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“Uva e Kozis” di Renata Rusca Zargar

Uva e Kozis

di Renata Rusca Zargar

 

Kozis si era avventurato lungo il sentiero che portava in alto, verso la cima del monte. Voleva cacciare qualche grosso animale e dimostrare alla tribù che anch’egli era un uomo forte e coraggioso.

Mentre saliva tra i tronchi di frassini, olmi, betulle, ontani e qualche tiglio, la vegetazione si faceva sempre più fitta. Qua e là anche piante di nocciolo e pino silvestre, tutto sembrava aggrovigliarsi come liane a impedire la vista del sole.

Così, piano piano, si perdeva anche il sommesso rumore dello sciacquio sulle rive che sempre aveva accompagnato la sua vita.

Girandosi indietro, ormai, non poteva distinguere più neppure i contorni di quell’acqua azzurra che lambiva la terra racchiusa tra i dolci saliscendi delle colline. Gli uomini del suo villaggio erano soprattutto pescatori: non era difficile, infatti, gettare la rete nel lago e ricavarne molti pesci da cuocere su di un bel fuoco scoppiettante. Solo a volte, in gruppo, affrontavano gli animali della foresta e tornavano trionfanti con carne di terra.

Ora egli voleva dimostrare a tutti che sapeva cacciare, e da solo. Avrebbe trovato qualcosa, forse un orso addirittura, e suo padre e sua madre l’avrebbero guardato finalmente con orgoglio.

Fin da piccolo, infatti, egli era sempre stato poco interessato alle imprese definite maschili, per lo spirito violento che richiedevano. Gli piaceva di più, invece, costruire oggetti, capirne il funzionamento, migliorarlo, gli sembrava di rendere la vita dei compagni e delle compagne più facile, in quel modo. Per questo conosceva ogni tipo di legno, in che cosa era più indicato, e, mentre continuava il cammino, non poteva fare a meno di soppesare con gli occhi i possenti grandi tronchi e i poderosi rami, e pensarli già lavorati, come utensili, pareti e soffitti di case, steccati…

Ma egli sapeva anche forgiare il ferro, il bronzo, creare vasi di ceramica dalle diverse forme e persino leggere e scrivere.

Nessun altro, nel suo minuscolo villaggio, riconosceva i misteriosi segni che si potevano incidere e poi decifrare; egli l’aveva imparato da altri uomini, anche loro artigiani, che venivano da molto lontano, da una grande città etrusca chiamata Vetulonia. Essi transitavano dalle loro parti e poi proseguivano, diretti a commerciare e a insegnare in paesi ancora più a nord.

Qualche volta, quegli uomini si fermavano al villaggio e raccontavano delle loro belle case, dei molti arnesi posseduti, dei gioielli, persino delle splendide dimore per chi non c’era più. Kozis ascoltava attento per poi cercare di riprodurre quanto aveva sentito descrivere o aveva visto.

Tutto ciò sarebbe stato molto gradito alla tribù se non ci fosse stato un grave problema: egli non era discendente di artigiani, sempre intenti a quel tipo di opere, con una perizia che si tramandavano di padre in figlio.

Egli era nato da un grande pescatore e cacciatore, un guerriero che aveva difeso più volte il villaggio dalle incursioni dei popoli delle tribù limitrofe, un uomo molto vicino al capo tribù. Qualche volta, suo padre lo portava con sé quando si spingeva, insieme ad altri prodi, lontano, su terre sconosciute dove abbondavano animali e, qualche volta, persone, generate soltanto per essere vinte e uccise. Ed egli, invece di appassionarsi a quelle battute, di godere dell’entusiasmo e della furia prodotta dallo scorrere del sangue, osservava gli alberi, le pietre, i prodotti della natura feconda e, come al solito, rifletteva. Oppure, con un morso in ferro tra le mani, si perdeva a immaginare come renderlo più funzionale alla guida del cavallo. Allora, appena tornato al villaggio, davanti alla capanna, provava quelle migliorie che aveva ideato o intagliava i rami di legni vari che aveva raccolto.

La sua attività, quindi, non era ben vista da suo padre e sua madre. Essi si aspettavano da lui un comportamento diverso e poco si curavano di tutte le giovevoli cose che sapeva fare.

Suo padre, ogni tanto, lo osservava in silenzio, con un viso scontento e un’aria di disprezzo negli occhi. Kozis allora avrebbe voluto essere come lui, dimostrarsi feroce e combattivo, guidare gli uomini a caccia, terrorizzare le tribù vicine perché non rimuginassero di venire a derubarli o non invadessero il loro territorio dove la selvaggina era abbondante.

Invece, le stagioni trascorrevano l’una dopo l’altra, e Kozis, che ormai era considerato adulto, non si sentiva addosso tutta quella frenesia.

Infine, stanco di tutte quelle occhiate ostili, aveva deciso che si sarebbe spinto nel bosco, da solo, avrebbe trovato una preda, uno stambecco, magari, o, meglio, un animale feroce, l’avrebbe catturato e, una volta tornato al villaggio, avrebbe potuto in pace continuare ciò che amava fare.

Salendo, dunque, su per il sentiero battuto, si era accorto che l’aria diveniva più leggera e che, tra gli alberi, spuntavano molti abeti rossi, il che significava che si era allontanato parecchio dal villaggio.

Sulla cima di una montagna, a un tratto, aveva scorto in lontananza delle capanne. Curioso, si era avvicinato. Le abitazioni erano semplici costruzioni ricavate da tronchi lavorati sommariamente e ricoperte di paglia, ma là intorno la vita ferveva: le donne separavano il grano dalla paglia, cuocevano della carne sul fuoco, qualcuno costruiva oggetti. Era stato naturale, per Kozis, dimostrando a segni la sua pacificità, sedersi vicino a un uomo che stava preparando un’ascia ancora molto rudimentale e insegnargli ciò che lui sapeva.

Le ore erano passate velocemente nell’operazione ed era scesa la notte. Che fare? Tornare indietro con il buio sarebbe stato pericoloso e per di più non aveva cacciato nulla da riportare al villaggio. Si sarebbe presentato di nuovo come un perdente. Era meglio rimanere, almeno per la notte: accanto al fuoco, aveva diviso il poco cibo della tribù, comunicando più che altro con i gesti con quella gente che lo considerava molto sapiente.

Di fronte a lui, accoccolata a terra, mentre le fiamme saltellanti proiettavano luci e ombre sul suo viso delicato, stava una giovane fanciulla. Kozis, guardandola, aveva sentito, per la prima volta nella sua vita, che avrebbe voluto dividere la sua capanna con lei, per sempre. Anch’ella, a tratti, sembrava osservarlo furtivamente. Infine, tutti si erano ritirati per dormire e Kozis si era steso su di un comodo giaciglio di paglia in una capanna.

La mattina dopo e per parecchi giorni, egli aveva continuato a lavorare con quella gente, a spiegare loro molto di quello che, a suo tempo, aveva imparato. Uva, la fanciulla che aveva notato fin dalla prima sera, si sedeva spesso vicino a lui ed egli aveva saputo che ancora non apparteneva a nessun uomo.

Qualche volta, allora, l’aveva accompagnata a cercare bacche nel bosco. Là i loro occhi si erano detti molte cose, le loro mani si erano strette a esprimere dei sentimenti condivisi.

Dopo un po’ di tempo, Kozis era tornato al suo villaggio per far sapere ai genitori che stava bene e che, per un po’, sarebbe rimasto sui monti. Ma anche per prendere diversi attrezzi che gli servivano per lavorare. Suo padre si era un po’ stupito, ma poi aveva pensato che, forse, finalmente, suo figlio sarebbe diventato indipendente, avrebbe dovuto cacciare, se voleva sopravvivere in montagna, e sarebbe, dunque, in seguito, tornato a casa come un vero uomo.

Invece, Kozis era diventato maestro nel suo nuovo clan. Tutti lo ricercavano perché egli aveva cognizione di molte cose più di quei semplici montanari, isolati dagli scambi con gli altri popoli. Prima di tutto, aveva reso più sicure le loro case, rafforzandole con muretti in pietra a secco, aggiungendo alle pareti in legno e graticcio l’intonaco d’argilla e fortificando le travi in legno dei soffitti. Poi, aveva costruito molti vasi in ceramica e recipienti in bronzo di qualità superiore e migliorato le loro armi da caccia.

Nel tempo libero, aveva persino preparato una graziosa collana di spirali in bronzo e l’aveva offerta a Uva che, non avendone mai posseduta né vista una in vita sua, lo aveva guardato con gli occhi lucidi di gioia. Egli l’aveva aiutata a indossarla: Uva sembrava davvero una principessa!

Ormai, il ragazzo comprendeva il linguaggio della tribù e con Uva poteva parlare della loro differente vita. Qualche volta, raccontava a lei, che lo guardava adorante, di un’acqua grande che si stendeva tra le terre, diversa da quella piccola sorgente che si

trovava nel bosco, un’acqua che sapeva cullare le imbarcazioni e dentro la quale c’era molta carne appetitosa.

Un giorno, Kozis le aveva regalato degli orecchini ad anelli con due grosse perle di bronzo, da lui costruiti, e poi anche due fibule con catenelle e pendagli per fermare la veste e un anello in bronzo. Nessuna donna aveva quelle cose lassù, in montagna, e Uva si aspettava ormai che Kozis costruisse la sua capanna e la prendesse con sé.

Una mattina, mentre il sole caldo si alzava nel cielo sopra gli alberi e le cime delle montagne, egli l’aveva presa per mano e accompagnata giù, lungo il sentiero che conduceva a quell’acqua così grande da occupare tutto lo spazio possibile tra diverse colline.

Dopo una lunga marcia, l’acqua era spuntata laggiù, in basso, visibile tra le fronde degli alberi, enorme, di un colore azzurro percorso da lumini di luce che brillavano sulle sue onde. Uva era rimasta senza parole: quanto era bello il mondo che li circondava! Poi, erano tornati lassù, sulle montagne, dove sembrava di poter toccare il cielo con un dito.

Intanto, al villaggio sul lago, il padre di Kozis era morto in una delle tante imprese di guerra. Qualcuno si era subito messo sulle tracce del suo unico figlio e l’aveva trovato, come al solito, intento al lavoro dell’artigiano. Kozis era stato riportato in fretta a casa.

Suo padre era un grande uomo e meritava un’importante cerimonia funebre. Per lui era stato costruito un carro a due ruote, con i cerchioni in ferro e i raggi rivestiti di lamina bronzea in prossimità del mozzo, con un pianale sopraelevato, riccamente decorato da colonnine a globetti in bronzo e lamine ornate a sbalzo, simbolo delle sue qualità guerriere. Su quel veicolo, trainato da una coppia di cavalli, egli era stato trasportato alla pira già preparata per la cremazione. Poi, le sue ceneri erano state raccolte in uno stamnos, un grande recipiente in bronzo, che era stato adagiato in una spaziosa tomba a fossa, un po’ fuori dell’abitato, insieme alle parti smontate del carro e alle armi del defunto. Ogni uomo del villaggio aveva aggiunto qualcosa: una fibula, un anello, un bracciale… Kozis aveva deposto una kylix, la coppa per bere il vino, decorata a figure rosse su fondo nero, che egli stesso aveva costruito e dipinto dopo averne vista una simile proveniente da una città ancora più lontana di Vetulonia, Atene, che si trovava addirittura al di là di un’acqua salata che egli non aveva mai visto, infinitamente più estesa del suo lago.

Conclusa la cerimonia, però, il capo del villaggio aveva voluto subito parlargli.

-Con la morte di tuo padre, – gli aveva detto- abbiamo perso un valoroso combattente necessario alla sopravvivenza della tribù. Ora non puoi più perdere tempo tra i boschi, devi prendere il suo posto e comportarti come lui ti ha insegnato. La tua fanciullezza è finita. Ormai devi dimostrare il tuo valore. Lascia i lavori manuali a chi se ne deve occupare, tu sarai cacciatore e difensore, come tuo padre. Intanto, visto

che lui non c’è più, ti comunico che ti è stata scelta una donna per farti compagnia e che da stasera ti trasferirai con lei nella tua nuova capanna. –

Che poteva rispondere Kozis? Che non era quello che desiderava? Il capo non avrebbe tollerato un rifiuto. Era rimasto in silenzio, a testa china, e, poco dopo, altri uomini l’avevano accompagnato a una capanna e avevano condotto da lui Plisa, la fanciulla che gli era stata destinata.

Kozis conosceva bene la ragazza, che era stata sua compagna di giochi quando erano bambini; le voleva bene, apprezzava le sue qualità di contadina, la sua bellezza, sapeva che era di una famiglia di importanza pari alla sua: anche suo padre era un forte guerriero e cacciatore, difensore del villaggio.

Ma il suo cuore era di Uva e non poteva tradirla né abbandonarla. Così, pur soffrendo per l’umiliazione che infliggeva a Plisa, che non aveva colpe, appena sopraggiunta la notte, era fuggito e aveva imboccato il sentiero della montagna.

Era giunto che non albeggiava ancora. Con un segnale che solo Uva conosceva, l’aveva chiamata e condotta fuori dell’abitato, al riparo di quegli alberi testimoni di tante promesse. Là le aveva raccontato tutto e la sua volontà di non diventare guerriero né di rimanere con Plisa.

–Non posso cancellare tutti i miei desideri. – le aveva spiegato -Ma il capo del villaggio mi cercherà e se mi troverà qui, dichiarerà guerra a voi. Per questo devo nascondermi e solo quando tutti si dimenticheranno di me, potrò riapparire e occupare una capanna. Noi due, comunque, rimarremo uniti, tu verrai ogni tanto alla grotta dei disegni rossi, dove siamo stati insieme molte volte. Mi dirai cosa succede e io saprò ciò devo fare. Ora torna al tuo giaciglio, prima che si accorgano della tua assenza. –

Uva era rientrata nella sua semplice abitazione e, poco dopo, si erano presentati al villaggio gli spietati emissari della tribù di Kozis.

-Se non consegnerete il fuggitivo, -avevano minacciato – distruggeremo le vostre catapecchie e vi uccideremo. –

Inutilmente, il capo tribù aveva risposto loro che Kozis non era là. Se entro quello stesso giorno, il ribelle non fosse stato riconsegnato, l’indomani i guerrieri sarebbero saliti fin lassù e avrebbero dichiarato loro guerra.

Gli uomini si erano riuniti per discutere, ma non c’era molto da fare se non prepararsi ad affrontare una battaglia non voluta e che sicuramente avrebbero perso. Tutti gli abitanti si affaccendavano, dunque, nei preparativi per la difesa.

Uva, intanto, era scappata alla grotta dove l’attendeva Kozis. Gli aveva raccontato delle minacce dei suoi e che non era importato loro che egli non fosse là. Il padre di Plisa era furibondo per l’offesa ricevuta e così pure il capo tribù. Doveva tornare a casa sua, per salvare quel villaggio sui monti che l’aveva accolto e rispettato come un figlio.

-Non possiamo, – aveva sostenuto Uva piangendo- per soddisfare noi stessi, far soffrire e perdere altre persone. Rinuncia a me, e io rinuncio a te. I nostri villaggi non devono farsi la guerra. La guerra è solo odio che ingigantisce odio e odio e odio, che distrugge persone e cose, né mai potrebbe dare la felicità o risolvere un problema. Rimani con Plisa, che ti è stata destinata, e io prenderò l’uomo che mio padre vorrà darmi. Abbiamo avuto giorni pieni di felicità, finché siamo stati insieme. È già molto. Ricorderemo per sempre i nostri momenti nel bosco, il cielo che spuntava sopra le fronde e gli uccelli che cantavano a squarciagola. Ogni volta che guarderemo il cielo o sentiremo il cinguettare degli uccelli, ricorderemo. E sarà dolce la memoria, perché non avremo prodotto male per gli altri. –

Piangendo anch’egli, quella sera stessa, era tornato sulle rive di quel lago che ora gli sembrava freddo e crudele.

Aveva ripreso il posto nella capanna con Plisa, anche se ogni notte si coricava su un mucchio di paglia lontano da lei. Gli altri uomini, per rispetto del suo defunto padre, non avevano punito quella sua breve insubordinazione ma egli non andava a caccia e men che meno alla guerra. Pescava e si dilettava a costruire vasi in bronzo, in ceramica, a fabbricare asce e attingitoi.

Di nascosto, aveva creato anche un’armilla, cioè un bracciale in bronzo decorato con motivi geometrici, poi uno spillone in bronzo con capocchia di vetro azzurro come il cielo, e ancora delle palline di vetro gialle e brune per formare una collana. Questi oggetti, che non mostrava a nessuno, li aveva seppelliti sotto un grande olmo, nella foresta, e qualche volta andava là, a guardarli. Ormai aveva perso tutto ciò che veramente desiderava e solo si consolava, ogni tanto, fissando lo sguardo al cielo dove vedeva lei, Uva, con quei suoi occhi adoranti che avrebbero davvero potuto renderlo re, un vero re nella sua capanna.

Le stagioni, intanto, si erano succedute. Lo sguardo di Plisa era sempre più triste, ma ella comprendeva la sofferenza di Kozis e per quello rimaneva al suo posto senza lamentarsi.

Gli uomini del villaggio, invece, ormai lo fissavano apertamente con biasimo, e lo ritenevano anche un po’ pazzo. Ma a lui non importava più.

Un brutto giorno, però, un gruppo di uomini, più forte di tutti loro, giunse dalla grande pianura che si stendeva là, dove si coricava il sole, ogni sera. Bruciò le loro capanne e molti guerrieri persero la vita combattendo. Le donne, i bambini, i vecchi, raccolsero allora in fretta le poche cose salvate dal disastro e chiesero a Kozis di condurli a quel villaggio sui monti dove, forse, avrebbero potuto trovare riparo.

Kozis riunì quel gruppo di disperati e i pochi uomini che erano scampati al massacro e li diresse su per la montagna, per quel sentiero battuto che aveva percorso, un tempo, con l’entusiasmo dei sogni e della gioventù.

Ci vollero alcuni giorni per raggiungere la meta, trascinando a tratti chi non ce la faceva e trasportando a spalle chi era ferito.

Infine, furono le amate capanne, in lontananza. Il capo tribù lo accolse con affetto: aveva appreso che la loro salvezza di molte stagioni prima era venuta dal suo sacrificio. Accettò in pace tutti loro e poterono sistemarsi per essere curati e assistiti in varie capanne.

Solo una domanda bruciava negli occhi di Kozis ed egli non poteva farla. Plisa, la sua compagna, era con lui e Uva, sicuramente, sarebbe stata nella dimora dell’uomo a lei assegnato.

Proprio in quel momento, Uva era sbucata dal sentiero del bosco con un cesto di bacche, e alcuni bimbi intorno, bella come una volta. Le sue guance si erano colorite di rosso, e Kozis aveva abbassato gli occhi pieni di lacrime.

Ormai, il piccolo villaggio sul lago non esisteva più, un’altra tribù spadroneggiava su quella terra e i compagni di Kozis decisero, dunque, di diventare montanari e di vivere, almeno per un po’, su quei monti dove avevano trovato ospitalità. Ognuno avrebbe lavorato e Kozis, come una volta lassù, sarebbe stato la loro guida, il sapiente che tanto sapeva fare per rendere la vita umana meno dura e difficile.

Plisa e Uva si occupavano di molte cose insieme: andavano a raccogliere frutti, a prendere l’acqua alla fonte, tessevano, seminavano, essiccavano…

Così erano diventate amiche.

Un giorno Plisa parlò a Uva:

-So che tu sei la donna con la quale Kozis voleva dividere la capanna. Ho giustificato i suoi sentimenti perché anch’io avrei desiderato un altro uomo, che non mi è stato dato. Ma egli è morto in combattimento, e non ha più importanza. Kozis, però, ha mantenuto intatto il suo amore per te, seppure vivesse nella mia stessa capanna. Ha rinunciato alla gioia e al sostegno dei figli che avremmo potuto avere, perché li avrebbe voluti con te. –

Uva singhiozzava disperatamente a sentire quelle parole.

-Anch’io gli sono stata fedele. – aveva risposto poi- Ho convinto mio padre a darmi a un vecchio che era rimasto solo con dei figli ancora piccoli. Egli si è accontentato di aver trovato una madre premurosa per i suoi bambini. Ora anch’egli è morto, e sono sola. Ma non rimpiango nulla. La separazione era necessaria per non provocare tanto male ai nostri due villaggi.

-Ormai questo sacrificio non ha più ragione di essere. Tu e Kozis potete tornare insieme. Nessuno farà più la guerra per questo.

-Il tempo è passato, sono successe tante cose. E poi, tu che faresti?

-Kozis non è mai stato veramente il mio compagno, non ne soffrirò. Parlane con il capo tribù, egli, che è molto saggio, risolverà la questione. –

Le due donne avevano discusso ancora a lungo, infine, Uva si era convinta e aveva confidato tutto al capo. Ed egli aveva disposto ogni cosa.

Qualche sera dopo, Plisa non era rientrata alla capanna di Kozis. Al suo posto, si era presentata Uva. La notte era stata lunga di spiegazioni, ricordi, confessioni… Infine, Kozis aveva tirato fuori dai suoi arnesi, un piccolo involto con una collana di perle di vetro, un’armilla e uno spillone per raccogliere i capelli e li aveva donati alla donna per la quale li aveva costruiti. Ed ella l’aveva guardato con l’aria adorante di un tempo. Ormai non sarebbe stato più necessario ricercarne l’immagine nel cielo azzurro sopra i monti, ella era lì, accanto a lui, per sempre.

Intanto, Plisa si era sistemata nella capanna del capo tribù la cui donna era morta, purtroppo, molte stagioni prima, durante il parto del suo primo bambino. L’uomo aveva voluto Plisa perché ne aveva saputo apprezzare la pazienza e la generosità, oltre alla bellezza e all’abilità nel lavoro. Ed ella, per la prima volta, nella sua vita, si era sentita davvero felice, per sé e per gli altri.

 

I secoli sarebbero passati, dalle generazioni dei figli di Uva, di Plisa e di molte altre donne, la civiltà di Golasecca del V secolo a.C., nella zona del lago di Como, si sarebbe trasformata fino ad arrivare ai giorni nostri.

Le anime di Kozis, Uva e Plisa, che vagano ancora su quel lago possono insegnare molto all’uomo dei nostri tempi.

 

 

 

 

Renata Rusca Zargar è autrice del libro “I numeri del destino e dell’amore”

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Chi è Renata Rusca Zargar

Savonese, impegnata in ambito sociale, studiosa di cultura islamica e indiana, insegnante in quiescenza, ha pubblicato diversi saggi e romanzi anche con il marito Zahoor Ahmad Zargar.

Tra gli ultimi nati c’è una raccolta di lavori delle signore anziane che hanno seguito i suoi corsi gratuiti di Lettura e Scrittura Creativa: “Leggere e scrivere …per divertimento, raccolta di racconti, poesie, disegni, calligrammi dei Corsi di Lettura e Scrittura Creativa”, pubblicato da Amazon.

Si occupa della Biblioteca di volontariato Libromondo e, prima del Covid, portava i libri in prestito nelle Scuole. Cura un blog di cultura, ecologia e società Senzafine: Arte, Cultura e Società di Renata Rusca Zargar  link

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