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Layla e Majnun o Il pazzo di Layla e altre storie

Layla e Majnun o Il pazzo di Layla e altre storie

di Renata Rusca Zargar

II ATTO

Paesaggio desertico. Entra Majnun molto agitato con le vesti scomposte e i capelli tutti spettinati. Layla è seduta con il capo tra le mani.

MAJNUN -Layla, ho sentito che la tua famiglia ti farà sposare un altro! –

LAYLA -Sì.- Piange. -È il figlio di un amico di mio padre. Ha una bella casa, tante ricchezze; sarò felice, mi dicono! –

MAJNUN con la testa bassa -Sono povero. –

LAYLA lo guarda con gli occhi bagnati dalle lacrime ma pieni di amore – Sei sincero, lo so. Io morirò senza di te, non mi interessa la vita…-

Layla e Majnun si abbracciano disperatamente per l’ultima volta.

 

Accoccolata sulla sabbia di fronte al mare, riuscivo a immaginare le donne sedute a teatro ad assistere alla tragica storia di Layla e Majnun.

Potevo quasi sentire i loro pensieri e vedere i loro occhi disperati… “Sì, l’amore eterno esiste, proprio così! È questo. Anch’io voglio un amore come quello di Layla e Majnun, più forte di qualsiasi evento. L’amato deve essere per sempre mio in una passione totale, perfetta…. Desidero anch’io impazzire d’amore come loro. Soffrire? Bisogna anche soffrire? Sì, per la felicità estrema, eterna!”

Forse, gli uomini, invece, si sentivano un po’ imbarazzati davanti a tanto entusiasmo, magari, si assestavano meglio, un po’ nervosamente, sulle eleganti poltroncine, con un lieve sorriso di circostanza sulle labbra. Nessuno di certo piangeva.

Qualcuno, probabilmente, rigettava dentro di sé un ricordo…

Forse, da adolescente, aveva amato e non era piaciuto all’amata, forse, era stato rifiutato e deriso, oppure si erano amati per un po’ e poi tutto era bruciato nel nulla…. Probabilmente, avevano a fianco la persona che un tempo anelavano fino allo spasimo e ora era diventata solo un’abitudine, senza caldo nel cuore…

Forse, la grande passione di un tempo si era sciolta nell’indifferenza.

 

 

Avevo portato, dunque, con me, alla spiaggia, quel libro, “Layla e Majnun o Il pazzo di Layla e altre storie”.

Volevo rileggere quella vicenda.

Era settembre inoltrato e mi piaceva stare seduta vicino al bagnasciuga, di fronte all’orizzonte del mare. La giornata era morbidamente calda, il sole accarezzava la pelle senza bruciare.

La tragedia raccontava di due innamorati infelici. Un poeta beduino era stato conquistato da una fanciulla, Layla, della sua stessa tribù. Ogni giorno si incontravano nel deserto, di nascosto, per pochi minuti. Poi, lui l’aveva chiesta in sposa ma era stato rifiutato. Il padre aveva ben diverse ambizioni per la figlia e l’aveva data a un capo di un’altra tribù. Majnun aveva vagato nel deserto come un pazzo, declamando versi di grande dolore e tracciando le lettere del nome di Layla con un bastone sulla sabbia. Intanto, Layla era stata portata lontano, si era ammalata ed era morta. Giulietta e Romeo? Forse, questa vicenda antica aveva ispirato Shakespeare o, forse, no. L’amore infelice non è solo quello di Layla e Majnun: l’amore è quasi sempre infelice, anche se non tragico.

 

Infatti, in quel libro c’erano anche altre storie d’amore.

Come quella di Shah Jahan, il quinto imperatore Moghul dell’India. Egli amava molto sua moglie Arjumand Banu Begum, chiamata anche Muntaz Mahal, cioè la luce del palazzo. L’aveva vista, desiderata, voluta, e quel bisogno di lei, di stare fra le sue braccia, non si era mai assopito. Molte volte lei era stata feconda; infine, dando alla luce il loro quattordicesimo figlio, frutto di quell’amore sempre più profondo, era morta!

Shah Jahan aveva perso tutto con lei e aveva solo uno scopo ormai: costruirle la più stupenda dimora perché potesse riposare per sempre nella bellezza e nel rispetto di tutti.

D’altronde, che altro poteva fare? Lei non c’era più!

Così, per ventidue anni, i migliori esperti di vari paesi avevano lavorato al Taj Mahal; 1000 elefanti avevano trasportato i materiali più splendidi del mondo: marmo, diaspro, giada, cristallo, turchesi, lapislazzuli, zaffiri, corniola…

La triste storia di Shah Jahan, però, non era finita: uno dei suoi figli aveva preso il potere e lo aveva imprigionato nel Forte rosso. Dalle finestrelle del suo carcere egli poteva scorgere l’immensa tomba che aveva fatto innalzare e dove un giorno non lontano avrebbe riposato anche lui. Perciò, egli era rimasto là, ogni giorno, ogni ora, con gli occhi fissi sulla meravigliosa dimora eterna della sua Muntaz, fino a che non era diventato cieco.

“Una lacrima di marmo ferma sulla guancia del tempo”, così il poeta Rabindranath Tagore aveva poi definito il Taj Mahal.

 

Infine, avevo riportato a casa dalla spiaggia quel libro, ma mi infastidiva trovarmelo dappertutto: in cucina, in camera…

Mi dava l’impressione di conservare indebitamente un segreto.

Perché, oltre a quelle storie note a tutti, nel testo, si parlava anche di Mahākāla e Kalachakra.

Quel capitolo mi creava un certo disagio: mi sembrava di allontanarmi dal presente, di vagare in un universo eterno che scorre come la corrente di un fiume…

Era lì, forse, che dovevo tornare? Goccia tra le gocce?

Tra l’altro, avevo letto quel libro proprio alla vigilia del mio secondo viaggio in India e, nonostante tutto, ora era con me, mentre volavo da Bombay a Trivendrum.

Andavo a ritrovare i suoi occhi, quegli occhi che avevo incontrato alcuni mesi prima nel Ladakh e che da allora non mi avevano più lasciato.

Dolci, del colore dell’anima.

E non potevo più vivere senza rivedere quello sguardo.

L’aereo, intanto, era atterrato: intorno, solo boschi di palme e, davanti, l’oceano.

Avevo ringraziato mentalmente Dio per avermi concesso di vedere tanta bellezza e diversità.

Ora dovevo raggiungere Kovalam Beach con un risciò a motore.

Mentre mi muovevo, parlavo, esistevo, frugavo ovunque alla ricerca di quegli occhi…

Chi eravamo già stati? Layla e Majnun? O Shah Jahan e Muntaz?

No, forse, più probabilmente, Mahākāla e Kalachakra.

Ora, un giovane ragazzo del posto mi stava facendo attraversare a piedi un bosco: il terreno era tutto ricoperto da fogliame secco di palme.

Faceva caldo.

I miei piedi calzavano sandalini infradito.

Non sapevo che quella fosse la terra del cobra.

Meglio che muoia una persona piuttosto che un serpente, pensavano ancora molti, laggiù. Infatti, il cobra è la manifestazione del Dio Shiva, divinità della distruzione, ed è anche sovrano degli altri serpenti. Come si potrebbe offendere Shiva uccidendo un cobra?

Davanti a me, ora, c’era Majnun: -Vai, Layla sii felice, io non avrei potuto darti ciò che ti darà lui. Vai, dimentica i nostri cuori che battono insieme come gli orologi le ore, dimentica le nostre mani che si sfiorano…

Più grande del mio corpo

è il mio spirito.

Immenso,

tende agli spazi infiniti,

alla grandiosità del cielo,

al potere delle cose che non sono. –

Vedevo anche Jahan che piangeva dalla sua triste prigione tendendo il viso verso il Taj Mahal…

Sì, l’amore esiste, è eterno, adesso, finalmente, lo potevo capire…

E noi due eravamo stati davvero, molti secoli addietro, Mahākāla e Kalachakra…

 

La salma era stata rimpatriata in Europa con il libro ancora nello zaino.

 

Seduto sulla soglia del negozietto per turisti sulla spiaggia di Kovalam, Zahoor, cioè colui che appare, che giunge nella luce, fissa l’orizzonte di un oceano dalle onde altissime.

Là, dietro il promontorio del faro, la palla rotonda del sole si sta coricando nel mare, mischiando i suoi stupefacenti colori con il blu dell’oceano impetuoso.

Nell’aria, si allargano le note di una famosa struggente canzone: “Here I go out to sea again / The sunshine fills my hair / And dreams hang in the air /… Look at me standing / Here on my own again / Up straight in the sunshine / They seem to hate you / Because you’re there / And I need a friend, oh I need a friend / To make me happy, not so alone / Look at me here, here on my own again / Up straight in the sunshine / …No need to run and hide / It’s a wonderful, wonderful life / No need to laugh or cry / It’s a wonderful, wonderful life…”1

I pescatori tornano cavalcando le onde con i catamarani scuri.

Lei non è venuta, pensa Zahoor.

Si è già stancata di lui!

Non si ripeterà la storia di Mahākāla il cui corpo brucia in un amplesso eterno nel corpo di Kalachakra.

Le porte del Paradiso (o Inferno?) della passione non si spalancheranno più per loro. Ella è una donna occidentale, prende e butta via il maschio, conclude, infine.

I mesi passati tra i monti della Luna a Leh, sono stati solo un’avventura, le sue lacrime brucianti per la separazione sono state come bolle di acqua minerale che evaporano in un momento.

Gli occhi dolci e profondi dell’uomo sono tristi ma rassegnati.

La vita non può essere governata da noi. C’è un destino superiore.

Chissà, forse, loro due dovranno ancora aspettare la prossima esistenza…

 

 

Mahākāla era uno spirito terribile con la bocca spalancata da cui pendeva l’enorme lingua prominente e la sua risata echeggiava per valli e montagne, terrorizzando persone e animali. In una delle quattro braccia, egli teneva un’accetta e al collo una collana di teschi. Il Creatore Brahma l’aveva modellato per esprimere il tempo indeterminato che distrugge ogni cosa e, da quella distruzione, ogni cosa rinasce in dissimile forma: nel lungo esistere dell’universo, la suprema notte divora l’esistente e il giorno risorge a ripresentare la vita. Accanto a lui, il Creatore aveva voluto Kalachakra, l’energia femminile, il potere e la forza del tempo e dei cicli nel creato, l’onniscienza di tutto sotto l’influenza del tempo, così come la ruota è senza principio e senza fine…

Mahākāla e Kalachakra sono condannati: a possedere lui e a essere posseduta lei, durante i secoli della vita, stretti in un abbraccio che conclude la tensione e la sofferenza terrena.

Prima di svuotare, bisogna riempire è scritto nei sacri testi, prima di cadere, bisogna salire. Gli opposti non sono elementi tra loro contrari, ma compongono una stessa

unità, come la testa e la coda nell’animale, come il caldo determina il freddo, e si succedono continuamente, come il giorno succede alla notte. Solo dall’unione dei contrari nasce la gioia e si attenua il dolore dell’esistere.

Ma per questo ci sarebbe stato ancora tempo…

Forse, un’altra vita.

1 Wonderful Life di Colin Vearncombe aka Black

 

 

Renata Rusca Zargar

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