martedì , Maggio 28 2024

“L’azdora” racconto di Walter Serra

L’azdora

Walter Serra

Il racconto si è aggiudicato il terzo posto nella sezione dei racconti “gialli/storici” del concorso letterario “C’era una volta e c’è una Regina Rosa” 

Quelle giornate le ricordo come se fosse ieri, invece avevo sessant’anni di meno e tutti i capelli ancora in testa. Si era ai primi di febbraio del ’46, la guerra era terminata da pochi mesi e si stentava a rimuovere le macerie dalla città e dai nostri animi feriti. Crucchi, bombardamenti, guerra civile, tradimenti, fucilazioni, omicidi, non so come abbiamo fatto a sopravvivere. Forse è dipeso dal fatto che ai primi bombardamenti che avevano causato centinaia di morti c’eravamo trasferiti nelle campagne appena fuori Bologna, e che cercavamo di tenere buoni i rapporti con tutti, tedeschi, fascisti e partigiani. Ognuno si prendeva quel che serviva al momento. Polli, uova, tortellini ancora sul tagliere, anche una mucca, ci hanno portato via. Ma il maiale no, quello mio padre l’aveva difeso col fucile in mano, anche contro la mitragliatrice del tenentino con la svastica sulle mostrine che voleva portarglielo via. Io guardavo attraverso la sconnessione di una persiana, tremando come una foglia. A parole, a gesti, a bestemmie, poi il crucco capì il motivo della resistenza e si accontentò di mezza mortadella e di due pagnotte ancora calde, assieme a due capre. Fu l’ultima mortadella che mia madre preparò, mio padre morì per una polmonite nell’inverno del ‘43 e non poté vedere la fine della guerra, e forse fu meglio così, l’incrudirsi dei rapporti fra famiglie di fede politica avversa, soldati sbandati che non sapevano decidere da che parte stare dopo l’armistizio e facinorosi che sotto la bandiera partigiana prima e quella della Volante Rossa poi, ammazzavano senza nemmeno un processo o un’accusa i gerarchi fascisti che erano sfuggiti alle blande indagini disposte nel dopoguerra.

«Antonio! – mi diceva gli ultimi giorni – Tu la vedrai, la fine di questo schifo. Io non ci sarò più, sta vicino alla mamma e alle tue sorelle. E tieniti caro il maiale, anno dopo anno. La mortadella di tua madre…» Erano state le sue ultime parole. La mia mamma era una azdora coi fiocchi, e la mortadella la faceva lei, senza nessuno tra i maroni, che viene meglio, diceva, ma la mortadella non volle più farla. Diede via il maiale e si strinse il nero del lutto addosso, a soffocarle anche quel sorriso che metteva tutti di buonumore.

C’era un personaggio losco, che andava e veniva per casolari e cittadine, in quegli anni difficili. Si chiamava Borghi e faceva la borsa nera. Grasso come un arciprete di campagna, i baffetti tirati sul labbro sporgente, il doppio mento sempre lucido di sudore o di sugo. Pagava a noi un pollo o un coniglio cinquanta lire e lo rivendeva in centro a dieci volte tanto. Per non parlare della nostra mortadella, che valeva più dell’oro. Si era scontrato più volte con mia madre, ma lei era stata irremovibile, almeno fino a quel febbraio del ‘46.

«Su, Marianna, che in città tutti aspettano la sua mortadella. È la più rinomata, se la contendono anche all’asta, sapete? Vi do mille lire a mortadella, vedete, sono generoso! Facciamo duemila e non parliamone più!» li sentivo discutere da mezzora nella cucina, poi il silenzio. Un’ora dopo mi chiamò.

«Antonio, facciamo una festa. Sono stanca di questo lutto e ormai anche la guerra è dietro le spalle. Forse ha ragione quel porco di Borghi, è tempo che mi rimetta a fare la mortadella. Intanto, tu e le tue sorelle cucinate un pollo, un coniglio e anche un capretto. Cavoli, patate, zucca arrosto, voglio onorare il mio Vincenzo come non ho fatto mai.» Io l’ascoltavo, fra lo stupito e l’incantato.

«Ce ne occupiamo noi, madre, ma per la mortadella, come farete a…» Mia madre mi zittì con uno schiaffo all’aria.

«Quello è affar mio. Avvisate i parenti, domani a mezzogiorno si pranza tutti assieme. Adesso va via. Io mi chiudo in laboratorio e non voglio essere disturbata fino a domattina, siamo intesi?» Io a dir di sì con la testa, che non volevo scontentarla e beccarmi un ceffone sul serio, che lei aveva le mani pesanti. Per tutto il pomeriggio e la sera preparammo le pietanze e il ragù per le tagliatelle, che non c’era stato bisogno di ordinare, quelle si facevano sempre, nelle grandi occasioni.

Al mattino si presentò Degli Esposti con una damigiana di vino, mentre Venturi ci fece avere un quarto di forma di Parmigiano. Sembrava che si fossero aperti i depositi segreti dei contadini vicini, tutti all’improvviso avanzavano qualcosa.

«Dite alla Marianna che quando farà una mortadella in più, si ricordi di noi!» ridevano sotti ai baffi e annusavano l’aria fredda. Anch’io odoravo la stessa aria, ma non sentivo niente, solo il gelo che mi faceva

tossire. Guardavo la porta del capanno che mia madre chiamava il laboratorio. C’era un grande bancone di legno dove il maiale veniva macellato e sezionato, condito e porzionato, insaccato e controllato nel tempo. Poi c’era una grande stufa a legna, mastodontica, che riscaldava una campana di latta, dove mia madre metteva le mortadelle a cuocere. Piano, senza fretta, col solo calore della stufa, col grasso delle carni che bollivano, col budello che trasudava tutto l’eccesso e che fumava. Solo che io non potevo vedere nulla, lei stava là dentro da sola, a buttar legna nella stufa, che mio padre e io preparavamo nell’estate. Ecco, dopo un po’ quell’odore iniziavo a sentirlo anche io, quel vapore che ristagnava basso per via dell’aria fredda, ti prendeva allo stomaco e non vedevi l’ora di trovarti a tavola davanti a fette grandi come un piatto e una pagnotta di pane caldo pronta ad accoglierle.

Ricordo che aggrottai la fronte: sì, ma il maiale, da dove era saltato fuori?

C’erano mille cose da fare e intanto le ore passavano veloci. Verso le undici arrivarono i parenti tutti. Ognuno con qualcosa per fare festa. Dolci, frittate, uva passita. E tornarono anche i vicini, che si guardavano attorno.

«Borghi, Borghi dov’è? – chiedevano tutti – Ci ha dato appuntamento qui ieri pomeriggio, poi è sparito!» E giù a ridere di lui. Per via dei suoi traffici, durante la guerra aveva passato dei guai, qualcuno addirittura gli aveva sparato, senza colpirlo. Ma in fondo era un buon diavolo, ricco sfondato, ma solo al mondo.

D’improvviso il portone del laboratorio si era spalancato e mia madre era uscita con due mortadelle appese alle mani, ancora fumanti.

«Presto, presto! – urlava – Qualcuno al pozzo!» Il più lesto era stato Venturi, che prese a darsi da fare con la pompa dell’acqua. Mia madre poggiò le due mortadelle nel bacile di pietra e le lasciò inondare dall’acqua fredda del pozzo. Le girava e le massaggiava, finché il fumo che emanavano divenne un vaporetto e poi più nulla. Mia madre sedette di schianto sul bordo del bacile.

«Antonio! – chiamò – Appendile sotto al portico, che finiscano di freddarsi.» Aveva gli occhi rossi per il fumo e per l’insonnia, il grembiale chiazzato di sangue e di grasso. Quanto all’odore che emanava, poi, era meglio tenersi a distanza.

«Vado a cambiarmi. Ci vediamo a tavola fra un’ora.» Degli Esposti si fece avanti e si caricò di una mortadella. Dalla faccia che fece, immaginai che si chiese come avesse fatto mia madre a portarne due.

«Borghi, quando arriva?» domandò prima di allontanarsi.

«Quel porco? Tra non molto, vedrete!» Mia madre aveva un sorriso strano in volto, e ancora io non avevo capito.

L’ora che seguì fu la più frenetica della mia vita. La tavola non bastava e ne venne aggiunta un’altra, poi una terza. Sorrisi nello scorgere tovaglie di diverso colore, bicchieri spaiati, piatti di tre servizi, ma il calore della gente e dei parenti, il chiacchiericcio allegro e festoso sembravano cacciare indietro i brutti ricordi e le paure della guerra. Ognuno di noi aveva perso qualcuno di caro nel rifugio di fortuna ricavato in un tratto sotterraneo del canale Cavaticcio, tra le odierne vie Marconi e Leopardi, centrato in pieno da alcuni ordigni sganciati dagli Alleati.

A mezzogiorno spaccato mia madre si era presentata vestita di tutto punto. Un abito verde scuro, uno scialle di lana pesante e i capelli racchiusi dentro un fazzoletto colorato, che non avrei avuto tempo per lavarmeli, aveva sussurrato alla sorella. L’odore delle pietanze si mescolava alle voci, i sapori facevano allargare le bocche per commentare le mille bontà dei piatti che via via si susseguivano. Le bottiglie vuote rotolavano sotto al tavolo fra le risate colorite degli uomini e le occhiate basse delle spose.

Ma fu quando arrivano le piade fumanti che qualcuno si ricordò.

«Ma Borghi, non doveva venire pure lui?» chiese di nuovo Venturi. Io guardai mia madre, col boccone a metà. Lei si alzò e si diresse al portone, che spalancò. Fuori, le due mortadelle dondolavano all’aria.

«Eccolo, è arrivato!» disse, ridendo di gusto.

Mi cascò la forchetta nel piatto, ma nessuno se n’accorso. Dunque, ci stavamo apprestando a mangiare la mortadella di mia madre. La mortadella di Borghi, quel porco grasso, profittatore, che si era arricchito alle spalle di tanti poveretti alla ricerca di un pugno di farina per tirare avanti, di un chilo di carne per il brodo alla mamma malata, pagati con gli ori di famiglia o con chissà quale altro discutibile modo. Fremetti e

fui sul punto di smascherare tutto, poi mi fermai. Che si mangiassero la mortadella e quel porco di Borghi, cotto a puntino, fatto a fette, pezzetti di carne magra e di giusto grasso, salato, bollito al calore della stufa, poi gettato nel ghiaccio dell’acqua del pozzo e infine affettato con quella lama affilata, prima di essere posato fra due triangoli di piada bollente e infine masticato e digerito per farlo sparire del tutto. Sorridevo malevolo a quei truci pensieri di ragazzino, quando l’assito del porticato gemette e un’ombra di affacciò sull’uscio.

«Scusate il ritardo!» Borghi entrò sbattendo i piedi per scaldarli e tutti lo salutarono a gran voce. Io non ci capivo più nulla. Mia madre prese una seggiola e la posò accanto al suo posto, ma non sedette. Si lisciò il grembiale immacolato e prese un respiro.

«Ieri Borghi è venuto a casa mia. Voleva che tornassi a fare le mie mortadelle, le migliori di Bologna, aveva detto. Io avevo risposto che le facevo solo per mio marito e stavo per mandarlo via…»

«Allora l’ho chiesta in moglie…» si intromise Borghi.

«E io ho detto di sì. Più tardi mi ha fatto avere dei tagli di maiale belli ‘e pronti e mi sono messa all’opera. Oggi festeggiamo la memoria di mio marito e il mio fidanzamento!» aveva concluso. Dopo un attimo di silenzio, qualcuno aveva iniziato ad applaudire, altri a urlare auguri. Io ero combattuto, indeciso se saltare addosso a Borghi per morsicarlo, oppure se saltare al collo di mia madre e benedire quel ritrovato sorriso. Non feci nulla di tutto questo. Indicai il portone rimasto aperto dal quale entrava un freddo della miseria.

«Sì, ma quelle mortadelle, vivaddio, qualcuno le vuole portare in casa sì o no?» Tutti risero, poi mangiammo di gusto fino a crepare per il mal di pancia, festeggiando lo sposo perduto e quello nuovo.

 

Ora, a distanza di tanto tempo, ricordo con piacere quella giornata, cui seguì un periodo tutto sommato felice. Nel tempo, persi mia madre e anche Borghi ci lasciò, qualche anno dopo. Ma, in onore della mia mamma, Borghi volle impiantare una fabbrica di mortadelle, usando la ricetta segreta di mia madre, che oggi custodisco io. Pochi ingredienti, la migliore carne di maiale, sale e quel tocco in più che non svelerò mai, nemmeno sotto tortura. E così, la nostra mortadella è rimasta la migliore di Bologna, solo che al giorno d’oggi tutti se la possono permettere e gustarla non è più un salasso al portafoglio.

Il rumore della vecchia Berkel mi richiama dal sonno leggero che mi aveva preso. Vedo arrivare di corsa mio nipote Alberto con una fetta di mortadella più grande della sua testa in una mano e una piada nell’altra.

«Nonno, nonno, svegliati! C’è la mortadella!» mi esorta, allungandomi il tutto. Gli sorrido. A lui piace mangiarla anche senza niente, ma è dentro la piadina calda che libera tutti gli aromi. La preparo e la divido a metà. Socchiudo gli occhi mentre la assaporo. Mi chiedo se sia ancora così buona come allora che apprezzavamo anche l’aria che respiravamo, mentre oggi…

Apro gli occhi.

«Vanne a prendere un’altra, Alberto!» gli dico a bassa voce. Il bambino corre via squittendo. Così non vede i miei occhi che si riempiono di lacrime, poi mi passa subito. È dura restare inchiodato a questa sedia, anche se sarà ancora per poco. E per tutto il tempo che mi resta, voglio andare avanti a ricordare quei tempi lontani e a gustare piada e mortadella. La tua, mamma cara.

Chi è Walter Serra

Walter Serra è nato a San Marino nel 1960. Appassionato lettore da sempre, scrive romanzi e racconti da oltre
vent’anni. Ha pubblicato diversi romanzi con 0111 edizioni: Pioggia battente (2012); Le bianche scogliere di
Dover (2013); Tre giri di chiave (2014); L’ossessione e il sogno (2015); La Giostra (2018). Inoltre ha
pubblicato: : L’ombra della sera (Arduino Sacco – 2009); Senza respiro (Carlo Filippini Editore – 2017; Il caso
Vertigo (Carlo Filippini Editore – 2018;; Maura Porcu – Senza Pace (Carlo Filippini Editore – 2021); La casa
sulla collina (Edizioni il Loggione – primo classificato al concorso R come Romance – 2021).

 

Cosa dice di sè

Walter Serra, sammarinese mai pentito, dal 1960. Una lunga maturazione, distillata in racconti e romanzi, molti dei quali destinati ad essere conosciuti postumi. Posso considerarmi uno scrittore? Mi rispondo scimmiottando una battuta di Forrest Gump: scrittore lo è chi scrittore lo fa. E non era una cosa positiva…

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