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Raccontami una storia: “Problemi”

Problemi

di Francesca Facoetti

Mia mamma morì l’estate dei miei diciassette anni, rimasi sconvolta dalla notizia: praticamente smisi di esistere. Ero rimasta sola con mio padre e quel primo natale senza di lei lo ricordo molto ovattato: ero a casa degli zii, nessuna voglia di vivere, sorridere. Vagavo per la villa grande dei parenti, senza nessun interesse per la vita dentro me: il futuro era un nulla.

Il pappagallo parlante di mio cugino mi guardava e taceva: forse sentiva anche lui la mia immane tristezza? Volevo passare il natale con mio padre, era il mio compito stargli vicino ora che eravamo rimasti solo noi due: invece lui mi aveva posteggiato dagli zii per stare con una delle sue tante donne. Quando mia mamma morì io ero appena stata dal parrucchiere, pensavo che almeno per una volta nella vita i miei capelli perennemente crespi sarebbero stati a posto: pensai a che strano che quello avvenisse proprio nel momento peggiore, quello del lutto terribile. Gli zii erano buoni, mi accolsero con tanto affetto riservato all’orfana che ero, sfortunata con un padre come il mio per giunta.

Giunse il natale e non mangiavo da un po’, a casa del fratello di mamma mi presentai con la pelle gialla come una scimmia che non si nutriva. C’erano decorazioni ovunque, la villa luccicava di luci e poi c’ero io, io che stonavo con quell’aria di festa dappertutto: vagavo per le stanze, assente nei pensieri che non avevo.

Le luci natalizie erano ovunque, entravano nella testa al mio passaggio e mi accecavano la vista già carente dietro gli occhiali. Era natale e lei non c’era, quella fu l’unica cosa che riuscivo a pensare. “Dove sei mamma?” Mi chiedevo guardando la luce del suo colore preferito. “Facciamoci una foto” disse mio zio, e accanto a quell’albero pieno di luci mi riprese lo scatto, con una me stessa dalla faccia sconvolta che urlava “non ci capisco niente della vita!”

Il fratello di mamma invece sorrideva felice, abbracciava la sua nipotina: io non c’ero più. La casa era un tripudio di festa e di cugini che correvano ovunque, io non avevo la forza di camminare. Con il mio disappunto cominciò il pranzo e ci sedemmo a tavola, c’era ogni ben di Dio sulla tavola rossa imbandita a festa: e cominciò la solita tiritera per farmi mangiare. “Nutrire uguale vivere”, riuscivo a pensare. Io voglio morire. Non toccai nulla di tutte quelle cose benissime: lasagne alle verdure, l’arrosto con le patate, panettone e torrone facevano la loro bella vista sulla tavola… inutilmente riguardo alla sottoscritta. Mi toccò una tiritera infinita dallo zio che sarei morta, se continuavo così… magari, sarei finita proprio dove era mia madre. Mangiai un po’ di insalata, e un boccone di formaggio poi, con la scusa dei regali, balzai in piedi e fui autorizzata ad aprirli quando tutti stavano ancora seduti a tavola: i misteri del lutto.

Intanto l’insalata mi guardava dal piatto, l’avrei preferita scondita come era la mia vita; quel verde acceso stonava in tutto il resto del mio futuro. Non so come sopravvissi tutto quel tempo senza nutrirmi; forse mia mamma era l’Angelo che mi impediva di raggiungerla. Ogni giorno facevo pochi passi, me ne mancavano le forze; li feci tutti quel giorno attorno al regalo, avrei fatto di tutto pur di togliere l’attenzione degli altri dal fatto che non mangiavo. La casa intanto era un tripudio di festa, i cugini addentavano spensierati il loro pane e salame; la mia cuginetta mi osservava attentamente, le avevano spiegato che ero triste.

Aprii il mio pacco natalizio e lo zaino della Mandarina Duck fece il suo ingresso nella mia vita, l’avevo chiesto mille volte a mamma ma lei mi aveva comprato quello della Mandarancia, dicendo che in fondo era lo stesso. Pensai all’assurdità della vita, solo ora che ora che era morta mi si realizzavano i sogni. Mi avvicinai all’albero natalizio come occasione di starmene un po’ in disparte e lì, davanti a quelle luci fosforescenti che mi bersagliavano il cuore, due lacrime scesero agli angoli della mia bocca. Le ingoiai, erano amare come tutta la mia vita senza la mia mamma. A cominciare da quel Natale.

 

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