martedì , Maggio 21 2024

Le nuove frontiere della sanità digitale e il paziente 2.0

In un mondo in rapida evoluzione e sempre più interconnesso grazie alle nuove tecnologie, la facilità di accesso alle informazioni, anche gratuitamente o a basso costo di qualsiasi settore, spesso può far indurre a credere che non sia necessario ricorrere al parere di un professionista per affrontare una determinata questione.

E così capita sempre più spesso di imbattersi in forum, post e quant’altro in cui alla domanda di qualcuno su quale sia il mutuo più conveniente, quale procedura seguire per farsi risarcire da un danno oppure quale farmaco utilizzare per far passare rapidamente un dolore, arrivino decine e decine di risposte, da utenti di tutte le estrazioni e dalle più varie caratteristiche e conoscenze.

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In molti si improvvisano quindi avvocati, commercialisti, periti o medici, dispensando consigli senza una accurata analisi della domanda e della situazione stessa. Senza cioè quella che in gergo medico viene chiamata “anamnesi” del paziente.

E ciò che inoltre emerge spesso, è che proprio i professionisti del settore su cui si sta ponendo il quesito, sono quelli che meno intervengono o non intervengono affatto.

La spiegazione di questa “assenza” o scarsa presenza tuttavia, non è il risultato di una chissà quale difesa corporativa della professione, di chissà quale accordo segreto contro la libera circolazione di informazioni ecc…, ma molto più semplicemente nella consapevolezza che ogni situazione può avere delle caratteristiche proprie e particolari, per cui una soluzione generica non sempre è quella più indicata.

Nell’era di internet, dell’Information technology, della tv on demand e di smartphone e tablet con più app installate che libri sugli scaffali della propria libreria, il cittadino moderno sta cominciando ad abituarsi a ricorrere sempre più a cercare ciò che cerca o di cui ha bisogno tramite App gratuite o consultando on line l’enciclopedia gratuita Wikipedia.

Eppure questo tipo di approccio rappresenta un metodo tanto più azzardato quanto più l’argomento ricercato riguarda condizioni complesse o addirittura la salute personale o di qualche familiare.

Ed è proprio quando si ha a che fare con questioni che riguardano appunto la salute, che bisognerebbe rivolgersi con più convinzione a un professionista del settore, cioè un medico, meglio ancora uno specialista, perché entrano in gioco anche fattori soggettivi ed emotivi che possono giocare anche brutti scherzi.

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Oggi può capitare di ricevere una diagnosi dal proprio medico collegato in teleassistenza mentre consulta la tac o la radiografia via computer anche se fatta a centinaia di chilometri di distanza e visita da dietro uno schermo mentre il paziente viene ripreso da una telecamera ad alta risoluzione perché si trova magari in un diverso paese o continente da quello del medico. Ci sono sale operatorie attrezzate in questo modo e da anni ormai si stanno sperimentando al riguardo anche apparecchi come gli stessi Google Glass.

Di fronte infatti ai continui sviluppi della tecnologia, tutto quello che può offrire nuove opzioni di accesso diretto a informazioni sanitarie autorevoli, personalizzate e immediatamente utilizzabili è non solo auspicabile e giusto, ma dovrebbe rappresentare un diritto stesso del paziente che grazie a ciò può anche disporre di una maggiore capacità di controllo sulle proprie condizioni di salute anche grazie al fatto di poter usufruire di una diretta gestione dei propri dati e delle varie opzioni diagnostiche e terapeutiche disponibili. Inoltre si possono sviluppare migliori opportunità di relazioni dirette e informali con le strutture sanitarie e con i professionisti e in aggiunta, il paziente può anche svolgere un ruolo più attivo nei network di assistenza anche attraverso il confronto delle proprie esperienze con quelle di altri.

In pratica saremmo di fronte a quelli che già università e ambienti specializzati chiamano “smartpatiente” o “paziente 2.0”.

Tutto questo però non va confuso con un accesso sguarnito senza guide e filtri allo stesso paziente che potrebbe portarlo a compiere scelte sbagliate, non sufficientemente ponderate e peggio ancora che non produrranno un effetto migliorativo sulle sue condizioni di salute, ma al contrario potrebbero produrre delle complicazioni o peggio.

In base ad alcuni tra i dati più recenti e disponibili al momento ed emersi durante un confronto tra l’Aifa (l’agenzia italiana del farmaco) e l’Istituto superiore di Sanità avvenuto all’università La Sapienza di Roma, è emerso infatti che tra i 25 e i 55 anni, due italiani su tre ricercano informazioni sulla salute e se non al trovano dal proprio medico o dallo specialista utilizzano il web, che addirittura batte di oltre 10 punti percentuali i consigli del farmacista e quelli di parenti e amici (seguiti infine da informazioni date dai media).

In un oceano ben più vasto di quelli geografici, quale è internet, il problema non la “democratizzazione” dei dati e delle informazioni, quanto invece il fatto che dati e informazioni siano certificati e validati.

E proprio questo limite al momento – visti anche i tanti siti “spazzatura” che sorgono sempre più spesso, alcuni animati da un vero e proprio obiettivo di disinformazione mirata – che solo il 10% dei medici di medicina generale e il 17% degli specialisti ritenga che sia utile per il paziente cercare informazioni su internet e utilizzarle per confrontarsi con il medico.

La sfida moderna, che si comincia a trattare già nelle università anche italiane, è proprio quella dimettere a confronto una sanità sempre più digitale con pazienti sempre più informati (i cosiddetti “pazienti 2.0” appunto) con l’obiettivo di realizzare una rete per l’integrazione socio-sanitaria.

Una sfida che riguarda l’intero settore, non solo il paziente, ma anche il medico stesso, il farmacista, il dirigente sanitario e la stessa società.

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E così, magari, quando ci si imbatterà di fronte al prossimo post su Facebook in cui qualche amico o conoscente chiede quale sia il rimedio adatto per far passare il bruciore di stomaco o curare la psoriasi, l’azione più corretta da compiere non è quella di non rispondere, ma eventualmente di indicare dove trovare le risposte più adeguate, come rivolgendosi al proprio medico o a uno specialista.

Franco Cavalli

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