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“Una madre” di Giovanni Renella

Una madre

Un racconto di Giovanni Renella

Era lì, ferma in ginocchio da ore, con gli occhi ormai asciutti di chi ha pianto tutte le lacrime che poteva versare.

Il destino le stava strappando ciò che di più caro una madre possa avere e non c’era nulla che potesse alleviare la pena che le stringeva il cuore.

Gli aveva dedicato ogni istante della sua vita affinché avesse un’esistenza il più normale e serena possibile, nonostante fosse conscia della diversità che lo distingueva dagli altri.

Da bambino lo aveva protetto senza impedirgli di fare quelle esperienze necessarie a renderlo l’uomo che poi sarebbe diventato.

Divenuto adulto, come capita a tutte le madri, non aveva potuto fare altro che lasciarlo andare, senza impedirgli di diventare l’artefice del proprio destino.

Ora che era lì si chiedeva cosa avrebbe potuto fare perché tutto ciò non accadesse e si disperava per non essere riuscita a impedirlo.

Non una, ma mille volte avrebbe voluto essere al suo posto, se solo gliene fosse stata data l’occasione.

E quella fede che l’aveva sostenuta fin da ragazza, adesso vacillava di fronte a ciò che i suoi occhi erano costretti a vedere, senza poter far nulla.

Non ci sono, non ci possono essere, parole per confortare una madre di un simile dolore e nessuno deve neanche provare a pronunciarle.

Solo il silenzio è ammesso al cospetto dell’imminenza di una tale perdita.

E un silenzio pietoso era sceso ad avvolgere quella donna e i suoi ricordi che la ricongiungevano a chi, di lì a poco, non ci sarebbe stato più.

Nella sua mente scorrevano le immagini del tempo in cui lo aveva amorevolmente allattato al suo seno; dei primi passi buffi e incerti divenuti poi spediti col passare dei giorni; delle corse con gli altri bambini e della sua preoccupazione che potesse cadere e farsi male; dell’amore ricambiato con baci e abbracci che non si sarebbe mai stancata di dare e di ricevere: al pensiero di quanto le sarebbero mancati fu sul punto di svenire.

Non adesso però, non poteva venir meno proprio ora che lui aveva più bisogno della sua forza.

Non poteva abbandonarlo.

E i loro sguardi continuarono a cercarsi, fino a quando l’uomo inchiodato sulla croce non esalò quell’ultimo respiro che nessuna madre dovrebbe mai raccogliere.

 

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