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Una storia sbagliata

Una storia sbagliata - Racconto di Marco Di Grazia

Una storia sbagliata

Ci eravamo appena messi a tavola quando sentimmo da lontano l’eco delle sirene che, velocemente si faceva sempre più nitido, fino a diventare assordante. Ci guardammo tutti negli occhi, ma nessuno aprì bocca né fece un gesto. Lampi azzurrognoli scorrevano attraverso le finestre aperte. Si sentì il suono del campanello, ci fu qualche secondo di pausa, poi dalla mia sinistra si alzò una voce ferma e baritonale.

-Vado io.- Disse. Si alzò tendendo il busto e si avviò alla  porta.

Tutto era cominciato cinque giorni prima. Ci eravamo alzati presto perché il nonno aveva promesso di portare me e mia sorella Anna al mare. Entusiasti avevamo saltato il letto della nostra camera e appoggiato i piedi nudi sul fresco, antico pavimento della vecchia casa dei nonni ed eravamo scesi di sotto, nella grande sala, saltellando. Il nonno era seduto e stava facendo colazione.

-Siete pronti ranocchi?- Sorrise.

-Prontissimi!- risposi, mentre mentalmente facevo il ripasso di tutto l’occorrente che mi serviva per quella giornata di mare. Anna sorrise, mentre la nonna le si era avvicinata e le aveva porto una fetta di torta.

-Su, andiamo a mettere i costumi- aveva detto.

Poco dopo eravamo in macchina. Stranamente non avevamo dovuto litigare per prendere possesso del sedile anteriore. Anna, in silenzio, si era seduta dietro e si era messa a leggere un libretto dalla copertina arancione. Il nonno ci raggiunse, si mise alla guida e partimmo, con la nonna che ci salutava dalla soglia.

Non ricordo bene come fu quella giornata di mare. Allegra, immagino, ma quello che accadde dopo fu talmente forte da far dimenticare tutto il resto. Rientrammo nel pomeriggio e quello che ci trovammo di fronte mi lasciò a bocca aperta. Nell’aia del nonno erano parcheggiate due automobili dei carabinieri e un’autoambulanza con le portiere posteriori aperte. Tutte avevano i lampeggianti sul tetto che luccicavano. L’aia era piena di gente e, prima che mio padre mi aprisse lo sportello e mi portasse in casa di corsa insieme ad Anna, feci in tempo a vedere due infermieri che arrivavano dai campi del nonno con una barella, da cui spuntavano due scarpe nere. Il resto del corpo era coperto da un lenzuolo.

Entrati in casa, la mamma ci accompagnò di sopra, rispondendo a monosillabi alle tante domande che le rivolgevo. Ci trovammo nella nostra stanza, esclusi dal mondo dei grandi e pieni di interrogativi che non potevano avere risposta dai nostri sguardi ignari. Anna si sdraiò sul letto e si rimise a sfogliare il suo libretto. Io cercai di fare altrettanto e presi uno dei fumetti che tenevo sul comodino, ma non riuscivo a concentrarmi e a leggere una parola. Un’occhiata a mia sorella mi bastò per capire che anche per lei era lo stesso. Mi misi di fianco sul letto, rivolto verso di lei.

-Anna?- Sussurrai. -Credi che sia stato ucciso qualcuno?-

Chiuse il suo libretto e mi guardò. -Ho paura di sì- rispose. Un brivido mi corse lungo la schiena. Ci guardammo a lungo senza parlare, con le tante domande che avevamo nel cuore, parcheggiate nel nostro silenzio.

Mamma e papà entrarono in camera quando stava per fare buio. -Andiamo a casa- disse serio papà. La mamma si mise a prepararci le valigie. Poco dopo eravamo seduti in silenzio sulla macchina di nostro padre. Dietro di noi, il nonno e la nonna nella loro automobile si preparavano a seguirci. Mi voltai e vidi papà che parlava con un carabiniere. La porta fu chiusa e sigillata con un nastro. Cosa stava succedendo? Mi accorsi che nella macchina del nonno erano soltanto in due.

-E lo zio Bruno dov’è?- Chiesi.

La mamma si voltò senza parlare, con gli occhi lucidi, ma in quello sguardo la risposta era più che chiara.

Lo zio Bruno era il fratello del nonno, zio di mia madre. Non si era mai sposato e viveva da sempre insieme ai nonni, occupandosi dei campi e facendo altri lavoretti qua e là per chi ne aveva bisogno. Sapeva fare tutto lo zio Bruno: il meccanico, l’idraulico, il contadino, il muratore; quindi non gli era difficile procurarsi il da fare per guadagnare il poco che gli serviva. A lui piaceva così, non era uomo di grandi pretese. Ed era proprio il suo, il cadavere che fu trovato quel pomeriggio, malamente seppellito nei campi del nonno. Era stato un cane di passaggio a fiutarlo e ad iniziare a scavare. In pochi minuti un braccio era venuto alla superficie e da lì era partito l’allarme. Era stato ucciso in modo cruento, con un forcone, il forcone del nonno, che gli era stato conficcato nel petto, uccidendolo sul colpo. Poi era stata scavata quella buca, frettolosamente, in cui il suo cadavere era stato gettato. Povero zio Bruno.

Nei giorni successivi casa nostra era diventata un via vai di carabinieri e altri uomini senza divisa, ben vestiti con la giacca e la cravatta, che io mi chiedevo come facessero a resistere con quel caldo, che venivano a parlare con mamma e papà e con i nonni. Venimmo a sapere che lo zio Bruno era stato ucciso all’alba di quel giorno, colto forse di sorpresa nel campo. Forse qualcuno lo aveva attirato là con qualche scusa e poi aveva compiuto quel terribile omicidio. Io e Anna stavamo sempre nella nostra stanza e nessuno ci diceva niente, ma io ogni tanto svicolavo e mi sistemavo in cima alle scale, per ascoltare ciò che si dicevano di sotto, ma non è che ci capissi molto. A tavola, alle nostre domande, sia i genitori che i nonni evitavano di rispondere, limitandosi a poche parole, a qualche sorriso e all’invito a non chiedere troppo, che quella non era una storia per bambini. Una mattina sentii mamma e papà in cucina che dicevano se non fosse il caso di mandarci dalla sorella di mio padre, che viveva lontano, in città.

Il pomeriggio stesso arrivarono due carabinieri. Fui io ad aprire la porta. Mio padre arrivò subito e mi disse di andare di sopra. Poco dopo, dalla finestra, lo vidi entrare nella macchina dei carabinieri, e con lui, i nonni. Scesi subito. Di sotto c’era mia madre che piangeva seduta al tavolo, con davanti a sé un bicchiere di vino. Non avevo mai visto la mamma bere vino.

-Che è successo?- Le chiesi.

Lei cercò di nascondere le lacrime. Mi guardò, poi il suo sguardo si spostò in un punto alle mie spalle. Mi voltai. C’era Anna sulla soglia, con in mano il suo libretto arancione. Nello sguardo la stessa domanda che avevo rivolto alla mamma.

-Hanno arrestato papà e i nonni?- Domandò Anna.

La mamma si alzò e ci abbracciò.

-No, non hanno arrestato nessuno. Sono soltanto andati alla casa dei nonni.-
-Perché?- Chiesi io.
-Non lo so.- Mentì lei, stringendoci ancora più forte.

Tornarono nel pomeriggio. In silenzio. La sera, a cena, nessuno parlò e né io né Anna ci azzardammo a rivolgere domande. Gli sguardi erano bassi e i volti corrugati, sfiniti. A fine cena papà ci disse che il giorno dopo delle persone avrebbero dovuto parlare con noi, poi saremmo andati in città dagli zii.

Andammo a letto senza saper dire niente. Io stavo sdraiato fissando il soffitto, Anna guardava senza leggere il suo libretto. Era quasi mezzanotte quando sentii le voci provenire dalla camera dei miei. Mi alzai e mi avvicinai al muro. Parlavano forte ma non riuscivo a capire bene quello che si dicevano. Sentivo la mamma che piangeva e intuivo l’abbraccio di papà dai suoi silenzi.

-Gli sta bene a quello schifoso maiale!- urlò poi la mamma con la voce incrinata dal pianto. Papà le disse qualcosa, poi calò il silenzio anche nella loro camera, rotto soltanto, ogni tanto, da un secco singhiozzio. Rimasi lì in piedi per un po’, poi ritornai a letto. Anna dormiva. Provai a farlo anch’io.

Il mattino dopo ci alzammo presto e presto arrivarono quelle persone che dovevano parlarci. Prima con Anna, poi con me. Erano un uomo e una donna. Mi sorrisero e mi chiesero di andare in salotto insieme a loro. Mi voltai verso mia madre e il suo sguardo rassicurante aiutò le mie gambe a muoversi. Mi sentivo inquieto, forse spaventato, mi chiedevo cosa volessero da me quei due.

Il colloquio durò una ventina di minuti circa. Quelle due persone fecero di tutto per mettermi a mio agio, parlando piano, sorridendo, facendomi domande concentriche, partendo da lontano per arrivare poi al punto con la massima delicatezza possibile.

Rientrato in camera trovai Anna con la mamma. Non ebbi il tempo di dire niente che la voce di mio padre si insinuò nella stanza. La mamma si alzò e scese. Guardai Anna. Lei ricambiò.

-Che ti hanno chiesto?- sussurrò.
-Una cosa strana- risposi. -Mi hanno chiesto se lo zio Bruno mi ha mai accarezzato, o toccato, se si sia mai avvicinato a me o…- Non seppi andare avanti. Anna abbassò lo sguardo.
-Anche a te?- Le domandai.
-Anche a me.-
-E tu che gli hai risposto?-
-Gli ho risposto di no. E tu?-
-Anch’io- Dissi.

E pensavo perché ci avessero fatto quelle domande.

Il perché lo seppi solo molto tempo dopo. I carabinieri avevano trovato nella camera dello zio Bruno, ben nascoste, delle foto di bambini e bambine. Nudi. Accanto ad adulti. Nudi anch’essi. E pare che in qualcuna di queste foto ci fosse anche lo zio Bruno. Per fortuna non le ho mai viste e sono contento così. Fatto sta che, appena scoperte queste foto, subito eravamo stati sentiti io e Anna per sapere se lo zio avesse rivolto anche a noi particolari attenzioni. Quella non fu l’unica volta che ci interrogarono. Nei mesi successivi fummo sentiti altre volte, sempre con molto tatto, le domande rivolte con parole misurate. Ma anche le altre volte, sia io che mia sorella confermammo che con noi lo zio si era sempre comportato bene. Ne ero sicuro e ne sono sicuro anche adesso: non ricordo e non credo di aver cancellato dalla memoria qualche episodio in cui lo zio possa avermi molestato. Evidentemente mi ero salvato dalle sue “attenzioni”.

Ci mettemmo a tavola per il pranzo, in attesa che arrivassero gli zii di città, che sarebbero venuti a prendere Anna e me per portarci con loro. Tutto accadde così velocemente: l’eco delle sirene che si avvicinava, le luci blu che si vedevano dalla finestra e la voce ferma del nonno che si alzò e andò ad aprire la porta. Due carabinieri apparvero sulla soglia.

-Potevate evitare le sirene!- Soffiò secco.

Mi parve di cogliere un’ombra di imbarazzo sui due uomini in divisa, quasi in soggezione di fronte alla imponente figura del nonno, ma, ancora una volta non riuscii a cogliere altro. La mamma già stava accompagnando me e mia sorella di sopra. Ancora una volta venivamo esclusi dal mondo e dalle vicende degli adulti. Ancora una volta avremmo dovuto aspettare per sapere. Sulle scale mi voltai. Erano tutti in piedi: papà, la nonna, il nonno e i due carabinieri. Quegli attimi di silenzio mi parvero assordanti più del suono delle sirene che avevo sentito poco prima.

Non riesco a ricordare bene quando fu il momento in cui mi resi conto che era stata la nonna a uccidere lo zio Bruno. Quel giorno i carabinieri erano venuti per lei. Dalle analisi svolte sulla scena del delitto, sull’arma e sul corpo della vittima era emerso in modo chiaro che c’era lei quella mattina nel campo con lo zio Bruno e i segni erano così chiari, così evidenti, che parevano quasi una “firma”. La nonna non esitò a confessare e quello che venne fuori dal processo (e che noi bambini sapemmo solo tempo dopo, quando eravamo adulti e la nonna era morta) fu agghiacciante. Aveva descritto lo zio Bruno come un violento e un maniaco. Fra le lacrime aveva confessato che lei stessa era stata violentata più volte da lui,  ma, un po’ per paura, un po’ per vergogna, non aveva mai detto niente a nessuno. Non aveva mai fatto trapelare niente, chiudendo la sua dignità nella rabbia, nell’orrore, nel rancore.

-Per questo non ha mai voluto che restassi sola con lui- Sentii dire un giorno dalla mamma, mentre parlava con papà in cucina. Aveva le mani sulla fronte e l’aria sbattuta. Papà la teneva per le spalle e le accarezzava il viso, facendo sciogliere le lacrime nel calore del suo tocco.

La nonna dichiarò che aveva scoperto anche la perversione dello zio per i bambini e questo era stato troppo. Temeva per noi, per i suoi amati nipoti. Aveva letto negli occhi dello zio che poteva accadere qualcosa di terribile. Conosceva quello sguardo. Allora aveva deciso di agire, di riscattare la vergogna che si portava dentro come una malattia. Come quel male che sapeva di avere e che, da donna forte e determinata qual era, aveva voluto sapere. Non le restava molto da vivere, ma non voleva lasciare che quell’uomo rovinasse altre vite. Disse che lo seguì nei campi, quella mattina, visto che lui aveva l’abitudine di alzarsi quando era ancora buio e che poi lo aveva colpito alla testa con un bastone e, quando lui era ancora stordito lo aveva colpito col forcone e poi lo aveva seppellito poco lontano, rientrando in casa in tempo, prima che si alzassero tutti.

Ci sono momenti, immagini, scene, che si dimenticano e poi tornano alla memoria quando meno te lo aspetti. Cose cui magari sul momento non si dà significato e per questo vengono accantonate in qualche angolo della memoria. In quei giorni, dopo l’arresto della nonna e di tutto ciò che ne seguì di conseguenza, mi tornò in mente un particolare che ancora oggi non mi lascia pace e che non avrà mai risposta. Il giorno che fu arrestata, la nonna venne a salutarci. Non piangeva, non esprimeva nessun sentimento particolare, ricordo, anzi, che mi sorrise e mi accarezzò i capelli. Con Anna scambiò uno sguardo che oggi definirei “complice”. E fu da quello sguardo che mi venne in mente quel particolare. Quella mattina, la mattina in cui lo zio venne ucciso, la mattina in cui noi dovevamo andare al mare col nonno, mi svegliai di soprassalto. Fuori era ancora buio. Non ricordo il perché di quell’improvvisa sveglia, forse un incubo. Ricordo che mi voltai verso il letto di Anna, nella stanza semi illuminata da una luna bianca e piena. Non c’era. Anna non era nel suo letto. Ricordo che mi chiesi dove fosse e conclusi che forse era scesa per bere un bicchiere d’acqua. Mi addormentai prima di poter fare altre riflessioni.

Ma negli anni ne ho fatte molte di riflessioni: mi sono chiesto spesso cosa ci facesse lo zio Bruno nei campi quando non era ancora giorno. Tutti avevano detto che era una sua abitudine di alzarsi così presto, ma da quello che ricordo io era il contrario. Ricordo che spesso, molto spesso, quando noi ci alzavamo lui ancora dormiva. Era pigro, non gli piaceva svegliarsi all’alba. Perché quella mattina avrebbe dovuto farlo? Non ho mai chiesto ad Anna dove fosse, perché si fosse alzata. Ho sentito un gran senso di angoscia in tutti questi anni, in quella ricostruzione che mi sono fatto dentro di quanto possa essere accaduto quella mattina. Di come fossero troppo chiare le tracce della nonna, di come quella firma sul delitto fosse troppo inequivocabile per essere reale. Ho cercato spesso nella memoria quei momenti in cui felici e sorridenti ci preparavamo ad andare al mare. Ho cercato tante volte di ricordare gli occhi di Anna. Se ci fosse qualcosa che potesse avermi colpito, ma non riesco a ricordare, non riesco a fissare nella memoria il suo sguardo, la sua espressione. Mi sono chiesto se lo zio Bruno non la avesse davvero molestata e se quella mattina non l’avesse convinta in qualche modo a incontrarsi con lui in quel campo. Mi sono chiesto se la nonna si fosse accorta, se fosse stata Anna a confidarsi con lei o semplicemente avesse scoperto il tutto per caso. Mi sono posto tante domande e non sono riuscito a trovare una risposta. Anna non ha mai parlato, non ha mai fatto trapelare niente e nemmeno i miei genitori. Se qualcuno sapeva, non sono mai stato messo al corrente di nulla. Oggi che sono tutti morti, io sto ancora qui a rimestare nei ricordi, che ogni tanto vengono a galla prepotentemente e mi riportano indietro all’estate di tanti anni fa, a quella storia che cambiò la mia vita e quella delle persone che amavo. E ancora oggi rivedo lo sguardo sofferente della nonna, poco prima di morire, nel suo letto. Quello sguardo che nascondeva chissà quali segreti e maledizioni. Di una vita normale, come tante altre. Normale nell’apparenza, nel lento incedere dei gesti quotidiani. Normale nel suo orrore nascosto, nell’accettazione di una realtà sbagliata, di una paura imposta, di una omertà figlia della vergogna, di una violenza brutale, che ha saputo riscattarsi soltanto con altrettanta brutale violenza.

E oggi sono qui, ad accompagnare mia sorella nel suo ultimo viaggio e chiudo con un fiore la sua bara e i suoi segreti, senza riuscire a togliermi dalla testa le immagini, le voci, i colori, le sensazioni di quel giorno. Di quel mattino in cui mi alzai e la prima cosa che vidi furono i suoi occhi che mi fissavano. Darei non so cosa per ricordare cosa lessi in quel momento in quegli occhi. Perché qualcosa ci lessi, questo lo so, ma non vi diedi importanza. Sorrisi, saltai giù dal letto felice ed euforico per quella giornata che stava per cominciare. Saremmo andati al mare con il nonno.

-Su, pigrona!- Le dissi. -Che ci fai con quegli occhi sbarrati? Salta giù dal letto che oggi ti devo battere nella gara di nuoto.- Lei sorrise, tirò giù il lenzuolo e spiccò un balzo. I suoi piedi sporchi di terra danzarono sul pavimento fresco.

 

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Marco di Grazia

Nasce a Pescia (PT) nel 1969, esordisce nel fumetto nel 1997 come sceneggiatore della serie umoristica “Non calpestare le margherite” e della serie “Area 51” per i disegni di Marcello Mangiantini, con cui pubblica anche racconti brevi sulle riviste “Selen”, “Il giornale dei misteri”, “Gli amici del 2000”. Nel 2003 si occupa dei testi, sempre per i disegni di Mangiantini, della miniserie western “Il Diavolo Bianco”, anno in cui vince, inoltre, il concorso Giallowave e pubblica il racconto “Un facile caso”. Nel 2008 esce il primo romanzo, “Li chiamavano Bartali e Coppi”, seguito nel 2010 da “L’Ottavina di Dio” scritto a quattro mani con Francesco Villari, con cui pubblica, nel 2016 un altro romanzo: “Democracia Futebol Clube”. Nel 2016 è finalista del Lucca Project Contest con la graphic novel “Cinque minuti due volte al giorno; nel 2017 scrive la piece “Vixerunt”, una storia narrata, disegnata e recitata, e il racconto\fiaba “L’uomo che custodiva la musica” con le illustrazioni di Cristiano Soldatich. Fa parte dello “Studio Sciupòn” insieme ai disegnatori Giovanni Ballati, Riccardo Innocenti e Cristiano Soldatich e allo sceneggiatore Iacopo Innocenti; e del collettivo di artisti “Abrazo Futbolero”, attivo in tutta Italia con mostre, manifestazioni, presentazioni e diverse altre attività.

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