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Raccontami una storia: “E come vuoi che stia?”

E COME VUOI CHE STIA?

di Grazia Sobrino

Come vuoi che stia?

Come posso sentirmi?

Oggi sono sei mesi che è morta mia madre e non mi sono ancora raccontata tutto quello che ho provato; non ho ancora chiamato le cose con il loro nome per poterle riconoscere.

Ho paura delle sue ultime ore, dell’agonia, dell’incespicare del suo respiro.

Ho avuto paura e ho tutt’ora paura che abbia sofferto e nessuno mai potrà rassicurarmi del contrario.

Bisogna avere l’onestà di questa paura perché è quella che alla fine ci fa restare ancorati alla vita, disperatamente.

Non è solo l’incognita del dopo.

E’ paura del dolore: osservare questo estremo rifiuto che ha il nostro corpo di cedere le proprie funzioni vitali. Un rifiuto che si mischia al desiderio di arrendersi e di trovare una forma di risarcimento alla fatica.

I giorni della vera sofferenza forse sono stati pochi, seppur dilatati ed eterni: anche le ore che hanno preceduto la fine sono state numericamente poche ma con un peso specifico importante.

Si tratta di un tempo astratto: il custode della mia coscienza narra che io fossi presente e che quelle ore io le abbia vissute, che le abbia raccontate e che tutt’ora le racconti.

Una parte di me si è assentata mentre succedeva, mi sono mandata via: come la bambina che viene spedita dai nonni se in famiglia ci sono problemi.

Ci sono state ansie, gesti, voci, mani, abbracci, lacrime e disperazione, cose da dire e fare ma nella mia testa vivevo uno stato di alterazione.

La morte di mio padre a 25 anni da compiere, quella di mia madre a 56, da compiere.

Sempre in estate, nella stessa casa, nella stessa stanza. Solo il letto era girato in direzione opposta.

La morte è la più grande forma di abbandono, quella in cui ti viene impedito di esprimere la rabbia che provi contro chi ti ha abbandonato perché non hai un nemico da odiare e di cui vendicarti.

Incontrare la morte così da vicino deve avermi cambiata.

Forse ho cominciato a dialogare con lei, a prenderne confidenza per capire che fa parte della vita molto più di quanto ci abbiano insegnato. Sino a comprendere che sono la stessa cosa.

E comunque non alberga tra i miti o le teorie. La morte è una condizione dell’anima, un ciclo che giunge al termine, la fine di un’epoca, di un progetto, di una relazione.

Il giorno stesso nasce e muore continuamente.

Ma sono ancora qui che faccio i conti con quel tempo astratto in cui c’ero e non c’ero; sono ancora qui e cerco di rivivere il passato così com’è trascorso, senza fare sconti.

Ora mi chiedi come sto, credo tu lo chieda per gentilezza: è una domanda di rito.

Alla gran parte interessa ben poco conoscere la risposta, forse desiderano solo espletare un compito ed essere rassicurati.

Di questi tempi va di moda scivolare, pattinare via veloci senza approfondire troppo.

Comunque ancora non lo so, come sto.

Me lo sto raccontando come faccio da sempre.

Quello che so è che adesso mi tocca svuotare questa casa, ora che anche lei se n’è andata.

Mi tocca aprire cassetti chiusi da vent’anni.

E questo dover operare una selezione tra documenti, lettere, spartiti, opuscoli e fotografie è una piccola tortura.

Come sciogliersi lentamente in un acido al miele, farsi pungere da mille spilli in un rito vudù.

 

Ero giovane, brillante, spiritosa.

Facevo molte cose, piena di energie, ero curiosa di tutto e ci speravo.

Di poter scrivere, studiare, cantare, viaggiare, leggere, imparare e incontrare l’amore.

Di infilarmi come un tassello nel mosaico.

Ora sono qui, nella luce crepuscolare di febbraio, ad aprire buste, scuotere agende e trovare lettere che strappano i punti di una cicatrice.

Qui a leggere Il testo di “Amazing Grace” per rivivere la prima volta con il coro.

Qui a ricordare la festa di “Cuore”, i compagni di università, i tempi della politica.

A farmi pugnalare a tradimento, ripensando a persone che ho perso di vista per sempre o nelle quali oggi, se le incontrassi, non mi riconoscerei.

Poi ritrovo gli anni della scuola di scrittura e il ricordo acquista dei contorni definiti: rivedo il lungo lavoro sulla creatività, gli esercizi di stile, la danza ad occhi chiusi e la scrittura d’impulso, quella del foglio bianco dove potevi ripetere la stessa parola all’infinito fino a rompere gli argini del grande giudice interiore.

Ma è quando scorgo i visi dei miei compagni fare capolino dalle foto, che vengo sopraffatta dalla tristezza.

Quella domenica a Chiavari, vento d’inverno e aria di mare, la minestra ligure a casa della compagna del maestro, l’insalata indimenticabile di Marica piena di petali di fiori, le tante domeniche trascorse insieme, i nostri compiti da condividere. La disciplina della scrittura come salvagente dell’anima.

 

Quindi non posso definirmi spensierata, se proprio vuoi saperlo, mi delude ritrovarmi invecchiata, troppo spesso il mio scheletro si inceppa e non lo padroneggio come vorrei; mi succede di non riconoscere la mia immagine specchiata in una vetrina e soffro per lo sdoppiamento tra una vivacità quasi infantile con cui continuo a guardare gli esseri umani e la vita e il naturale decadimento del mio aspetto.

So che molte delle cose che ho vissuto sono andate per sempre.

 

Ma so che ho due gambe e due braccia, un forte senso dell’ironia, uno spirito dissacrante, la vecchia solita curiosità, una mente allenata a pensare, un compagno di vita, un lavoro, una famiglia e una casa in cui vivere.

E sono, voglio, devo essere grata.

Devo trasformare questa tristezza, che mi grava sul petto come un peso, in riconoscenza.

Molte sono le possibilità che mi sono state offerte e alcune le ho saputo cogliere; molto di ciò che ho vissuto e gran parte delle persone incontrate mi hanno arricchito.

 

I miei genitori hanno completato il loro ciclo, la casa si svuoterà e non mi affaccerò più dal balcone del settimo piano su questo quartiere popolare che ha fatto da scenario a gran parte della mia vita.

Una sera consegneremo le chiavi ad un nuovo proprietario, abbasseremo le serrande per l’ultima volta, spegneremo le luci e chiuderemo la porta e questa casa non ci apparterrà più.

 

È giusto così, anche questo bilancio andava fatto e queste carte accumulate andavano smaltite: mi hanno ricondotto indietro nel tempo ma ciò che conta è soprattutto quello che sono diventata.

Tutto quello che andava custodito resterà dentro di me.

 

Celebrerò la vita piantando nuovi fiori nei vasi con l’arrivo della primavera.

 

 

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