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Carnet de voyage

Non ho mai viaggiato così tanto negli ultimi anni come per lavoro. Milano, Roma, Torino, Firenze, Bologna, finanche a Vienna.

Auto, treno, aereo, taxi, nuove esperienze, nuove sfide.

Vi racconto l’ultima.

Trasferta minima, Bologna, che vuoi, una città vicina, conosciuta, una meta amica, quindi.

No, ti consiglio il treno… I lavori, il parcheggio, le multe se oltrepassi le barriere elettroniche…

Come non dare retta a un collega, che è del posto?

Diventare scemo per trovare un parcheggio, poi, chi me lo fa fare?

Arrivo a Rimini comodo comodo, parcheggio pure all’ombra, a due passi dalla stazione, tanto paga la banca.

Col biglietto già in tasca – che quando la banca vuole fare le cose per bene…– entro e oblitero subito per non dimenticarmi, poi osservo il tabellone. Il treno c’è, il binario pure, tutto regolare.

Solo il caldo inizia a dare fastidio, e non sono ancora le otto. Son costretto a mettermi dietro la macchinetta delle bibite posta lungo il binario, per sfuggire al morso del sole che annuncia una giornata delle solite. Rimedio il rimbrotto di un turista di colore che s’è visto mangiare un euro dalla macchina, senza erogargli la lattina.

Lui guarda me, io guardo lui, insieme guardiamo la macchina.

Guarda che io non c’entro mica niente!  Ma non parlo, gli indico col dito il display spento. È sufficiente, capisce. Si allontana, assieme alla compagna col culo che a fatica sta dentro al jeans. Grato.

Grato io, che ha smesso di rompere, ma viene subito sostituito da due ragazzette, né belle né brutte, né grasse né magre. Oh, insomma, di quelle che vederle o non vederle…

Strimpelliamo assieme un po’ d’inglese.

Pretendono di andare a Venezia col mio treno, delle otto. E mi mostrano pure il biglietto.

Non c’è dubbio: Rimini ore otto, fino a Venezia.

Solo che quel treno va a Torino.

Discutiamo per un minuto sull’arcano che governa quella strana situazione, poi un’appunto svela che forse a Bologna devono scendere e cambiare treno. Rimango finalmente solo sotto lo sguardo vigile di una tipa che cicca e fuma assieme, ingobbita accanto all’enorme trolley rosso con sopra la gabbietta porta animali in coordinato.

Un’ombra si muove appena all’interno, pelo nero e occhi gialli spaventati, un amore di gatto di quelli che piacciono a me. Ne ho avuti due, così, e ancora mi dispiace la loro perdita.

La signorina dell’altoparlante annuncia l’arrivo del treno proveniente da Ancona. Non ha ancora finito di elencare le due o trecento fermate che il regionale farà da Rimini a Torino, che siamo già partiti.

Già, partiti…

Naso subito che c’è qualcosa che non va nel verso giusto.

La carrozza di prima classe è quasi piena, tanto che mi affretto a prendere il posto più vicino, opposto a una rossa niente male, di quelle fulve da fare paura, lentiggini e… Insomma, ci siamo capiti! Sulla destra del classico scompartimento a tre posti in linea, ci sono due che hanno occupato anche il sedile di fronte, buttandovi sopra le valigie. Il treno si muove con uno scatto e osservo il finestrino aperto, anzi spalancato. Dentro fa un caldo insospettabile per una carrozza di prima classe, ma la rossa non dà segno di volere chiudere. Il sole mi taglia la faccia e tiro la tenda, ma solo di poco, perché il vortice dell’aria cerca di portarsela via.

Ho capito, non funziona l’aria condizionata.

E probabilmente nemmeno il cesso, perché c’è una vaga puzza di piscio nell’aria.

Però, cavolo, c’ho il mio posto seduto, un bel sedile comodo, di fronte a una bella fi..-figuriamoci se mi lamento.

Il macchinista nemmeno avrà messo la terza che da dietro la rossa s’alza un lamento supplichevole:

Mieo…     Mieo…   Mieo… Mieo…

Gesù, manco c’avesse il metronomo, tre secondi esatti fra un Mieo… e l’altro.

Pora bestia, viaggiare stretta in quella cassetta, in cima alla valigia instabile che traballa a ogni traversina, a ogni frenata, acchiappata all’ultimo secondo dalla tipa che ora cicca solo, che, vivaddio, almeno non si può fumare, in questa carrozza!

La rossa piglia le cuffiette e si isola con la sua musica preferita, mentre io approfitto del viaggio per ripassare il motivo della trasferta.

Il sole impietoso stenta a salire in cielo e si posiziona direttamente sulla mia faccia, costringendomi a reggere con una mano le dispense da leggere, con l’altre quelle lette, a mo’ di schermo anti UVA.

Mieo…     Mieo…   Mieo… Mieo…

Si definisce rischio operativo il rischio di…

Mieo…     Mieo…   Mieo… Mieo…

…mentre non sono da considerare rischi operativi le perdite derivate da…

Mieo…     Mieo…   Mieo… Mieo…

A metà scompartimento qualcosa turba il delicato equilibrio che sto cercando di mantenere. Salta fuori un bimbetto di quattro o cinque anni, basso, tarchiato e pingue, caratterizzato, oltre che dal timbro della voce, da tenore diplomato, da una vistosa benda occipitale, memoria di una qualche azione sovversiva della legge di gravità. C’è una madre sull’orlo di una crisi di nervi, c’è una nonna che ne sta pagando le conseguenze. Pare esserci un fratello più piccolo, ma se ne intravedono solo i pugni mulinanti oltre la spalliera del sedile, altro non è dato a capire.

Il bimbetto s’è indispettito per qualcosa e non sente ragioni; urla, piange, strepita e la madre gli fa compagnia, rimproverando mamma soja di stare a sentire, la prossima volta.

Anche loro dovevano andarci in macchina, alla loro sconosciuta meta? Mai lo sapremo, però, manco ce ne fregherebbe…

Mieo…     Mieo…   Mieo… Mieo…

(che mi stavo dimenticando il sottofondo…)

Il bimbetto sparisce momentaneamente di scena, caricato a forza dalla madre fuori dello scompartimento.

Preciso: fuori non significa fuori fuori, visti i finestrini aperti, ma solo fuori dalla carrozza, in quella terra di nessuno dove le connessioni fra carrozza e carrozza sembrano promettere di secondo in secondo l’apertura della proverbiale crepa sotto i piedi  a inghiottire il malcapitato.

La rossa mi falcia con uno sguardo veloce, mentre mima con le labbra sottili il motivetto che sta ascoltando. Fossimo contigui su sedili gemelli, potrei chiederle mezza cuffia e cantarla assieme a lei…

Mieo…     Mieo…   Mieo… Mieo…

Il Risk Manager provvederà alla mappatura dei rischi mediante…

Mieo…     Mieo…   Mieo… Mieo…

…definendo nel contempo adeguati indicatori atti a evidenziare con tempestività gli scostamenti…

Un treno ci sfila a doppia velocità, spazzando la tenda e buttando dentro un soffio caldo.

Mieooo…

Non sono ancora le nove, io nemmeno ho letto metà della dispensa e nel corridoio il via vai della gente che cerca posto sembra infaticabile, in costante aumento a ogni pedissequa fermata.

Mieo…     Mieo…   Mieo… Mieo…

Il bimbetto torna, per niente calmato, poi si mette a menare schiaffi a qualcuno che non si vede, ancora non gli è passata.

Mieo…     Mieo…   Mieo… Mieo…

Il braccio alzato a coprire il sole inizia a pesare, ma se lo abbasso il sole mi scioglie in cinque minuti. Cerco pure di stare di traverso, per godere di metà ombra proiettata dal montante fra i finestrini.

La rossa sembra inquieta, pasticcia con l’Mp3, col cellulare, però sta ancora saldamente attaccata al suo mondo musicale e fissa fuori, una campagna mezza arata, mezza di stoppie rinsecchite, e mezza…

Vabbé, la matematica non è mai stata il mio forte.

Mieo…     Mieo…   Mieo… Mieo…

I due alla mia destra non accennano nemmeno morti a spostare le valigie per dare spazio ai postulanti: lui con gli occhi interessati solo al panorama esterno, lei coi piedi scalzi allungati sulla valigia più vicina, impudica a gambe aperte nel pantalone rosso sangue di bue (avrei scritto a gambe larghe e rosso bordot, però magari non avreste gradito).

Mieo…     Mieo…   Mieo… Mieo…

La litania di ‘sto gatto me la ricorderò per un pezzo, ancor di più dei tormentoni estivi tipo:

Dammi tre parole, sole, cuore e amore…,

che in fondo ci fissano dei ricordi.

Un ponte traballa, superiamo un fiume in secca che ci offre solo un’ansa verdastra e due tronchi che spuntano dalla sabbia, paiono due stinchi di un morto, bianchissimi.

…effettuerà con regolarità le analisi di scenario..

Mieo…     Mieo…   Mieo… Mieo…

Peccato sia vietato gettare oggetti dal finestrino…

No, dicevo che mi sarebbe piaciuto buttare via le dispense, capirai, è solo carta…

Tutte le cose finiscono, anche le più belle, così il mio viaggio volge al termine. Con calma precipitosa guadagno il predellino d’uscita, dando un’ultima occhiata alla rossa, che non si degna d’incrociare.

La tipa di destra s’è rimessa le infradito (Mattia, è parente tua, per caso?) e accenna a smobilizzare la torre di babele di valigie.

La piattaforma è già stata occupata da una famiglia di francesi. Conto tre figli, sei, quattro, due anni, all’incirca. La piccola è bionda con l’occhietto furbo furbo, ed è un amore. Parlano con una coppia di anziani, soccia, son di Boloogna. Sono stati al mare, a Cattolica, per due settimane, e adesso tornano a casa, in aereo. Con tutti i bagagli che c’han dietro, ne avranno noleggiato uno tutto per loro! Soccia!

Il divisorio si apre, e rimane a metà: la tipa in pantaloni rosso sangue di bue non ci sta, sul predellino, e deve aspettare.

Mieo…     Mieo…   Mieo… Mieo…

Va a cagare!

            Scusate, mi riferivo alla padrona, massimo rispetto per gli animali, io.

Bologna 9.22 è già calda come uno scontro a fuoco. Il sole fuori dalla stazione abbacina e mi distraggo pensando a quando ho raccolto sei amici col mio furgone, giusto un anno fa.

Davanti ho una signora anziana, secca come i fiori del vestito nero che indossa. S’avvicina a un taxi che sopraggiunge, sale e va via.

Ne arriva un altro, che si ferma pochi metri da me.

Salgo.

Ma lei, stava in fiiila?

Mi scappa un di circostanza, poi, mentre il taxi si muove, vedo le otto o dieci persone in cima alla via, a mille anni luce da dove stavo io.

Mi affretto a precisare, tanto per chiarire che, di solito, faccio io da taxi, e non ne prendo (e a questo punto, nemmeno volentieri).

Soccia, che poi quelli là mi rompono i maroooni a me, mi rompono!

Incasso la figuraccia, ma intanto sto in macchina, al fresco, diretto al luogo dove le mie dispense troveranno motivo di essere state scritte.

Le vie si stringono sempre più, portandomi alla memoria ricordi che se fossero cognac sarebbero stravecchi.

Il tassista rallenta, ma non può svoltare, ci sono dei lavori e la via è chiusa.

Soccia, non si può passaaare. Che faccio, dovrei fare un giro laargo, ma si perde un sacco di tempo.

Mi dice che la mia destinazione è centro metri a destra, così pago il fio del mio delitto e mi avvio a piedi.

Soccia!

Ripassare davanti all’Hotel San Donato, dopo tanti anni, mi fa sorridere e dimentico tutte le traversie della mattinata.

Niente, sono sicuro, niente potrà ancora andarmi storto.

Suono il campanello.

Niente. (appunto…)

Ne suono un altro.

Niente.

Soccia!

Dimenticavo: la mia destinazione è Via dell’Inferno.

Mi chiedo se è l’inizio o la fine di qualcosa.

Poi prendo il cellulare e chiamo il collega che venga ad aprire…

Soccia!

Walter  Serra

 

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