martedì , novembre 13 2018
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Sono nata correndo

Sono nata correndo, convivo con la paura di fare tardi, non riesco a stare ferma, mai, faccio liste in continuazione e su qualsiasi cosa, le mie giornate somigliano a una corsa a ostacoli, incastro qualsiasi impegno con la perenne sensazione di non fare in tempo ad arrivare.

Sono nata correndo, precoce in tutto, sempre di fretta, perennemente insoddisfatta, nella foto del mio Battesimo scruto con apprensione mia zia che mi tiene in braccio adorante, lo so cosa pensavo “ma come, siamo ancora in Chiesa a fare le foto? Arriviamo tardi al ristorante”, ho la stessa espressione nelle foto della Prima Comunione, Cresima e Matrimonio.

Alle elementari le lezioni cominciavano alle otto e trenta, io alle otto ero già lì, sempre, le bidelle commentavano “perchè arrivi così presto? Ci devi aiutare a dare lo straccio?”.

La situazione non è migliorata con l’adolescenza, se una festa in discoteca cominciava alle 10.30, ma mai arrivava gente prima di Mezzanotte, io volevo comunque essere lì alle dieci.

Sono sempre di corsa, a ogni appuntamento arrivo con cinque minuti di anticipo, poi subito scalpito, penso all’impegno successivo, non so godere del momento, la sola volta in cui ho provato a fare meditazione ho trascorso l’ora a fare liste, spesa, cd da acquistare, regali da fare a Natale, i libri che voglio leggere, la location per il compleanno di mia figlia, i bambini da invitare e altro, vanificandone i risultati.

Sono l’incubo dei miei colleghi, capacissima di pranzare e conversare a tempo di record, li incalzo a fare altrettanto, loro devono ancora sedersi e io sono pronta per il caffè, sono sempre pronta a scappare via, da un pericolo o per inseguire una nuova avventura.

Le mie domeniche non sono mai di ozio, sarei capace di costruire una casa dal venerdì alla domenica e arrivare il lunedì puntualissima in ufficio.

Il cambio degli armadi non mi coglie mai impreparata, lo pianifico mesi prima, sempre fuoristagione.

Nei nove mesi di attesa e pazienza per eccellenza nella vita di ogni donna non sono stata ferma un secondo, avevo letto da qualche parte che i bambini nati da donne che durante la gravidanza hanno praticato walking con una certa assiduità hanno meno probabilità di diventare obesi di quelli nati da mamme in attesa sedentarie, ho preso alla lettera questo studio e camminato senza sosta, risparmiato tempo facendo ascoltare al bimbo che abitava la mia pancia musica classica, per stimolarlo, l’ho ninnato con filastrocche in inglese per essere certa non arrivi in ritardo all’appuntamento con la multiculturalità.

Risultato: quando è nato ha trascorso i primi tre giorni di vita a dormire, incurante dell’ostetrica che ogni tre ore si presentava in camera pronta inutilmente a tirargli i piedini, ricordandoci la poppata e minacciando un imminente calo fisiologico di peso, ne ricavava solo il laconico commento di mio marito: “lo lasci stare è stanco morto, non sa quante ne ha passate questo bambino quando condivideva il corpo con la madre”.

Io sono nata correndo, le persone sempre trafelate come me, corrono il rischio verso i 40 anni, di essere colpite da un bell’infarto secco e addio corse, lo so, non riesco a vivere diversamente, eppure c’è stata una settimana della mia vita in cui mi sono fermata e ho avuto la pazienza di aspettare.

Aspettare cosa? Aspettare un referto istologico, aspettare l’arrivo di una flebo che desse un po’ di sollievo a un dolore acuto che risucchiava come in un vortice tutti i miei pensieri, un infermiere che mi portasse una minestrina sognata dopo giorni di digiuno, uno che mi aiutasse ad alzarmi, un sorriso, una battuta, la visita di una persona cara, che il sole sorgesse, che la notte arrivasse, che si spegnessero le luci del reparto e che si riaccendessero al mattino, che le mie gambe fossero in grado di reggere di nuovo il peso del mio corpo e mi portassero fuori dall’ospedale, alla mia frenetica vita che nel novembre del 2011 si è interrotta bruscamente per qualche tempo.

Si era svolto tutto velocemente senza alcun campanello d’allarme, un dolore addominale acuto e improvviso, simile solo, quanto ad intensità, ai dolori del parto, il mio Medico che mi consiglia una TAC urgente, poi uno Specialista che mi parla di una grande ciste da rimuovere immediatamente e ancora un Chirurgo che davanti alle mie deboli proteste di rinviare l’intervento mi risponde perentorio “Non possiamo aspettare neanche un’ora, subito in sala operatoria, forse siamo già arrivati troppo tardi”.

Siamo arrivati troppo tardi? Ma come io sono sempre in anticipo, ed invece no, il destino si era fatto beffa di me, inutili le corse di tutti questi anni, inutile pianificare ogni cosa meticolosamente.

Che cosa ho fatto? La sola cosa possibile: accettato con pazienza il mio destino, un intervento chirurgico non programmato, non inserito in nessuna delle mie liste, perchè gli eventi più importanti della vita non si programmano, semplicemente accadono, con tempi a noi sconosciuti e da noi indipendenti.

Nei giorni seguenti all’operazione ho atteso, con una pazienza che non pensavo di avere, che il mio corpo si riprendesse, e così è stato, ogni giorno una conquista: riuscire a mettermi in piedi da sola, la ferita sempre meno dolorosa, i pasti solidi che si sostituiscono alle flebo, le ore libere da impegni che non fossero quello di osservare il prodigioso recupero delle forze da parte del mio corpo, la natura che fa il suo corso, il corpo che ripristina la sua funzionalità, la risposta da parte di un Medico che mi dicesse “la tua corsa finisce o riparte da qui”, la serena accettazione che nulla potevo fare in quel frangente per mutare il corso degli eventi e allora tanto voleva non affannarsi troppo.

Nei giorni trascorsi a letto o seduta davanti a una finestra mi sono resa conto di quanto avevo perso negli anni spesi a correre dietro a un traguardo, un appuntamento o un impegno: mi ero persa la bellezza di guardare il panorama, le note di un motivetto jazz trasmesso dalla radio, mio babbo che si improvvisa ballerino solo per farmi ridere, io che scappo di corsa in camera a terminare le versione e ripenso anni dopo a quell’immagine maledicendo la mia fretta, la mia maledetta ansia, il sorriso di un bimbo non goduto nella fretta di portarlo al corso di acquaticità, la dolcezza di un gattino che altro non chiede che una mia carezza per essere felice ma allontanato velocemente per sistemare casa, un pranzo con mio marito speso a dargli consegne per la giornata invece che ad ascoltarlo veramente, un’amica giù di morale liquidata con parole di circostanza.

Il panorama, la cosa più bella che offre il nostro ospedale di Stato, ampie vetrate affacciate sul Monte o sul mare a seconda dell’ubicazione della stanza, che regalano splendide albe e tramonti, proiettando chi vi si affaccia nella bellezza di ogni ora del giorno e della notte, le prime luci dell’alba, il crepuscolo, le luci artificiali che insieme alle stelle illuminano la notte, la consapevolezza che è la Natura, immutabile e ciclica a regolare le giornate, non gli appuntamenti segnati a penna in un’agenda.

Ho osservato per giorni la luce dei colori naturali che si alternano nell’arco delle 24 ore, la notte lascia sempre spazio al giorno, non esiste stress nella Natura, è come indifferente agli affanni umani e io me ne sono sentita per la prima volta parte.

Ma io… sono nata correndo, la mia corsa è ricominciata sette giorni dopo dal mio ingresso in ospedale.

Sono uscita dando il braccio a mio marito, forte di un fausto referto istologico, aggiornandolo sulle mie riflessioni degli ultimi giorni e promettendogli che d’ora in poi avrei preso la vita con più tranquillità, goduto dei piccoli attimi, lui annuiva tutto felice, non gli sembrava vero, sino a che ho visto il suo volto, sempre tranquillo e sorridente, impallidire all’improvviso “Chiara corri è scaduto il disco orario, ci sono i vigili siamo in ritardo” e la mia corsa è ricominciata.

Chiara Macina

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