mercoledì , giugno 3 2020
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Raccontami una storia: “Al suo posto “

Al suo posto

di Annamaria Voltan

 

Domattina parto per Napoli: vado a sgombrare la casa della mia famiglia per metterla in vendita.

Devo alzarmi presto e non riesco a dormire; con le dita mi tormento i capelli annodando riccioli e pensieri. Fa caldo e dalla finestra aperta giunge molesta la luce dei nuovi lampioni a Led; sono ormai dodici anni che vivo qui e ancora non ho messo le tende, neppure metaforicamente. Se ci fosse stata lei al posto mio le avrebbe montate il primo giorno.

Quando partiva per un viaggio, tutte le volte, mia madre mi spediva il suo testamento; mi affidava il gatto di turno, mi istruiva sulla divisione di gioielli e vestiti e sulla destinazione di tutte le altre cose.

Per l’ultimo viaggio non avevo ricevuto alcuna lettera.

Il tassista scarica il mio bagaglio. Poche cose. Essenziali. Scendo. L’aria si riempie in un attimo del profumo del tufo, del caffè espresso, del mare del golfo, del pane appena sfornato, del bucato appena steso: il profumo che la città sprigiona con prepotenza nelle giornate assolate. Inspiro profondamente. Trent’anni della mia vita, in un odore.

Eccomi a casa. Una casa che si prospetta sinuosa sulla vista del mare di Posillipo, uno dei posti più belli del mio mondo: una distesa d’acqua blu movimentata dai volteggi delle barche a vela, dalla scia degli aliscafi e dalle increspature delle onde; l’inconfondibile sagoma di Capri si staglia sullo sfondo e l’imponente presenza del Vesuvio chiude la vista sulla sinistra. Mi affaccio a guardare questo spettacolo di forme e colori che mi emoziona ancora ogni volta. Trent’anni della mia storia in uno sguardo.

La piccola loggia che porta al giardino è circondata dai cespugli di rose rampicanti; ai lati del vialetto di pietra vesuviana, l’agrumeto: limoni e aranci si susseguono in ordinati filari dalle chiome scure e tonde. Poi, oltre le ortensie bianche e azzurre, l’ulivo di papà, il mio albero preferito.

Sul lato che si apre al mare si stagliano le rigide corone delle cycas e due mirabili pezzi di scultura classica visibili anche da mare; una testa marmorea maschile, dall’aspetto fiero e dignitoso e l’altra, femminile, dal profilo purissimo. Mia madre raccontava che quelli erano i resti delle statue di due dirimpettai: Nisida, una donna di straordinaria bellezza ma tanto fredda da sembrare fatta di pietra, e Posillipo, un giovane sensibile che vedendola un giorno alla finestra, se ne innamorò perdutamente. Nonostante il suo amore, il giovane non riuscì neppure a scalfire la glaciale donna e si lasciò morire in mare; gli dei trasformarono Posillipo in un incantevole poggio che si bagna nel mare e Nisida in un carcere destinato ad accogliere per l’eternità uomini disonesti. Mamma accompagnava gli ospiti in giardino e riusciva a trasformare una passeggiata qualsiasi in un percorso illuminato dalle storie e dalle leggende della città, che avvicinavano il passato al presente.

Alla morte di papà, mamma piantò un ulivo in giardino. L’ulivo, dalle cui fronde venivano intrecciate le corone dei vincitori, l’ulivo della pace; un bel simbolo per ricordare papà. Di fronte a quell’ulivo voglio piantare una magnolia per mia madre. La magnolia, dai fiori carnosi, sensuali. Come mamma. Alberi, vita.

L’aria si fa frizzante, odora di fresco ma anche di radici, di ricordi. Non riesco a credere che questo posto potesse un tempo starmi tanto stretto.

All’interno, i polverosi soffitti a cassettoni, le decorazioni in ferro battuto e la stufa a legna rivestita di maiolica blu completano il fascino un po’ decadente di una casa che conserva le anime della nostra famiglia da generazioni.

Dietro la porta d’ingresso, nascosti, ma solo un po’, appesi a un antico chiodo d’ottone ci sono un corno di ceramica, rosso fuoco, con la punta scheggiata e un ferro di cavallo leggermente ossidato dal tempo, al quale è legato, con un pezzetto di spago grosso, un piccolo gobbetto di legno dipinto. Amuleti. Il grande Eduardo una volta disse: “essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male” e in famiglia siamo sempre stati tutti fieramente superstiziosi. A Napoli era ovunque così, in tante altre famiglie uguali e diverse.

Quando entrava in casa qualcuno che “portava male”, mia madre, alla fine della visita lanciava del sale sull’uscio. La guardavo attonita: si sistemava di spalle all’ingresso e, fiera e impettita, tirava un pugno di sale grosso dietro di sé, con una rabbia furiosa. Poi, compiuto quel rito scaramantico che sembrava indispensabile al proseguimento della giornata e della vita, si rasserenava.

Il mio luogo dell’anima era la stanza di papà, con l’imponente biblioteca in rovere: un’oasi di pace affacciata sul giardino. Il vecchio pavimento di legno scricchiola leggermente. Una poltrona senza età, rivestita di cotone écru e un tappeto persiano, pare, pregiatissimo. Salivo sulla poltrona per prendere i libri sistemati più in alto, quelli non a portata di bambino e dunque più appetibili, e leggevo per ore. Riesco a sentire ancora l’odore del tabacco della pipa di mio padre accostato all’odore della carta e della polvere.

Di mamma mi manca la voce, le voci, che modulava sul suo umore ballerino.

Di papà, lo sguardo. Fin dall’istante in cui ha chiuso gli occhi per l’ultima volta mi è stato chiaro che nessuno mi avrebbe più guardato così.

Mi siedo, i gomiti sul tavolo da pranzo e le mani nei capelli al pensiero di tutto quello che c’è da fare. Alzo lo sguardo sui due dipinti a olio del Settecento posti ai lati di uno specchio ancora più antico. Raffigurano il misterioso palazzo Donn’Anna, costruito a qualche metro da qui, in un tempo in cui Posillipo era un piccolo borgo di pescatori.

Di fronte a me la sedia Thonet, con il cuscino che nasconde la paglia ancora rotta; era la sedia di Arthur, il mio amico immaginario. Mi sembra di rivederlo, con il suo ombrello e i suoi dentoni; sarebbe rimasto lì per sempre, anche con una nuova famiglia? Avrebbe continuato a dormire nell’antica credenza? Apro un cassetto e ne tiro fuori una tovaglietta ricamata con le cifre blu. Odora di cannella, vaniglia, cedro e acqua di fiori. Da ragazzina pensavo che non ci fosse nulla di più inutile di piegare e riporre lenzuola e asciugamani in bell’ordine, come faceva mia madre. Con gli anni comincio a pensare che era uno dei modi di far parte della nostra vita, di aver cura di noi e probabilmente una delle sue maniere per ancorarsi alla realtà.

Devo svuotare quelle stanze, quella casa. La casa dei miei genitori. Devo scegliere, buttare, regalare, vendere tutti questi oggetti che solo ieri mi apparivano inanimati e che oggi accarezzo, annuso, mi rigiro tra le mani.

Mio padre mi aveva insegnato a non attaccarmi alle cose, ed è stata questa forse l’eredità più grande che mi ha lasciato. L’unica cosa di cui non poteva fare a meno era il mare. Il mare era la sua vita. Mia madre invece amava e conservava gelosamente ogni cianfrusaglia e per ognuna aveva una storia da raccontare; quando spuntava fuori il cappotto bordeaux che le aveva regalato papà, sbagliando taglia e colore, una scenata era nell’aria; quando sistemava i fiori nella brocca bianca una festa era alle porte e potevo indovinare il suo umore dagli orecchini che indossava; aveva un cassetto pieno di scatole con bijoux, nastrini, biglietti di auguri, vecchie fotografie, disegni, bottoni e mille altre cose inutili che le ricordavano qualcuno o qualcosa e delle quali, per questo, non riusciva a disfarsi.

E adesso che mi ritrovo orfana tra tutti questi oggetti, i due caratteri che hanno determinato ognuno per metà le mie scelte di figlia, si stanno fondendo. Vago da una stanza all’altra prendendo cose. Mi fermo a guardare il mare. Le divido. Mi siedo, le guardo. Mi distraggo a seguire con lo sguardo una barca di pescatori. Le riprendo, le ripongo al loro posto. Dove le aveva messe lei. Dove devono stare. Al loro posto. Il suo posto. Il mio posto.

Domattina parto. Vado a Milano per sgombrare la casetta ancora senza tende che ho affittato circa dodici anni fa.

Devo alzarmi presto. Sono serena. Farò una bella dormita.

 

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