mercoledì , ottobre 28 2020
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Raccontami una storia: “Infanzia felice”

Infanzia felice

di Pietro Rainero

 

INFANZIA FELICE

“E tu cosa mi dai in cambio dei miei cinque giornalini di Topolino?”  chiese Wanda.

“Io ti regalo il pendolo di Galileo” le promise suo cugino, di passaggio in quei giorni a Montechiaro, ospite della famiglia di Wanda.

Io, sentendo quelle parole, ero divertito e dubbioso: come poteva, il ragazzo, possedere proprio il pendolo del grande scienziato? D’accordo, studiava alla Normale di Pisa, ma a me, nella mia ingenuità di bimbo di sette od otto anni, sembrava inverosimile che egli potesse dare a sua cugina il pendolo di Galileo, quello originale.

La famiglia di Wanda, composta da padre, madre, un figlio di nome Giovanni, mio carissimo compagno di giochi, e appunto Wanda, ragazzina di 12 o 13 anni, era proprietaria del mobilificio del paese. Il mobilificio, naturalmente, aveva anche annessa una segheria che, praticamente tutti i giorni, produceva come scarti di lavorazione segatura e piccoli pezzi, parallelepipedi di legno, lunghi al massimo quasi un palmo.

Il cugino di Wanda (del quale, mi rincresce, non mi ricordo proprio il nome) prese uno di questi pezzetti di legno, gli legò attorno uno spago e poi fece dondolare il tutto, tenendo il capo del fil di spago.

“Ecco, questo è il pendolo di Galileo!” annunciò con aria seria, quasi pronunciasse un oracolo in quel di Delfi.

E quando mi sentì ridere (già, ero scoppiato a ridere, pensando a come fosse scema Wanda a credere a quell’impostore) mi rimproverò sottolineando: “Sì! Questo è il pendolo di Galileo!”.

Quella stupida oca della sorella di Giovanni gli diede i 5 giornalini da lui desiderati e tutto finì lì.

 

Erano giorni felici, quelli!

Io abitavo a poche decine di metri dalla segheria, al terzo piano di una casa che ospitava anche, al livello del suolo, l’ufficio postale e subito sotto di me, al secondo piano, un cancelliere di Tribunale con moglie e figlia piccola.

Avevo due amici inseparabili, Giovanni, il fratello di Wanda, e Beppe.

Anche quest’ultimo abitava vicino alla segheria dei genitori di Giovanni, nei pressi della quale c’era anche il meccanico, che ogni tanto osservavamo mentre aggiustava qualcuna delle poche automobili che a quei tempi transitavano sulla Statale, di fronte alla mia abitazione.

Eravamo sempre insieme, noi tre: io, Beppe e Giovanni. Qualche volta coglievamo nei prati delle margherite, alle quali staccavamo tutti i petali tranne uno o due. Così il fiore diventava un pellerossa fornito di penne sulla testa. Naturalmente al capo della tribù toglievamo solo la metà dei petali per cui la parte superiore della margherita assomigliava davvero alle foto di Nuvola Rossa o degli altri prestigiosi capi indiani.

Andavamo anche a caccia, a caccia di uccellini, nei campi, armati con i nostri fucili ad aria compressa. Cosa usavamo come proiettili?! Ma semplice! Piccoli tappi di sughero ai quali avevamo attaccato dei chiodi! Quanti uccelli abbiamo abbattuto?

Beh…il conto, ovviamente, ammonta a …zero.

Facevamo anche torte, oh sì! Torte per la merenda. O meglio, le bambine (oltre a Wanda frequentava il nostro gruppo un’altra bimba di origini meridionali) facevano torte. Ed erano buone? Non so che dirvi: non le ho mai assaggiate. Però sicuramente erano belle! Le due bambine le facevano con il fango.  Modellavano con le mani il fango per dargli la forma di piccole torte e poi tutti noi, anche i maschietti, le decoravamo con scritte varie, incidendo con le dita parole ed immagini. Le lasciavamo poi essiccare e via! Il gioco era fatto! Erano dolci bellissimi, lo ribadisco, torte di color grigio o marroncino.

Proprio davanti alla casa di Beppe c’era poi, e c’è rimasto a lungo, un mucchio di sabbia che a noi bambini sembrava di grandi dimensioni. Quante ore passate su quel mucchio di arena! Disegnavamo stradine che poi lastricavamo con ciotole levigate e piatte: e la sabbia diventava un’antica città romana attraversata dalla via Appia o dalla via Salaria.  A turno, due di noi tre erano consoli di quell’antica Roma e decidevano quali opere intraprendere e le modifiche da apportare all’architettura della capitale dell’Impero. Oppure il mucchio di fini granelli diventava, in altre occasioni, un vulcano, il Vesuvio dei tempi di Pompei. Praticavamo un buco alla sommità del cumulo di sabbia e nel buco buttavamo carta che poi incendiavamo: ed ecco che la montagnola, magicamente, si trasformava nel vulcano napoletano che eruttava fumo, cenere e lapilli.

Altre volte, catturato un ignaro gatto che passava nelle vicinanze, i nostri giochi di colpo si trasformavano in uno spettacolo circense con le evoluzioni fatte da una tigre feroce per divertire gli spettatori.

Ma il gioco che io adoravo era un altro.

Come materiale di scarto della segheria, ormai lo sapete, venivano prodotti dalla cinghia metallica dentellata usata per tagliare il legno dei piccoli pezzetti a forma di parallelepipedi, lunghi qualche centimetro.

Sapete come li utilizzavamo?  Piantavamo quattro chiodi nella faccia inferiore del pezzo, uno obliquo in quella posteriore e due anteriormente verso l’alto ed il pezzo, per magia, diventava un vitello, od una mucca.   Eravamo proprietari di intere mandrie di bovini, eravamo allevatori, eravamo ricchi.

Giocavamo con i vulcani, edificavamo l’antica Roma, litigavamo per fare i Consoli, governavamo capi di bestiame, creavamo torte di fango, cacciavamo uccelli e ci arrampicavamo sugli alberi.

Ah, sì, ora ricordo: simulavamo anche partite di calcio con le figurine dei calciatori. Io ero l’allenatore della fantastica nazionale brasiliana di Pelè.

 

Ecco, questo io ricordo della mai infanzia.

E ricordo pure quando, la sera, aspettavo mio padre nascosto tra il legname posto a metà strada tra la mia abitazione e la panetteria del signor Costante, e tutte le sere papà si stupiva e sorprendeva nel vedermi, e pure di quando mi regalarono una piccola anatra (adoravo la fiaba del brutto anatroccolo), di quando, a metà agosto, accendevano un enorme falò nel campo dietro la mia casa.

E di quando, al calar delle prime ombre, la sera, mi recavo a prendere il latte, come voleva mia madre, alla fattoria dei miei cugini, distante qualche centinaio di metri.

E tornando verso casa, nel fosso che costeggiava la strada Statale numero 30, mi fermavo immancabilmente a guardare le stelle, incantato, e sognavo di diventare astronomo.

E mi ricordo anche del sciur Giovanni, sì. Un signore molto anziano che abitava con la domestica in una casina proprio di fronte a casa nostra e che mi aveva preso in simpatia. Il povero sciur Giovanni che, poco prima di morire, aveva avuto ancora un pensiero per me dicendo“Mi raccomando, dite a Piero di essere buono!”

Queste, e poche altre cose mi ricordo della mia infanzia a Montechiaro, quando nel borgo alto del paese c’erano ancora i ruderi del vecchio castello, poi rimossi.

 

Ora il cucuzzolo della collina è spoglio, anonimo.

Ora io sono un insegnante di matematica.

Beppe? Beppe l’ho rivisto ancora poche settimane fa, è in pensione ed è stato sindaco del paese che confina con Montechiaro.

Giovanni, che ha fatto anche il maestro di tennis, che sappia io è ancora vivo e vegeto pure lui.

Non so nulla di Wanda e degli altri, a parte Bruno, che suona sporadicamente in un complesso musicale nelle feste di paese.

Qualche mio compagno di scuola di allora purtroppo non c’è più, e qualcuno è morto pure da giovane, troppo giovane.

Tra qualche decennio io abiterò nella tomba di famiglia in un paesello della Val d’Erro, in un loculo a due o tre metri di altezza.

Sotto quanti metri di terra sarà sepolto Beppe?

E Giovanni?

E Wanda?

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