martedì , luglio 14 2020
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ITALIANO D.O.C.: Ideali, passioni e vizi di un viaggiatore a-tipico

 

Una storia al giorno…una per tutti i giorni…. tutti i racconti che hanno partecipato al concorso “Raccontami una storia: parlami di te” saranno pubblicati sul portale zoomma.news nella sezione storyteller.

Oggi è il giorno dedicato al racconto di Simone Sperduto

Napoli: il teatro della saggezza

«Città triste e allegra, eccomi tornato a sognare»
Fernando Pessoa

Dal balcone della camera d’albergo si vedeva una buona parte di Napoli. L’albergo era in un austero edificio in pieno centro storico, lungo Corso Umberto I, a poca distanza dall’Università. La stanza, situata ai piani alti, si affacciava su Piazza Giovanni Bovio che, a quell’ora tarda, era ancora un mormorìo incessante di automobili. La strada, vista così dall’alto, aveva un aspetto quasi insolito; sarà che, affacciato ad un balcone, un semplice pedone ha forse il senso di dominare quell’asfalto dove altrimenti sarebbe soltanto un ospite indesiderato in balìa dei motori.

Lì, al centro della piazza, si ergeva maestosa la statua equestre raffigurante Vittorio Emanuele II: il primo Re dell’Italia unita era avvolto dal bagliore dei lampioni. Napoli di sera appariva in un affascinante gioco di luci, divenendo inevitabilmente un invito ad utilizzare la macchina fotografica. Guardai in lontananza oltre la piazza: le luci proseguivano ininterrottamente, addentrandosi verso Via Toledo e i Quartieri Spagnoli; più in alto, al Vomero, svettava maestoso Castel Sant’Elmo in compagnia della Certosa di San Martino.

Avevo il mare e la zona portuale alle spalle; la cosiddetta Spaccanapoli era invece di fronte a me, sul lato opposto della strada. A quell’ora Napoli pulsava di energia e si udiva il brusìo di studenti alle prese con l’ultima birra della serata. L’aria fresca di primavera, intanto, accarezzava la maglietta che avevo acquistato nel pomeriggio presso un banco di Piazza Municipio: per l’esattezza una t-shirt grigia raffigurante il Maschio Angioino. Rientrato in camera, riguardavo la maglia allo specchio mentre me ne stavo comodamente seduto sul letto;  intanto Spotify, installato sullo smartphone, mi offriva adorabili le note di “Goodbye Horses” di Q Lazzarus. La canzone, resa celebre dalla psicotica performance di Buffalo Bill nel film “Il silenzio degli innocenti”, trasmetteva quel suo significato misterioso e spirituale: il cavallo come padrone incontrastato dei cinque sensi ed emblema di selvaggia libertà.

L’idea di quella libertà selvaggia e l’immagine della fortezza sulla t-shirt mi fecero tornare in mente una mostra, dedicata al genio di Antonio Ligabue, che avevo visitato proprio a Castel Nuovo durante un mio precedente soggiorno a Napoli. Vedere una mostra di Ligabue è come entrare in un altro mondo che non conosce i filtri imposti dalla società. Sarebbe fin troppo semplicistico e riduttivo definire questo artista come un folle che eseguiva riti sciamanici e versi belluini davanti alle tele, per propiziarne la buona riuscita; oppure come un uomo che si isolava per giorni, sulla riva di un ruscello o ai bordi di un campo coltivato nella pianura emiliana, per trarre ispirazione.

Tornai sul balcone ad ammirare, ancora per qualche minuto, la bellezza di quella città: un fascino che andava di gran lunga oltre il ritratto ingeneroso dipinto da talune narrazioni o serie televisive. D’improvviso sentii un frastuono di motorini provenire dal lungomare, alla fine della strada che collegava il porto a Corso Umberto I. Voltandomi in quella direzione, vidi un distributore di benzina e una chiesa; all’orizzonte, invece, svettavano imponenti le navi da crociera. Nonostante l’ora tarda, fui colpito dal contrasto surreale tra il baccano dei motorini e il silenzio della chiesa, la quale appariva tra l’altro in un deprimente stato di penombra.

Tuttavia quel luogo di culto evocava già nel nome, Santa Maria di Portosalvo, le peripezìe di gente venuta dal mare, probabilmente alla ricerca di un riparo sicuro. Come fosse un naturale prolungamento di quel tempio, emblema di salvezza per devoti marinai di ogni specie, poco più in là era visibile una piccola piazza con un obelisco al centro, anch’essa chiamata Portosalvo. Sembrava che volesse quasi innalzarsi, in quell’aria gradevolmente fresca, un monito per una certa politica ottusa che parlava di “porti chiusi” senza capire che in realtà, già da tempo, la vera emergenza per l’Italia non era l’immigrazione; il problema serio era infatti racchiuso nel suo esatto contrario, ossia nell’emigrazione di decine di migliaia di connazionali che ogni anno facevano le valigie. Intanto sul lungomare due giovani napoletani, a bordo di uno scassato motorino e senza casco, salutarono a voce alta dei coetanei e imboccarono una rotatoria per dirigersi verso la pompa di benzina; erano seguiti da due moto della Polizia che fecero intendere, con ampie urla di sirena, di andare di fretta e di non voler sindacare sulla guida di quei centauri in erba. I giovani salutarono con la mano un ragazzo di colore, che stava seduto su un sgabello in attesa di clienti da poter aiutare al self-service del distributore di benzina. Osservavo serenamente quella scena, dall’alto del balcone dell’albergo, con la stessa espressione compiaciuta dell’uomo in giacca e cravatta di una tela di Pierre Peyrolle che mi aveva assai attratto: avevo visto quell’opera, in mattinata, in una mostra temporanea ospitata presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

“Il teatro della saggezza” – questo era il titolo della tela di Peyrolle – ritraeva un uomo ben vestito dietro ad una scrivania, nell’atto di osservare un mondo antico disposto tutto intorno a lui: il suo volto era sereno e rilassato, quasi fosse quello di un filosofo greco, e il suo sguardo era rivolto verso l’orizzonte. Sembrò aprirsi così, anche davanti a me, il sipario di quel teatro della saggezza. Non tardai molto, d’altronde, a riconoscere una saggia follia anche nell’urlatore solitario incrociato, durante quella lunga giornata, nel sottopasso della metropolitana: il tutto mentre ero diretto a Mergellina, alla ricerca di invitanti sfogliatelle e babà da gustare davanti al panorama mozzafiato del golfo, dominato dalla sagoma imponente del Vesuvio. Tornando alla scena nel metrò, essa sarebbe stata degna di un film di John Carpenter: dal nulla, come fosse stato vomitato da un treno in corsa, mi arrivò alle spalle un tizio alla Romero di “Fuga da New York”. Da macabro copione, scattò la risatina onirica stampata su un volto scheletrico.

Nel sottopasso eravamo io, il pazzo e una coppietta di bravi ragazzi intenti a baciarsi. Il tizio scartò tutti sul tappeto mobile, come se fosse in gara col mondo intero, coprendosi gli occhi in segno di mistico rispetto per le effusioni sentimentali dei due giovani. Quindi cominciò a inveire contro un cartellone pubblicitario, annunciante le selezioni di un noto talent show: lo fece con imprecazioni inenarrabili, prima di scomparire negli abissi di quello stesso nulla dal quale era arrivato. Mi era sembrato un gesto di ribellione verso la società contemporanea: questa meravigliosa e sana follia avrebbe meritato un palcoscenico, dei riflettori e migliaia di persone plaudenti.

Tuttavia non vi fu ovazione alcuna e così ripiombai nuovamente nei miei pensieri; dopotutto, per le strade e nella metropolitana di quella città, sembravo essere soltanto io il folle vero o lo straniero incompreso. Credevo nella lucente potenza della cultura; doveva risiedere nella ricerca della cultura, insomma, quella profetica virtù del viaggiatore, portatrice di un’alba nascente: un’alba da contrapporre al male dell’oscurità che insidiava la mente degli uomini.

 

Madrid: churros, paella e calcio

«Quién piensa en ti
Quién te ha robado tu mirada feliz
Quién te ha cambiado tu ilusión por dolor
Quién se ha llevado tu momento mejor»
Gonzalo Fernández Benavides

Le porte del treno si chiusero lentamente, con una rara pacatezza che pareva essere sopravvissuta al secolo scorso. Già da questo piccolo segnale cominciai ad intuire, ma soprattutto ad assaporare, quel viaggiare lento che era tipico di una delle linee della metropolitana più antiche di Madrid. Il treno lasciò la stazione di Las Suertes diretto verso il centro della città. Il vagone era deserto, trovai posto senza problemi. Ascoltavo quel silenzioso viaggio, in meditazione, come si ascolterebbe un album degli Enigma. Avevo letto di ottimi locali, situati tra Puerta del Sol e Plaza Mayor, dove poter degustare deliziosi churros e la ben più appetitosa paella. Intanto il treno stava, poco per volta, attraversando il quartiere di Vallecas dove alloggiavo in casa di amici. L’idea era di scendere alla stazione Sol e fare due passi nel centro storico di Madrid.

A farmi cambiare repentinamente idea fu la fermata Portazgo: la parete della banchina era composta da un insieme di pannelli dedicati alla locale squadra di calcio del Rayo Vallecano. Saltai giù dal treno appena si aprirono le porte e mi diressi verso le scale, seguendo le indicazioni per lo stadio. Lungo le pareti del sottopasso c’erano, impresse in tinta biancorossa, espressioni quali “valentía, coraje y nobleza” oppure “alabí alabá”. Era molto forte l’attaccamento di quel quartiere alla propria squadra di calcio: lo stadio era lì in mezzo ai palazzi, come un tempio sacro al centro del villaggio. Entrai nello store ufficiale del Rayo Vallecano, situato a ridosso dei cancelli dello stadio.

Acquistai una maglietta, una sciarpa e un adesivo. Ero diventato un nuovo fan “rayista”, ossia di quella storica società calcistica di Madrid che, tra l’altro, si distingueva spesso per l’impegno nel sociale. Fu insomma amore a prima vista: del resto la passione per il calcio era uno dei miei vizi capitali. Se mi avesse conosciuto John Doe del film “Seven”, avrebbe scritto una pagina dei suoi sermoni sul mio conto. Ero un inguaribile peccatore, questo era fuor di dubbio. Così, tutto felice, decisi che da quel momento avrei seguito la nuova squadra del cuore sui canali social, per documentarmi il più possibile su quella che a Vallecas veniva definita con orgoglio “el equipo de nuestro barrio”.

Berlino: un caffè ad Alexanderplatz

«We can beat them, just for one day
We can be heroes, just for one day»
David Bowie

 

East Side Gallery è quel memoriale alla libertà in cui tuttora si può respirare la sinistra sensazione di vivere in una città divisa in due blocchi da quel grigio Muro; per quanto ora ne resti in piedi poco più di un chilometro e soprattutto sia interamente ricoperto da circa un centinaio di splendidi murales. Non che Checkpoint Charlie facesse meno effetto, ma non era esattamente come avere una muraglia davanti. Avevo studiato sulla guida tascabile il modo più rapido per raggiungere Oberbaumbrücke e quindi i resti del Muro trasformati in street art. Ero ospite di un tranquillo albergo di Bülowstraße, una zona situata relativamente vicino alla Bahnhof Zoologischer Garten, ossia la Stazione dello Zoo di Berlino. A volte raggiungevo la Bahnhof Zoo scendendo alla fermata di Kurfürstendamm e risalendo a piedi verso l’Europa Center e l’affascinante Kaiser Wilhelm Gedächtniskirche. Visti in sequenza, a poche centinaia di metri l’uno dall’altro sulla stessa strada, l’imponente grattacielo dell’Europa Center e quell’antica chiesa risalente alla fine dell’800, tra l’altro fortemente danneggiata dai bombardamenti del secondo conflitto mondiale, sembravano un controsenso reciproco, se non addirittura un vero ossimoro.

La chiesa era, di fatto, un altro memoriale alla pace, in quella città così devastata dai tragici eventi del ‘900. Mi piaceva anche soffermarmi all’interno della Stazione dello Zoo, dove transitavo almeno un paio di volte al giorno per via del metrò; non di rado restavo sulla banchina ad osservare il comportamento delle persone: la frenesìa di chi saliva e scendeva dai vagoni, ma soprattutto l’apparente normalità di chi sedeva sulla panchina a fianco del disperato di turno soggiogato dall’alcol o da qualche droga. Era come se quella città, nel suo insieme, fosse stata d’improvviso catapultata in un futuro di benessere che, come una coperta corta, lasciava intravedere rovine, povertà e disagi di un tempo sospeso nel passato. Prima di andare ad East Side Gallery sarei passato ad Alexanderplatz, per prendere un caffè all’ombra della torre della televisione. A poche cose non potrei mai rinunciare, anche quando mi trovo all’estero: un piatto di pasta pomodoro e basilico, una fetta di pane per fare la scarpetta nel sugo, una bottiglia d’acqua minerale e poi alla fine un buon caffè. Con tutta l’accortezza di questo mondo avrei dovuto specificare la parola “espresso”, accanto al ben più banale e generico termine “coffee”: questo per evitare il ripetersi dello spiacevole inconveniente avuto, nei pressi della Stazione dello Zoo, con una cameriera che voleva farmi bere un “cappuccino” dopo aver mangiato un piatto di spaghetti al sugo. Era stato pressoché inutile tentare di spiegarle che in Italia, dopo un pasto, si consuma del semplice caffè; tuttavia, ero io a giocare in trasferta e, per di più, su un campo abbastanza ostico.

 

 Praga: un fiore per Jan Palach

«Son come falchi quei carri appostati
corron parole sui visi arrossati,
corre il dolore bruciando ogni strada
e lancia grida ogni muro di Praga»
Francesco Guccini

Decisi, come spesso accadeva nei miei viaggi, di uscire dagli schemi rigidi del turismo classico che trovavo assai banali. Avevo visto, nei giorni precedenti, alcune delle principali attrazioni di Praga: dalla Piazza della Città Vecchia, dove si trova l’Orologio Astronomico, avevo raggiunto e percorso il celeberrimo Karlův Most, ossia il Ponte Carlo, per arrivare infine all’area collinare di Hradčany e visitare così il Castello e la Cattedrale di San Vito.

Quel giorno, invece, decisi di mettermi sulle tracce della memoria di Jan Palach: il giovane studente e patriota cecoslovacco che, con il suo gesto estremo di darsi fuoco in Piazza San Venceslao nel 1969, divenne simbolo della protesta antisovietica legata alla cosiddetta “Primavera di Praga”. Presi la metro nella moderna stazione di Střížkov, gradevole zona residenziale periferica dove si trovava l’albergo nel quale alloggiavo; scesi alla fermata Můstek e percorsi il lungo viale che mi condusse dapprima davanti alla statua equestre raffigurante San Venceslao e poi a ridosso della scalinata del Národní Muzeum, ossia il Museo Nazionale.

Fu proprio qui che, il 16 gennaio 1969, Jan Palach decise di compiere quel tragico gesto di protesta nei confronti dell’oppressione sovietica: il giovane sarebbe deceduto tre giorni dopo, a causa delle gravi ustioni riportare su tutto il corpo. Una semplice croce a terra, incastonata nel pavimento ai piedi della scalinata del Museo, commemora ancora oggi Jan Palach e Jan Zajíc, un altro giovane patriota deceduto in quei drammatici mesi di proteste e di lotta per la libertà.

La tappa successiva sarebbe stata la visita al luogo di sepoltura di Jan Palach: l’Olšany Cemetery. Presi la metro fino alla fermata Flora; percorsi a piedi, per circa duecento metri, la strada chiamata Vinohradská costeggiando il muro perimetrale del cimitero. Trovai alcuni negozi e poi una serie di fiorai: acquistai così un fiore da portare sulla tomba del giovane. Avevo già individuato l’esatta collocazione del luogo di sepoltura all’interno di quell’immenso cimitero: le indicazioni si rivelarono esatte e così, non appena varcato l’ingresso principale, mi bastò voltare subito a destra e percorrere una cinquantina di metri. Su quella semplice lapide, sotto una leggera pioggia, posai un fiore per Jan Palach.

 

 

Simone Sperduto
Roma, 20 gennaio 2020    

 

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