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Breve storia autobiografica di un amore sospeso

Breve storia autobiografica di un amore sospeso - Racconto di Carmine Tedeschi

Breve storia autobiografica di un amore sospeso

Andai a prendere il caffè al bar di un centro commerciale poco distante da Monteroduni. Una donna serviva. Mi colpì subito. Aveva circa venticinque anni, capelli lunghi che si espandevano su spalle minuscole e perfettamente arrotondate, volto piccolo, dipinto da un trucco appena accennato, adeguato per una persona dignitosa e senza fronzoli. Il suo aspetto grazioso e lieve era nobilitato dalla sinuosità del corpo e dalla gentilezza nei modi. Mi salutò con un essenziale: <<Ciao>> e allargò il sorriso, già naturalmente stampato sulla bocca leggera.

<<Un caffè, per favore>>, ordinai;

<<Subito. Gradisci anche un bicchiere d’acqua?>>, domandò lei;

<<Sì, grazie>>, conclusi.

La barista mi porse sotto al mento una miscela fumante e una sorsata di minerale. Il <<Prego>> sussurrato col quale accompagnò il servizio, nobilitò ancor di più quell’ attimo di pace e mitezza che mi ero concesso e che ognuno di noi dovrebbe prendersi, ogni tanto, uno spicchio al giorno, come medicinale per lenire le pene e le tensioni che ci affliggono, in tempi tanto ricolmi di preoccupazioni e instabilità.

Sorseggiai, bevvi d’un fiato la mia consumazione. Avevo fretta di incrociare di nuovo lo sguardo di lei. Mi piaceva quella donna, eccome se mi piaceva. Pensai di ordinare ancora qualcosa, pur di non perderla di vista e tentare di corteggiarla. La chiamai. Le chiesi anche il nome. Non riuscii ad avere risposta. Un uomo era entrato a spegnere i miei pensieri suggestivi. Credo avesse una trentina d’anni. L’incantevole barista ebbe di colpo pensieri solo per lui, il suo volto si colorò di rosso, le sue gote scintillarono come contagiate dalla scarlattina. Nemmeno il più essenziale dei saluti riuscì a porgere al nuovo arrivato, per via dell’emozione. Le mancarono le parole. Potere dell’amore, svelato da un sorriso così tanto esteso da mostrare anche i denti del giudizio e rivolto a quel giovane andato lì, apposta per lei, e che a lei raccontava la sua vita, il suo lavoro all’interno del supermercato e proponeva di mangiare una pizza alla sera. Lei accettò l’invito solo annuendo. Di più non riuscì a esporsi. Lui, estasiato, allungò la mano e la strinse alle dita di fronte, che poi accarezzerò dolcemente, lievemente, una coccola che varcò le falangi e il palmo di lei e rimbalzò, penetrando direttamente nelle vene e nei nervi di entrambi, per affondare nei cuori, anzi, in un sol cuore, unito dal sentimento più bello che c’è.

Nello scorrere magico di quegli attimi, lui guardò distrattamente l’orologio. Si accorse che segnava l’ora di andare via, di tornare alle occupazioni. Dannata realtà che spegne i momenti per i quali vale davvero la pena vivere. Prima di congedarsi, chiese tre caffè e un succo al pompelmo per i colleghi, ribadì l’appuntamento a lume di candela e al profumo di fritto e pomodoro. Lei rimase basita per alcuni secondi, così tumultuosi per la mente da farle sfuggire l’ordine. <<Oh, ma mo’ si può sapere che casso hai ordinato?>>, chiese allora all’amico, con tonalità di voce improvvisamente roboante e roca come quella di un pugile peso piuma che starnazza prima di cadere al tappeto, travolto da un uppercut micidiale. Lui, un po’ imbarazzato, scosse la testa, si guardò intorno e, tremando a mo’ di gong percosso da un martello pneumatico, staccò la mano. Io scappai via. Non ricordo nemmeno se pagai il conto. E non seppi mai se l’amore tra i due proseguì o meno.

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