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IL PROFILO DELL’ARIA di Valentina Belgrado

IL PROFILO DELL’ARIA

di Valentina Belgrado

Matilde ha l’abitudine di guardare fuori dalla finestra, quando sta in classe.

Segue comunque la lezione, soprattutto Italiano, perché le piace molto, ed è brava. «Ci sei portata», le dice sempre la Professoressa Ruotolo, con quel ci pleonastico che la disturba un po’, benché ne riconosca l’intento elogiativo.

Di tanto in tanto, il Professor Andrea Catarsi ‒ ribattezzato «Andrei a Cacarsi» dai suoi alunni maschi, che ancora non conoscono la potenza del rito magico della purificazione né, a differenza di Matilde, quella dei pronomi riflessivi ‒ la rimprovera per quegli occhi sempre in aria, persi nel vuoto. Ma non sa che Matilde è tutt’altro che assente, in quei momenti. Probabilmente, la sottovaluta ‒ pensa lei ‒ perché in Matematica non dà il meglio di sé. Forse, non ci si impegna abbastanza o, più semplicemente, non ci è portata.

Il più delle volte, Matilde non vede nessuno nel giardino della scuola, oltre la finestra, perché la scuola si svolge d’inverno e, siccome fa piuttosto freddo nel paese in cui abita, vicino a Bologna, i bidelli trascorrono la maggior parte della mattinata dentro l’edificio, accanto al distributore del caffè.

Però, c’è un bellissimo albero, un tiglio selvatico le cui foglie tintinnano al vento come monete del Papa, quando i rami si sono ricoperti di verde arlecchino, subito dopo le infiorescenze primaverili. È un albero raro in alcune regioni, per esempio sotto la Basilicata e, in generale, nel sud: Matilde lo sa, perché ha studiato la distribuzione della flora nella Penisola, alla Primaria. Lo ha potuto ammirare solo una volta nel pieno del suo rivestimento vegetale quando, un anno fa, il dirigente scolastico aveva dovuto convocare d’urgenza i genitori a luglio, proprio nella sua classe, a causa di un episodio di bullismo: qualcuno aveva rotto il vetro della finestra della Prima A. Poi, era uscito fuori che il vetro si era danneggiato per un piede di porco maldestramente usato nel tentativo di forzare l’infisso, ma il colpevole non si era trovato, c’erano solo supposizioni. Però non si poteva accusare nessuno senza le prove.

Verso la fine di maggio, l’aroma dei fiori del tiglio, che da dentro le gemme rossastre hanno premuto forte per uscire, è inebriante e quasi stucchevole. Persiste nei tessuti dei vestiti le cui fibre sembrano trattenerlo per il tempo in cui Matilde resta a scuola, per rilasciarlo solo dopo, in tutta la sua intensità. Così, alla fine dell’anno scolastico, Matilde è sempre profumata, dice suo padre quando rientra da lavoro, alle sette: come l’operaia di una fabbrica di torroni, che esala cioccolata e mandorle da ogni poro e il cui contatto ravvicinato, all’inizio, fa anche piacere ma, dopo un po’, provoca nausea. Durante le vacanze estive, tuttavia, il profumo di Matilde cambia repentinamente, già da un paio di anni: appena una settimana, e la fragranza del tiglio selvatico è solo un ricordo, perché viene soppiantata da quella lievemente acre dei primi sudori adolescenziali o dall’odore del cloro della piscina all’aperto che Matilde frequenta con Rubina, la sua migliore amica.

Da nove giorni, il banco di Rubina è desolatamente vuoto. Lo sguardo di Matilde vaga dalla finestra alla sua sinistra fino all’angolo destro in fondo all’aula, vicino al cestino, incrociando soltanto quello di Samuele, il cui viso si abbassa subito, in preda a un fuoco repentino e imperscrutabile. In condizioni normali, Samuele è pallido, perché trascorre quasi tutti i pomeriggi chiuso nella sua camera buia, davanti a Fortnite.

Anche Margherita non va più a scuola. «L’abbiamo trasferita al Fermi», ha detto la sua mamma alla mamma di Matilde.

Fabrizio e Davide hanno lo stesso atteggiamento di sempre. Entrano ed escono dall’aula dandosele a vicenda, con quei corpo a corpo strafottenti e inaccessibili che li hanno contraddistinti dal primo giorno di Prima. Ma Davide non ha nessun talento. Fabrizio, invece, è un portento del calcio: gioca come centrocampista cinque pomeriggi a settimana nella Progresso Under 15 e, la domenica, fa i ritiri. Quando guardi il suo taglio ‘pompadour’, non sai mai se fermare l’attenzione sul ciuffo ossigenato o sulle due rasature laterali e asimmetriche, con tre piccoli fulmini sopra la tempia sinistra, che paiono bassorilievi al contrario. A scuola, è già piuttosto popolare anche tra le ragazze, perché sembra più grande e «smatricolato» degli altri. I genitori dei suoi compagni di squadra hanno ideato per lui un incitamento sulla falsariga di una canzone di De Gregori, e lo ripetono in coro tre o quattro volte per partita, intonandolo dagli spalti: «Fabri non aver paura di sbagliare un calcio di rigore…»

Lui, però, è impermeabile a ogni lusinga e si schermisce scostando il ciuffo dagli occhi, con una mossa ponderatamente disinvolta.

Matilde guarda fuori dalla finestra. Guarda e sospira.

Scruta i dettagli del tiglio, come se dovesse scriverci sopra un tema.

La corteccia grigia dei rami spogli, dalla posizione del suo banco, le ricorda la silhouette di un cammeo d’avorio e alabastro intagliato, che era appartenuto alla nonna di Rubina. Nonna Ersilia ‒ le aveva raccontato l’amica ‒ ci teneva tanto, perché lo aveva a sua volta ereditato dalla bisnonna paterna, della quale non possedeva altro ricordo. Rubina glielo aveva mostrato un giorno introducendosi insieme a lei di nascosto nella camera dei genitori, dove era custodito, dentro un cassetto scurissimo del «comò wengé». Così aveva detto.

Il profilo dell’effigie eburnea e traslucida del cammeo ovale la fa pensare proprio al volto di Rubina, così regolare e armonioso, come il suo non sarà mai. Si gira di scatto verso destra per ammiccare all’amica, come fa sempre prima di una verifica o di un’interrogazione più preoccupante: poco meno di un cenno scaramantico, per aumentare le probabilità che vada bene a entrambe. Le rètine le giocano uno scherzo strano e ha l’impressione di vederla in chiaroscuro, delineata sulla parete, qualche centimetro sopra il cestino.

Socchiude le labbra, rivolgendosi a quella specie di simulacro che i suoi occhi proiettano sul muro, unicamente per lei. Però, non emette alcun suono, solo un flebile fiato che si smorza subito, quando entra la Ruotolo. Allora, apre il libro di Epica. Le gesta degli eroi le sfilano davanti sulla riproduzione di un’acquaforte, nella pagina di destra. Sono sfrenati e senza alcuna disciplina, e questo stride insolentemente coi concetti di rigore e obbedienza sui quali i Prof insistono ogni giorno. Matilde non è una ribelle, per natura, e si adegua facilmente alle regole dettate dalla scuola e dai suoi genitori, senza sforzi né sofferenze: insomma, non si sente «compressa» come Carla, che fa un’enorme fatica ad «arginare le proprie pulsioni strabocchevoli».

Matilde, no.

Almeno fino a nove giorni fa, quando la psicologa della scuola ha fatto prepotentemente irruzione, prima, nella Seconda C e in tutte le altre Seconde dell’Anna Frank e, subito dopo, nell’esistenza acerba di Matilde: recidendo un boccio rossastro che premeva forte per uscire, da dentro il suo involucro ancora informe.

 

 

Nata a Firenze nel 1975, Valentina Belgrado si è laureata in Letteratura Teatrale Italiana nella sua città, per trasferirsi successivamente ai Castelli Romani, dove vive con il marito e il figlio. Ha pubblicato poesie e racconti su riviste e antologie, recensioni a libri e film su riviste e i romanzi Ius (eBook ©2017 Amazon Formato Kindle), Eloheinu (Nulla Die, 2018), Il gioco interrotto (Nulla Die, 2019, finalista al Premio del Mare Marcello Guarnaccia), Reborn (Nulla Die, 2019; in eBook, 2020) e Disforia (Ensemble, 2020).

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