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Brandina, la tela al neon che strizza l’occhio alla pop art

Prendi una borsa, non una qualunque, bensì una diventata un must del design balneare. Sempre sulla stessa lunghezza d’onda usa pezzi di neon per “foderare” sedie da spiaggia, aggiungi un artista e libero pensatore, un sindaco dall’istinto pop pronto a raccogliere nuove sfide e un teatro storico, un po’ ricostruito, un po’ ancora cantiere. Mescola tutto con la fantasia e quella voglia di mare che a Rimini non conosce stagione. Il risultato è uno solo: benvenuti nel nuovo mondo, benvenuti nella dimensione di The Art of Selling a Bag, la mostra di Marco Morosini, ideatore del marchio Brandina, allestita fino al 31 gennaio nel foyer del Teatro Galli di Rimini (ingresso libero).

 

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La personale del designer Marco Morosini, dopo la tappa inaugurale di Miami, attraversa l’oceano e arriva fino al mare Adriatico. Si tratta di un’installazione inedita in cui opere al neon si prestano a diventare “tele” nel tipico stile Brandina per sedie e sdraio da spiaggia, piuttosto che salvagenti e installazioni luminose, accanto ci sono stampe fotografiche dai colori squillanti, tessuti e tele pittoriche che strizzano l’occhio ai mari di casa e tante tantissime bag, esposte con ossessiva modalità pop. A fare da contraltare a tanto spirito contemporaneo l’ingresso del teatro della città con le sue scalinate, gli stucchi, i chandelier e le vetrate ottocentesche. Morosini impegnato fra grafica, design, parte imprenditoriale e parte artistica esplora con questa mostra il rapporto fra Design, Arte e Commercio. Una trilogia che rischia di venire fagocitata dalla finanza che sull’arte ci ha posato gli occhi da tempo. All’opposto il pensiero di Morosini: “L’arte – spiega – deve essere liberata dalla scatola della finanza che l’ha imprigionata, deve tornare fra noi. Dobbiamo imparare a sognare sapendo di sognare, sperando che il mondo possa essere salvato dalla bellezza della creatività e non dal potere”. A dargli mano forte nel video realizzato per la mostra personaggi del calibro di Andrea Ugolini (collezionista), Oliviero Toscani (fotografo), Renzo di Renzo (docente marketing culturale Ied-Milano), Antonio Ghini (direttore dei Musei Ferrari di Modena e Maranello), Alessandro Dal Lago (sociologo), Enzo Cannaviello (gallerista), Achille Bonito Oliva (critico d’arte), Davide Serra (finanziere, fondatore del fondo Algebris) e Vittorio Sgarbi (critico d’arte). The Art of Selling a Bag resterà aperta fino alla fine del mese, da segnare in agenda, sabato 16 gennaio, quando alle 17,30 si terrà l’asta benefica Memory. Una delle opere di Morosini verrà messa all’incanto e il ricavato destinato all’associazione Alzheimer di Rimini.

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Libero pensatore. Morosini classe 1972, studia a Urbino e in Germania. Fondamentale l’incontro con Olivero Toscani, a Fabrica, il centro di ricerca sulla comunicazione promosso dalla famiglia Benetton nel Veneto. Giovanissimo con lui infatti vola fino a New York per curare un progetto editoriale. A seguire, Los Angeles e San Francisco ospiteranno due sue prime mostre personali. Altra data cardine il 2001. Morosini restaura un vecchio sito industriale di mille metri quadri a Pesaro e qui inizia la sua professione di “artigiano pensatore”. Dal suo estro nascono libri fotografici e progetti di comunicazioni per clienti importanti, fra cui spicca il museo Ferrari di Maranello. Cercando un gadget che potesse accompagnare il libro “Divi di Rimini”, un’originale galleria di volti di bagnini, si imbatte nelle tele per le brandine. Il tessuto da mare bello e resistente acquista la maiuscola e dà vita al design balneare delle borse Brandina e a tutta una serie di oggetti e oggettini collegati.

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Cantiere edile con vista. La mostra The Art of Selling a Bag è anche l’occasione per esplorare uno dei luoghi simbolo di Rimini. Infatti in una città che da decenni si confronta, litiga, accapiglia, sulla ricostruzione del suo teatro, distrutto dai bombardamenti della seconda Guerra Mondiale, senza mai giungere a un nulla di fatto, pare che qualcosa stia cambiando. Solo un paio di stagioni fa, il cantiere del foyer era stato lo scenario in cui proiettare uno spettacolo di video e luci. Una location insolita fortemente voluta dal suo primo cittadino Andrea Gnassi. Un modo audace per fare conoscere ai riminesi, che ormai al loro teatro non ci credevano più, la volontà di portare a termine il progetto di recupero. Oggi l’ingresso del Teatro Galli è stato restituito a Rimini e ai riminesi. Ma non è che una prima pietra, molto ancora c’è da ricostruire. Così un altro cantiere e un altro gioco di luci, dall’altra parte dell’ingresso che dà su piazza Cavour, è pronto a svelare il suo futuro. Insinuandosi in mezzo alle staccionate, gli spettatori entrano nel cantiere e vedono lo spettacolo a cielo aperto con tanto di vista sui lavori di ricostruzione del teatro vero e proprio. Fino al 6 gennaio sarà infatti proiettato lo spettacolo Luci sul Palco, l’installazione scenografica a cura del gruppo di artisti visivi Prospectika, che evoca le suggestioni del teatro che sarà, con uno sguardo sul Castel Sismondo proprio a ridosso della struttura. Luci, immagini, musiche che spaziano dalla lirica alla danza, dal teatro alla musica sinfonica, fino alle note contemporanee e pop. Venti minuti, dalle 18 alle 22 fino al 6 gennaio (ingresso libero) che mettono in scena la fascinazione dell’incompiuto e uno sguardo sulla città che verrà, fra lo splendore del medioevo malatestiano e l’ottocento verdiano, fu infatti l’Aida di Verdi la prima opera rappresentata al Teatro Galli. Luci, visioni e cantieri quelli che, in questi mesi cingono il Castello su cui si lavora per ripristinare l’antico fossato e quelli del Galli, tutti lasciati con spazi a vista perché controllare lo stato di avanzamento dei lavori pubblici non è stato mai così pop.

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Antonella Zaghini

 

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