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Alla ricerca del paradiso

Alla ricerca del paradiso

di Renata Rusca Zargar

 

I bambini della piccola città italiana di provincia si fermano sbigottiti: davanti a loro due enormi elefanti, creature conosciute solo dalle immagini della tivù, si agitano, con le catene ai piedi, scag1iandosi in bocca, con la lunga proboscide, dei mazzetti di erba secca.

– Mamma, portami a vedere il circo, ti prego! Guarda, guarda, il cammello laggiù…

E il giorno dello spettacolo arriva: sotto la grande tenda, uomini e animali sono vestiti a festa, mentre brillanti musiche moderne invadono l’aria.

Molti degli inservienti e dei guardiani hanno la pelle un po’ scura e Suresh è uno di loro. La sua statura alta, il suo portamento, gli occhi dai toni profondi, rivelano la sua origine: il Rajastan, in India, il paese dai colori sgargianti e dalle bellissime donne.

Ma nel suo villaggio, al limite del deserto, non c’erano molti colori: solo il grigio scuro delle capanne impastate col fango e il marrone della terra troppo spesso arida.

Anche i sari arancio e gialli diventavano presto lisi e consunti come la bellezza delle donne che dovevano recarsi, molte volte al giorno, a prendere 1’acqua al pozzo, allevavano troppi bambini e lavoravano con la schiena china nei campi.

Suresh aveva un piccolo appezzamento di terreno per crescere quattro figli suoi, tre di suo fratello, che era morto con la moglie per un’epidemia di colera, e ospitare la vecchia madre, quasi del tutto cieca. Sua moglie Sangeeta badava a tutti con amore, senza un lamento, anche se i bambini non potevano andare a scuola e, qualche volta, il raccolto era molto scarso.

L’unico momento di gioia, Suresh lo coglieva quando portava le patate al mercato, a Jaipur.

Lui e i bambini si concedevano, da un venditore ambulante, una samosa, la pasta ripiena di patate fritta nell’olio, da intingere nelle salse pjccanti, e poi_potevano curiosare nei negozi zeppi di mercanzie. Il loro carretto era trascinato da un vecchio bue mentre il traffico si svolgeva svelto tra moto, taxi, biciclette e altri carri trainati da cammelli o lunghe processioni di elefanti, nelle strade dove pacifiche vacche  passeggiavano o sedevano incuranti d e1la confusione e del rumore.

Nella via principale, si stagliava, affascinante come una volta, il palazzo del vento rosa. Un tempo,  dietro le finestre di quella splendida costruzione, residenza del maharaja, i cortigiani usavano spiare senza essere visti.

“Roba d’altri tempi!” pensava Suresh, mentre i bambini osservavano incantati, senza poter comprare nulla, la bancarella dei giocattoli all’angolo.

Fu in uno di questi viaggi che Suresh sentì parlare per la prima vol­ta dell’Europa da uno dei suoi clienti:

– Mio zio vive in Germania. Là ci sono bellissime case con l’acqua in cucina, tutti hanno l’automobile e tanti soldi! –

E questa frase si ripeteva nella sua mente così come le meraviglie di un mondo dove non esisteva la povertà.

Intanto, le sue giornate continuavano uguali: alzarsi all’alba, lavorare nei campi, tornare a casa sfinito e dormire; di diverso c’era solo qualche viaggio a Jaipur per comprare il necessario e vendere i propri prodotti.

E ogni mattina, all’alba, anche Sangeeta si alzava a pregare gli Dei affinché l’aiutassero e poi, dopo essersi colorata la fronte con il sindoor, cominciava la sua fatica, caricando i pesanti secchi d’acqua. Per fortuna, il figlio più grande di otto anni, Sunil, aveva iniziato ad aiutare il padre nei campi, mentre Sushma, di sei, sapeva già preparare i pasti e lavare i panni. Anche i nipoti di 13, 12 e 10 anni ora lavoravano: Ram andava per le strade di Jaipur a lucidare le scarpe dei passanti, Ashok faceva piccole commissioni per un ristorante e Uday aiutava un altro contadino.

Nonostante ciò, le rupie guadagnate erano così poche da potersi permettere solo l’indispensabile.

In un altro di quei viaggi a Jaipur, Suresh si era fermato da un barbiere a farsi aggiustare i capelli: un piccolo lusso che si regalava raramente visto che, di solito, era il suo vicino di casa a tagliarglieli.

E là, seduto su di una sedia, con una sigaretta occidentale in bocca, vestito elegantemente con giacca, cravatta e camicia di seta, un uomo raccontava ai clienti come avrebbero potuto giungere in Europa.

– Non è difficile, basta arrivare in Grecia e poi, di là si può passare dove si preferisce: Germania, Francia, Svizzera, Gran Bretagna…-

Il sogno di molti indiani era proprio quello: visitare la Gran Bretagna, il paese dal quale proveniva la lingua usata sia nelle occasioni ufficiali che quando era necessario capirsi tra abitanti di Stati diversi!

L’uomo continuava a parlare di case con tanti mobili, divani, ta­voli, acqua per la cucina e il bagno, macchine per coltivare i campi e stipendi di 30000 rupie! (“Chi ha un buon impiego, in India, – calcolava Suresh, – riceve, al massimo, 4000 rupie al mese ma c’è anche chi, come, ad esempio, i braccianti, che prende solo 30 rupie al giorno, quando ha la fortuna di trovare lavoro!”)

-Con una piccola spesa di 80000 rupie, – aggiungeva sicuro l’uomo, – posso accompagnarvi là, dove troverete lavoro e tutto il resto. In poco tempo, potrete farvi raggiungere dalla vostra famiglia op­pure guadagnare tanti soldi e tornare qui tranquilli per sempre! I vostri figli potranno andare a scuola, diventare medici, avvocati… ­Una piccola folla lo ascoltava attentamente e qualcuno gli si era avvicinato, mentre Suresh tornava a casa con la testa confusa.

Quel giorno, il riso con verdura, portato alla bocca con le mani, come sempre, mentre sedeva accovacciato sul pavimento, gli sembrò particolarmente senza gusto. Guardandosi intorno, non vedeva che pareti spoglie, del semplice vasellame sistemato su di una mensola e un cesto di abiti in un angolo.

Anche la vecchia madre, Reena, che passava il tempo in preghiera, avrebbe avuto diritto a godere, negli ultimi anni di vita, qualche piccola soddisfazione.

Durante tutta la notte, il sonno non venne a calmare i suoi pro­getti, anche se sperare di poter avere una somma così alta era una fantasia irrealizzabile.

La vita, quindi, doveva procedere, così come il suo lavoro; però, ogni tanto, Suresh ripassava dal barbiere dove non trovava più quell’uomo e non osava neppure chiederne notizie.

L’inverno, quell’anno, fu ancora più terribile: un alluvione distrusse il raccolto e danneggiò la casa mentre il colera iniziava a mietere le sue vittime.

 

“Che ci faccio ancora qui,- si chiedeva Suresh – i miei figli non hanno nulla di buono e io sto invecchiando.”

E finalmente l’uomo tornò.

Suresh lo trovò dal barbiere a raccontare la sua storia.

-Prendete chiunque con voi?- gli chiese. Certamente, purché siano persone giovani e forti, in grado di lavo­rare. Tu, quanti anni hai?

-Ventinove. Ma non ho i soldi per pagare… 

-Devi trovarli. Senza soldi non se ne fa nulla. lo rimango in città dieci giorni e poi riparto. Pensaci. –

Bupindra Singh, così si chiamava l’uomo, chiuse, con uno sbuffo di tabacco occidentale, la conversazione.

Dieci giorni per cambiare vita! Ma ormai la decisione era presa: avrebbe venduto la terra, unico patrimonio suo e dei suoi figli, e sarebbe andato via.

Intanto, in pochi mesi, in Europa, avrebbe guadagnato i soldi per ricomprarla, se avesse voluto!

Senza perdere tempo, si recò da un vicino che gli aveva chiesto già diverse volte di comprare i suoi campi e combinò per 40000 rupie. Ma ne mancavano altrettante!

Non restava che chiederle in prestito alla vecchia zia Rajni che lo ascoltò in silenzio e gli concesse la somma. – Un giorno tornerai qui ricco. – gli disse seria, ma pretese l’interesse del 20%.

Quella notte Suresh parlò con Sangeeta che pianse e, l’indomani mat­tina presto, era dal barbiere.

Bupindra Singh divorava avidamente il puri, la colazione di ceci stu­fati in salsa piccante, serviti in una foglia insieme alla ciapati, pane non lievitato.

– Salve, fratello. Vedo che vi siete deciso. Avete i soldi?

-Sì, ho trovato le 80000 rupie. Eccole.

– Oh, ma questa volta il viaggio costa 90000, non lo sapevate? Da quando il governo ha concesso il libero mercato alle Compagnie, il biglietto aereo è aumentato!

– Dove troverò altre 10000 rupie?

– Questo non è affar mio. Siete voi che volete andare in Europa! Io sacrifico già la mia vita per aiutarvi, dovrei forse anche rimetterci? –

Bisognava dunque tornare dal vicino di casa che aveva comprato la terra e offrirgli anche l’ipoteca sulla capanna: se Suresh non aves­se restituito le 10000 rupie, egli si sarebbe preso anche l’abitazione.

Il mattino dopo, salutati tutti i familiari, con un piccolo fagot­to di indumenti, Suresh Kumar si presentò dal barbiere, pronto per la partenza.

Altri quattro giovani, insieme a lui, vennero imbarcati immedia­tamente sull’autobus per Delhi.

Le canzoni indiane, incise su nastro e diffuse dagli altoparlanti, stordivano il cervello mentre i chilometri lo allontanavano dalle persone che lui amava.

– Uccello va,- spiegava il canto,- questo paese è diventato estraneo per te. Tu hai fatto una casa con i rametti che hai raccolto uno per uno sotto la pioggia e il sole bruciante; ma non ti preoccupare se questa tua fatica non è servita a nulla. Sarà destino cosi: che tu hai dato tutto senza ricevere niente.-

A Delhi, poi, presero l’aereo per Varsavia e di là, nascosti dentro un camion, furono trasferiti, attraverso l’Ucraina, in Romania.

Suresh non aveva mai visto altre città, al di fuori di Jaipur, e, quindi, per un po’, il fascino di tutte le esperienze che si presentavano ai suoi occhi, lo tenne occupato.

Un suo compagno, Narinder, aveva un piccolo apparecchio radio-registratore nel quale inseriva i nastri di musica indiana che essi ascoltavano per ore e ore, tornando con la mente ai loro villaggi.

Molti anni prima, ricordava, era andato con il cavallo bianco a prendere la sua sposa, Sangeeta, e insieme avevano girato intorno al fuoco sette volte promettendosi di passare insieme tutta la vita.

“Tornerò presto,- pensava,- e ti darò quello che meriti.”

Poi, le immagini dei suoi bambini, disperati alla sua partenza, gli correvano incontro al ritmo delle dolci voci delle canzoni: la prima volta che Sushma aveva detto: – Papà! – …

A Bucarest, furono imbarcati su di un furgone che avrebbe dovuto raggiungere la Germania attraverso l’Ungheria e l’Austria. Ma, alla frontiera, furono scoperti e rimandati indietro con un foglio di via.

A questo punto, Bupindra Singh li lasciò: -Ormai siete in Europa. Potete trovarvi un lavoro e sistemarvi. Urgenti affari mi richiamano in India. Buona fortuna! –

“Oh, Shiva, come devo fare?- pregava Suresh,- Non conosco nulla della lingua, come posso vivere qui senza casa e lavoro?”

I giorni passavano e un freddo pungente, che non aveva mai cono­sciuto nel Rajastan, si avviluppava alle ossa mentre Suresh vagava per le strade popolate di gente che sembrava felice: mariti accom­pagnati dalle mogli e dai figli, quando lui era solo, persone che sapevano parlare e leggere, quando lui non capiva neppure la più semplice delle insegne stradali.

Gli pareva che tutti corressero via, infastiditi, cercando di can­cellare la sua presenza come qualcosa che poteva turbare un equi­librio costruito sul quieto vivere.

Lui e i suoi compagni dormivano nelle stazioni ferroviarie e si affannavano alla ricerca di una qualunque possibilità di soprav­vivenza. I pochi spiccioli che avevano portato con sé stavano per finire ed erano giunti a chiedere l’elemosina perché non riusciva­no a trovare un’occupazione.

Uno di loro, Dilip, una notte, era morto silenziosamente nel sonno.

Poi, un giorno, una signora, più gentile di tante altre, tentò di fargli capire, a fatica, che, forse, al circo avrebbero potuto ottenere una collocazione.

I quattro raggiunsero il posto indicato quasi di corsa, stremati dalla fame e dall’angoscia e chiunque avrebbe potuto vedere nei loro occhi scuri e dolci lampeggiare la disperazione.

Il direttore, un uomo deciso e sicuro di sé che ricordava un po’ Bupindra Singh, assunse Suresh (oh, finalmente, un colpo di fortuna!) come guardiano dei cavalli e Narin­der per le tigri e i serpenti.

Dhauraj e Gopi, gli altri due condivisori dell’avventura, vennero abbandonati al loro destino e il circo partì per un giro che avrebbe toccato molti stati d’Europa.

Il lavoro era duro: montare e smontare la grande tenda, governare gli animali, cucinare, pulire, fare il bucato, caricare i camion e controllare tutto durante gli spettacoli.

Ma erano parecchi a svolgerlo, quasi tutti indiani, e potevano par­lare, tra di loro, la loro lingua.

Il circo si fermava in tante città diverse di cui Suresh poteva vedere solo la piazza che li ospitava e tante persone curiose e affaccendate: ormai aveva capito di essere un clandestino e solo al riparo dell’accampamento si sentiva al sicuro.

La sera, il tendone si riempiva di luci e di rumori, la gente ac­correva, i bambini avevano gli occhi lucidi dall’emozione… Sushma … che occhi aveva Sushma? …quasi non li ricordava più.

La musica moderna del circo invadeva le strade e poi, a tarda not­te, quando tutto era silenzio e lo spettacolo era ormai solo nel cuore della gente, Suresh e i compagni ascoltavano ancora i nastri registrati di musica indiana mentre riposavano sui mucchi di paglia che erano il loro giaciglio.

Il villaggio tornava con la vecchia madre e il figlio più grande Sunil: quanti anni erano passati?

Le lettere, che Sangeeta si faceva scrivere da un parente, arrivavano mesi dopo: lei lavorava a servizio, giorno dopo giorno, e aspettava il suo ritorno senza lagnarsi, come aveva fatto per tutta la vita.

– Ho ricevuto la tua lettera, -rispondeva Suresh, dettando le sue parole a un amico – e, davanti ai miei occhi, il mio paese, il Rajastan, comincia a muoversi come in un film. I ricordi sono intatti, mi manca il cuore e rallenta il respiro mentre la vita, come in un incantesimo, si ferma per pochi momenti. Ma poi viene una voce da lontano lontano, sempre più forte, il mio corpo subisce una scossa e il respiro diventa affannoso. Apro gli occhi: tutti i so­gni sono andati in frantumi e non ricordo più dove sono. Qui la gente parla, chiacchiera, grida, canta, le macchine fanno tanto rumore, tutti vanno e vengono e sono prigioniero anch’io di questo ingranaggio. Così, i miei ricordi si trasformano nel passato, quello che mi sembrava l’oggi si è tramutato in ieri, chi era mio è diventato di altri e il mio paese appare estraneo anche a me…-

I debiti, intanto, dovevano essere pagati: Suresh guadagnava circa 500 euro al mese, 35000 rupie circa, una cifra cospicua in India ma scarsa in Europa, con la quale doveva comprarsi il cibo e tutto il necessario. Comunque, ogni mese risparmiava tutto ciò che poteva e lo spediva a casa, per i suoi figli, senza tenere nulla per sé.

Lentamente, le immagini familiari diventavano sfuocate: Reena era morta con il suo nome sulle labbra e lui non aveva potuto essere presente per preparare la catasta di legna e accendere il rogo, accompagnandola, quindi, nel trapasso verso la prossima vita. Anzi, la famiglia non aveva i soldi per organizzare il funerale e Sunil aveva dovuto vagare di casa in casa per procurarsi un certo numero di rami spezzati.

La zia Rajni reclamava il suo capitale e, tutti insieme, laggiù, si adoperavano per restituirlo.

Solo, senza una parola di recriminazione, desideravano che lui tornasse e affrontasse con loro lo sforzo di portare avanti la vita. Ma Suresh non aveva il denaro necessario per un viaggio così lungo.

Il giro dei paesi europei – ma come fossero le case all’interno lui non lo sapeva – stava per finire.

Il circo tornava in Romania e là si sarebbe sciolto per qualche tempo. Non avrebbero più avuto bisogno di lui né, da clandestino, avrebbe potuto trovare altro lavoro, lo sapeva.

La gente non amava chi aveva la pelle più scura, solo usava queste persone quando non poteva farne a meno o quando sapeva che avrebbe potuto guadagnare molto di più sfruttandole.

Fu così che lo trovarono morto, vicino all’elefante indiano, mentre i bambini della piccola città italiana di provincia erano tornati alle loro case con tutte le comodità che lui non aveva mai potuto vedere.

Si chiesero come mai l’animale non avesse più la catena al piede e avesse colpito un uomo che non gli aveva mai rivolto neppure una parola cattiva.

Vicino a lui, nell’apparecchio radio registratore, si svolgeva ancora un nastro di musica indiana.

– È finita la vita del ramo dove c’era il tuo nido, – concludeva il cantante, – tu sei diventato una pagliuzza nell’occhio della gente, e dai fastidio, e devi essere scacciato. –

I suoi ricordi l’avevano accompagnato lassù, tra gli Dei, dove, forse, avrebbe raggiunto quel Paradiso che lui aveva inutilmente cercato in Europa.

Così come tanti altri.

 

Renata Rusca Zargar

 

Renata Rusca Zargar: note biografiche

Savonese, impegnata in ambito sociale, studiosa di cultura islamica e indiana, insegnante in quiescenza, ha pubblicato diversi saggi e romanzi anche con il marito Zahoor Ahmad Zargar.

L’ultimo nato è, però, una raccolta di lavori delle signore anziane che hanno seguito i suoi corsi gratuiti di Lettura e Scrittura Creativa: “Leggere e scrivere …per divertimento, raccolta di racconti, poesie, disegni, calligrammi dei Corsi di Lettura e Scrittura Creativa”, pubblicato da Amazon.

Si occupa della Biblioteca di volontariato Libromondo e, prima del Covid, portava i libri in prestito nelle Scuole. Cura un blog di cultura, ecologia e società Senzafine: Arte, Cultura e Società di Renata Rusca Zargar.

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