martedì , dicembre 18 2018
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Il biglietto vincente

«Allora, Franchino, ci siamo capiti? Questo è il biglietto vincente, questo qui rosso con il numero 55 al centro. Non lo dobbiamo mettere subito, nella scatola. È vero che non lo dobbiamo mettere subito?»

Il ragazzo con le orecchie a sventola fece segno di sì con la testa e immediatamente dopo di no. Sì, aveva capito. No, non bisognava mettere subito il numero nella scatola. Una ciocca di capelli castani, più lunga delle altre, gli mulinò davanti agli occhi.

«E lo sai perché non dobbiamo metterlo dentro subito, Franchino?»

«No. Non lo so.»

«Santa Domitilla, aiutami tu. Te lo ho già spiegato tre volte. Perché se lo mettiamo subito, qualcuno potrebbe vincere il prosciutto. E allora resteremmo senza primo premio. E chi vuoi che partecipi a una pesca di beneficienza senza primo premio?»

«Nessuno?»

«Esatto, Franchino. Nessuno.»

Don Eusebio si asciugò la fronte con un piccolo fazzoletto grigio a quadretti. Era iniziata la primavera, l’aria si era fatta tiepida e le giornate lunghe, e lui cominciava ad avere un po’ caldo. Certo, la tortura sarebbe iniziata dopo maggio, per il momento era solo un fastidio, ma per un omone grande e grosso come lui, con il collo largo e l’addome prominente, e per giunta con una tonaca nera addosso, l’estate non era mai piacevole. Meglio l’inverno, con la pioggia e la neve, quando si sedeva davanti al camino con una tazza di camomilla e un romanzo di Salgari fra le mani.

«Quindi, oggi pomeriggio noi portiamo fuori la scatola. Senza il numero vincente. Poi, verso la fine, io ti dico “Franchino, vai in canonica a prendermi gli occhiali” e tu quando torni tieni stretto nella mano il numero. Questo qui. Lo tieni stretto stretto che non ti veda nessuno. Capito?»

Don Eusebio prese il palmo di Franchino, lo asciugò dal sudore con il fazzoletto grigio e ci appoggiò il foglietto di carta rossa ben ripiegato su se stesso. Poi chiuse la mano, facendo attenzione a non stropicciare troppo il biglietto. E la tenne per qualche minuto fra le sue.

Lo emozionava sempre un poco, il contatto con la pelle di quel ragazzo. Era calda, liscia, così diversa dalla pelle del padre, sempre ruvida di lavoro. Suo fratello era rimasto vedovo che Franchino aveva cinque anni, e aveva fatto del suo meglio per tirarlo su da solo. Ma si era visto presto che il bambino non aveva proprio tutte le rotelle al posto giusto. Poi l’incidente col trattore, la cancrena alle gambe. Lo avevano portato all’ospedale di Lugo, lo avevano amputato prima sotto le ginocchia e poi fino a metà coscia, ma non c’era stato niente da fare. La cancrena se lo era portato via, o forse la stanchezza di quella vita, e a lui era rimasto Franchino. Che l’era un brev burdel… ma come si diceva da quelle parti, non era del tutto a casa.

«Ricordati bene che è importante. Io ti chiederò gli occhiali. Ma am racmand… non saltarmi fuori con una delle domande delle tue “Devo portare proprio gli occhiali o il biglietto?” che poi ci facciamo tutti brutta figura. E ci sono quelli del collettivo che non vedono l’ora di svergognarci davanti a tutto il paese, maledetti marxisti senza Dio.»

Franchino serrò la mascella in un moto di insofferenza. Possibile che lo zio lo dovesse trattare sempre come un bambino? Fai questo, fai quello, non fare questo, non fare quello! Ormai aveva vent’anni, pensò grattandosi un orecchio, a breve avrebbe anche potuto votare.

Come se avesse letto nei suoi pensieri, Don Eusebio gli allungò una delle sue manone verso il viso e gli appioppò una solenne carezza.

«Ma sì… ma sì… che te lo ripeto a fare? Lo hai capito come ti devi comportare. Sei un ragazzone, quasi un uomo. Guarda che due spalle che hai messo su. Tra un po’ dovrò comprarti delle giacche nuove, che quelle del babbo non ti andranno più bene.»

E con il sorriso di Franchino negli occhi – che quando si ricordava del fratello gli prendeva sempre una strana malinconica allegria – Don Eusebio si chiuse la porta della canonica alle spalle.

Fuori, la festa del patrono era già iniziata. Erano arrivate le giostre, i baracconi del tiro a segno, i venditori ambulanti con le carrube e le brustoline. Molèn, che veniva da Faenza, aveva appena finito di sistemare sul bancone i suoi croccanti. L’odore lucido dello zucchero caramellato aveva radunato tutti i bambini. Al bar sotto al portico avevano messo dei festoni colorati, e delle tovagliette in tinta ornavano i tavoli.  Anche il banco dei fiori era allestito: garofani, primule, viole del pensiero. Chi poteva restare insensibile davanti a tanti colori e profumi? Due ‘zdore a narici dilatate, fiutavano l’aroma di lavanda. Un paio di sacchetti per la biancheria se li sarebbero comprati sicuramente, quanto ai fiori, ahimè, si sarebbero accontentate delle piante di sirena che crescono nei fossi, con quei loro grappoli di minuscoli fiorellini viola, meno belle di dalie e pansé, ma sicuramente più economiche.

Due ragazzoni a torso nudo martellavano sopra un piccolo palco improvvisato, per pareggiare alcune assi di legno che si erano imbarcate. Tre ragazze si avvicinarono con aria indifferente e i martellamenti presero un ritmo scoppiettante. Appena il tempo che le fanciulle volgessero le spalle e i falegnami improvvisati si fermarono con il fiato grosso. Don Eusebio sorrise fra sé. Eh… era proprio arrivata la primavera. Chissà se avrebbe avuto qualche matrimonio da celebrare durante l’estate.

Per il giro della piazza non ci volle granché, il paese era così piccolo. Duemila anime, contando anche le vacche e i cavalli. Ma tutta brava gente, si intende. Anche quelli del collettivo. Che facevano i marxisti, quando si trovavano tutti fra di loro, ma ogni tanto alla messa ne vedeva qualcuno, e non gli si venisse a dire che erano sempre obbligati dalle mogli.

Rientrando in canonica, trovò la perpetua che cucinava degli zuccherini sulla stufa. Il profumo del burro e dello zucchero gli fecero quasi girare la testa.

«Entrate Don Eusebio, che ho quasi finito. Poi vi metto a scaldare le tagliatelle. Sono quelle di ieri, le ho ripassate con un po’ di salsiccia per insaporirle.»

«Avete fatto bene, Teresa. Ma Franchino non c’è? Non pranza con noi, oggi?»

«Ha detto che c’ha delle robe da fare.» rispose la donna asciugandosi le mani nel grembiule «E’ andato via di fretta. Forse è qualcosa per la festa.»

«Forse.» rispose Don Eusebio pensieroso. Non ricordava di avergli dato altre incombenze, oltre a quella del numero.

 

Franchino non era lontano, in quel momento. Era nella legnaia, seduto sopra il ceppo, a meditare. L’orecchio gli era diventato viola, a furia di grattare. Per forza, con tutto quel pensare!

Prima di tutto non gli piaceva questa cosa che il numero vincente della pesca non fosse stato messo subito nella scatola. Lo zio diceva sempre che ingannare era peccato, che i truffatori finivano all’inferno ad arrostire sulle graticole, e ora era lui il primo a dire una bugia. Certo, era a fin di bene. Era per far vendere tanti biglietti della pesca e i biglietti servivano ai poveri della parrocchia e poi c’era da riparare il campanile, che con i bombardamenti ne era venuto giù un bel pezzo e ora i piccioni ci avevano fatto il nido e ci pensavano loro a bombardare. Ma lo stesso, Franchino non si sentiva così convinto che fosse la cosa più giusta.

Ma più ancora del senso di giustizia, gli prudeva l’orgoglio. Che bisogno aveva lo zio di ripetergli sempre la stessa cosa, venti volte di seguito, come se lui non capisse mai cosa era giusto fare? È vero che qualche volta si era sbagliato, e qualche pataccata la aveva combinata anche lui. Ma diobono chi è che non sbaglia? Anche lo zio sbagliava, delle volte. Anche Teresa. Non aveva bruciato la prima infornata di biscotti che poi le era scappata una bestemmia e si era guardata intorno preoccupata e si era segnata in tutta fretta? O mio caro buon Gesù, non ti offenderò mai più. Insomma, Franchino era stanco di sentirsi trattare come un ingenuo, che ingenuo non lo era affatto, e cominciò a montargli una rabbia sorda, che le guance gli divennero tutte rosse e una ruga longitudinale gli si disegnò in mezzo alla fronte. Gliela avrebbe fatta vedere lui. Gliela avrebbe dimostrata, a quel malfindente dello zio, a quella pettegola della Teresa, a tutto il paese, che lui non era uno sprovveduto. Lo avrebbe vinto lui quel prosciutto tanto ambito, e allora sì, che lo avrebbero rispettato.

 

Don Eusebio ci teneva ad aspettare che la festa fosse al culmine, per iniziare la pesca di beneficienza. Voleva che partecipassero tutti, ma proprio tutti. Il primo premio glielo avevano regalato quelli di Ca’ Morara. Lui si era impegnato a dire una messa in suffragio dei loro morti tutti i secondi martedì del mese, per almeno un anno. Non era un lavoro da niente, perché a Ca’ Morara non erano mai stati degli stinchi di santi e bisognava concentrarsi bene per non pensare che un po’ di fiamme dell’inferno se le sarebbero meritate. Soprattutto il Vecchio Morara, quello che aveva comprato la terra dalla vedova Sanchi, che per un pezzo si era mormorato, in paese, che la vendita non fosse stata proprio così regolare. Ma in amore e in guerra tutto è permesso, dice il proverbio. E per amore della sua parrocchia, Don Eusebio era disposto a scendere a qualche piccolo compromesso. E a qualche piccolo inganno.

Sul palco la fisarmonica di Rudèla aveva iniziato il suo ultimo valzer. Dietro di lui il figlio lo accompagnava con il violino, mentre alcune coppie ballavano e i bambini, tutti intorno, battevano le mani a tempo. Don Eusebio attese la fine della musica sistemando la tovaglia a quadri rossi e bianchi sopra al tavolino davanti alla canonica.  La tovaglia veniva dal corredo della Teresa, gliela aveva data lei per l’occasione, perché “anche l’occhio vuole la sua parte” e a una tavola ben allestita tutti si sarebbero avvicinati più volentieri. Era per questo che aveva ricoperto la scatola dei numeri, una normale scatola di cartone, con della carta velina rossa. Tutto era perfetto. Don Eusebio si strofinò le mani soddisfatto mentre il valzer terminava in un allegro battimani.

«Signore! Signori! Amici parrocchiani! Avvicinatevi. Il momento tanto atteso è finalmente arrivato.»

Il vocione di Don Eusebio faticò non poco ad avere la meglio sul chiacchiericcio, ma pian piano iniziarono ad avvicinarsi tutti e davanti alla canonica si creò una piccola folla.

«Sono felice di vedervi così numerosi. So che siete spinti da carità cristiana e che è vostro desiderio partecipare con un piccolo obolo alle attività benefiche della parrocchia. Ma so che più ancora vi attira il bel prosciutto che quest’anno è stato messo in palio.» Qualcuno sghignazzò fra la folla. Un paio di bimbi si avvicinarono al tavolo facendosi largo fra le gambe degli adulti. Don Eusebio si sentiva pieno d’entusiasmo: con tutta quella gente davanti, avrebbe fatto proprio un bel bottino.

«Adesso aprirò la scatola e potrete pescare i vostri numeri. Ogni numero due soldi. Con cinque soldi, potrete pescare tre volte. Suvvia, non siate timidi e tentate la fortuna. E ricordate che LUI lassù vi guarda…»

Nel pronunciare quel “Lui” pensò bene di caricare il concetto con uno sguardo leggermente minaccioso. Un po’ di timor di Dio non avrebbe fatto male, ai suoi parrocchiani. Tanto avevano sicuramente peccato tutto il pomeriggio, se non con le azioni, almeno con il pensiero. Che si ricordassero anche la salvezza della loro anima.

«Allora? Chi è? Chi è il primo che tenta la sorte?»

Ci fu un attimo di silenzio. Poi, la voce di Franchino, alta su tutte.

«Ci sono io.»

Don Eusebio rimase per un attimo senza parole. Questa era proprio una svolta imprevista. Aveva detto a Franchino di tenersi a disposizione, ma non certo di partecipare alla pesca. Che gli era saltato in mente, a quel ragazzo? Ma poi pensò che potesse essere un bene. Qualcuno che rompesse il ghiaccio ci voleva e poi si doveva vedere che non c’erano trucchi: se neanche il nipote del prete vinceva nulla, voleva proprio dire che la pesca era fatta in modo serio.

«Va bene, Franchino, avvicinati. A te l’onore di aprire le danze.»

Franchino appoggiò i due soldi sul palmo della mano dello zio. Fissò con attenzione il contenuto della scatola, corrugando le sopracciglia come se si sforzasse di ricordare qualcosa. Poi mise dentro la mano con piglio sicuro ed estrasse un bigliettino di carta rossa. Lo allungò verso Don Eusebio esibendo un sorriso soddisfatto.

Don Eusebio scartò con cura il foglietto. Lo avvicinò agli occhi per essere sicuro di quello che vedeva. Poi, mostrandolo alla folla tuonò con il suo vocione.

«Numero 7! Complimenti, Franchino. Hai vinto un bel premio, una presina all’uncinetto confezionata dalla Cesira Medri. Un bell’applauso e ringraziamo la Cesira che è sempre disponibile quando la parrocchia ha bisogno del suo aiuto.»

L’attenzione di tutti fu per una donnina piccolissima, con un gran fazzoletto blu in testa, seduta accanto alla Teresa, che si fece tutta rossa in viso e mostrò un sorriso sdentato a tutti quelli che le facevano i complimenti. Così nessuno, neppure Don Eusebio, si accorse di Franchino, che, impallidito, dovette reggersi al tavolo per non cadere. Si riebbe non senza fatica, e con le orecchie in fiamme e le lacrime agli occhi, si allontanò.

«Siamo pronti a riprendere? Allora, a chi tocca ora pescare?»

Fra i tanti “Io io” fu il turno di Castiglioni, il meccanico, che tuffò la sua mano ancora sporca di morchia ed estrasse un bigliettino rosso, un po’ stropicciato.

Don Eusebio lo prese in mano e ripeté i gesti fatti con il primo biglietto. Ma questa volta fu costretto ad avvicinarlo e allontanarlo più volte. Per quanto cercasse di metterlo a fuoco, quel numero continuava ad appannarsi alla sua vista, quasi che lui non volesse vederlo. Eppure era proprio il 55, c’era poco da fare.

«È il 55, Castiglioni.» disse con voce rotta «Hai vinto il prosciutto.»

Tutto intorno ci fu un ohhhhh di delusione, mentre il meccanico portava le mani al cielo in segno di vittoria. Un bel prosciutto di Ca’ Morara. E chi ci avrebbe mai sperato? Subito fu circondato dalla moglie e dai figli, tre bambini mocciosi e spettinati, e tutti e cinque iniziarono a guardare Don Eusebio con aria golosa.

C’era poco da fare. Il prete, ostentando una grande felicità, andò in canonica a prendere il “pezzo forte”, mentre la folla cominciò pian piano a scemare.

Consegnato il prosciutto, Don Eusebio provò a richiamare il suo pubblico. Ma con scarsi risultati.

«Stanno andando via tutti.» disse alla Teresa con aria affranta.

«Per forza, Don Eusebio. Chi volete che partecipi a una pesca di beneficienza senza primo premio?»

«Nessuno…»

E già. Nessuno. E infatti ormai se ne erano andati via tutti.

Don Eusebio fu preso da un attacco d’ira. Non ci voleva molto a capire chi fosse il responsabile. «Al amez! Sta volta a zur ch’al amez!»

Il primo posto in cui cercò fu in chiesa. Passò fra panca e panca, fra sedia e sedia, senza tralasciare neanche il più piccolo angolo. Doveva trovarlo a ogni costo. Le palme delle mani gli prudevano. Troppi pochi scapaccioni ti ha dato tuo padre. Troppi pochi te ne ho dati anch’io. Lui non è più in tempo per rimediare ma io… io…  giuro che te ne do tante che ti rompo tutte le ossa.

Con il fiato grosso perlustrò la canonica. Guardò dentro ogni armadio, dietro ogni porta. Poco mancava scavasse dei buchi nel muro.

Finalmente lo trovò nella legnaia, seduto sul ceppo. La testa fra le mani, che piangeva, un pianto così triste e disperato che chiamava le lacrime. Don Eusebio sentì la rabbia abbandonarlo come una sciarpa che rimane impigliata a un ramo e si srotola via, a ogni passo.

«Franchino….»

«Zio… mi dispiace.»

«Franchino, perché lo hai fatto?»

Il ragazzo con le orecchie a sventola sollevò il viso dalle mani. Il pianto gli aveva storto la bocca, sembrava un vecchio a cui fosse venuto un ictus.

«Io volevo che te cambiavi idea su di me. Che tutti cambiavate idea. Che ero stanco che mi considerate tutti un idiota. Allora mi sono detto, adesso lo mostro io, di cosa sono capace. Così poi tutti mi rispetteranno e la smetteranno di fare quelle risatine ogni volta che passo. E invece  non sono stato buono neanche di imbrogliare. Hanno ragione a dire che sono uno stupido. Me lo merito proprio.» La voce era un unico, lungo lamento .

Don Eusebio sentì il cuore gonfiarsi come un pallone e farsi tanto pesante da non stargli più dentro al petto. Ma che ammazzare. Ma che rompere le ossa. Allungò la manona su quella testa vuota, bagnata di lacrime e sudore e la lasciò scivolare giù, lungo la guancia, nella carezza più lieve che i suoi modi da prete di campagna gli consentivano.

«Nessuno pensa che sei un idiota, Franchino. Nessuno pensa che sei uno stupido.»

«Non è vero. Tutto il paese ride di me. E se imparano cosa è successo, ridono anche di più. Avevo piegato il numero un po’ di sghembo, per poterlo riconoscere. Me lo ero guardato e riguardato, per essere sicuro di non sbagliarmi. Me lo ero fatto entrare nel cervello. Lo avevo anche riconosciuto, quando hai aperto la scatola! Ma poi ho infilato la mano… e la mano non ha fatto quello che le dicevo. Ha preso un foglio a caso. Un numero a caso. E sono rimasto così.  Non ho vinto niente. E ho rovinato tutto. Tutto, ho rovinato.»

Franchino ripiombò con la faccia fra le mani e riprese a singhiozzare.

Santa Domitilla, aiutami tu, pensò Don Eusebio. Ma di aiuto non aveva bisogno. Il buon pastore lascia il gregge per recuperare la pecorella smarrita. E Franchino era un agnello che sarebbe rimasto tale anche quando avesse avuto la stazza di un ariete. Non ci si poteva fare nulla. Andava amato così.

«Non è vero che non hai  vinto niente, Franchino. Ti è pur rimasta la presina della Cesira.»

Franchino alzò gli occhi e guardò suo zio.  Provò a sorridere, ma la bocca era rimasta mezza storta.

«Non lo dirai a nessuno, vero zio?»

«Rimarrà un segreto fra noi due. Un segreto di famiglia. Anzi, di confessionale! E poi a chi vuoi che lo dica? Mica voglio farmi dare dell’imbroglione!»

Franchino annuì, Don Eusebio lo aiutò ad alzarsi.

«Dai, va là, patacca, torniamo in casa. Il prossimo diciamo ai quelli di Cà Morara di darcene due, dei prosciutti. La vogliono o non la vogliono, la salvezza delle loro anime?»

Francesca Mairani

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