a deglutire e gli chiese Zei, ma cusc’à vi fat? E la risposta lapidaria di Mario fu. Sta zett valà, che boia ad Crest um sé incastred te paled. Mio babbo Luigi racconta spesso questo episodio e una volta che era presente mia zia Anna sua sorella, dopo averla raccontata, praticamente mia zia rise tutto un pomeriggio intero. In effetti fu uno spasso.
Precedentemente anni prima mio nonno fece uno scherzo a mio zio Mario. Uno scherzo che Mario non gradì per niente ahahahahahaha. Praticamente doveva andare, Mario, ad un matrimonio e chiese a mio nonno (che era bravo pure lui come barbiere) di tagliargli i capelli ma con grazia. Mio nonno invece per scherzo lo rapò praticamente a zero. E quando mario si vide se ne uscì con un impropero che è passato alla storia della mia famiglia. Gli disse: Sgrazied, ma custè fatt? Tlè fatt a posta di la verità!! L’era molt mei che tsiri mort in guera… e giù risate. Anche la moglie di mio Zio Mario rimproverò molto mio nonno accusandolo di averlo fatto apposta. Ahahahahahaha.

In ultimo quando erano giovanissimi, mio nonno aveva su per giù 12 o 13 anni e suo fratello Mario era di due anni più giovane. Capitò che nel tornare a casa mio nonno che era da solo si imbattè in una banda di ragazzi più grandi di lui che con modi da bulli lo gettarono in un fosso e così tornò a casa claudicante. Be mio zio Mario gli chiese ma cosa hai fatto? Cosa ti è successo? E mio nonno gli disse come erano andati i fatti. E mio zio Mario gli disse, tu non ti preoccupare ora, ci penso io. E assieme andarono da questi bulli.
Quando li trovarono mio zio Mario aveva fatto scorta di sassi e cominciò a tirare sassate fortissime a tutti gli avversari con una determinazione che li fece scappare piangendo tutti a gambe levate. Questo per spiegare che carattere avesse mio zio Mario.
Conludo dicendo che Mio nonno per me è stato un secondo padre perché avendo io perso mia mamma all’età di 13 anni praticamente per oltre 5 anni assieme a mio babbo abbiamo vissuto con i miei nonni. E mio nonno mi ricordava sempre. Luca ricordati che tu sei più fortunato degli altri. Hai due padri e una mamma che era ovviamente mia nonna. A proposito concludo dicendo che la forza di mio nonno era quasi tutta riposta in mia nonna, a mio modo di vedere l’unica persona della nostra famiglia a meritare l’appellativo di straordinaria. Quello che sono io oggi, lo devo oltre che a mio padre e a mio nonno, soprattutto a mia nonna che è stata per tanti anni il pilastro della nostra famiglia e per me e mia sorella Irene è stata una seconda mamma.
Grazie nonni Raimondo e Marietta.

Luca Giacobbi

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