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Raccontami una storia: “Abbracciami, ti prego”

ABBRACCIAMI, TI PREGO

di Stefano Giraldi Ceneda

In quella notte temperata di autunno, Viola tremava tra le coperte.

Non aveva la forza di alzarsi dal letto o di chiudere la finestra spalancata sulla riva del lago, lussureggiante di olmi.

Né voleva che fosse il suo uomo ad abbandonare il tepore della loro alcova, culla di ovatta dove giacevano insieme dopo mesi di distanza.

Percorsa a tratti da brividi fugaci, si rannicchiò in posizione fetale, voltandosi dalla parte di Marco.

Si intenerì nel guardarlo riposare: i capelli arruffati, il diaframma armonico che regolava il battito, il viso immune dai conflitti della quotidianità.

I riverberi lacustri, accecati di luna piena, ne svelavano il profilo dalla fronte alta, dal naso francese, dalle guance piene.

Era un miracolo che la loro discussione fosse terminata con un abbraccio pentito e che i due fidanzati si fossero riappacificati esausti, stringendosi l’uno all’altra in quella camera d’albergo proiettata sull’amenità del paesaggio.

Marco sollevò le palpebre con una contrazione indispettita del viso, mentre Viola, con occhi luminosi e incantati, ne seguiva la linea sinuosa che il corpo disegnava dal mento fino all’addome scolpito.

“Che cosa succede?” domandò lui. Sulle sue fattezze, stemperate dai conforti della notte, per il tempo di un lampo baluginarono quelle sfumature infantili che, da quando l’innocenza era svanita, rappresentavano una preziosa rarità.

“Niente, ti guardavo” disse Viola sorridendogli materna: luminosità e incanto avevano toccato l’apice. “Scusa se ti ho disturbato.”

“No, non è… non c’entri niente tu. Che ore sono?”

“Le quattro, forse, o le cinque. Che importanza ha?”

“Perché non dormi?”

“Perché sono troppo felice.”

“Cosa?”

“È strano, ma alle volte la felicità ti toglie il sonno. Quando è tanta, non troppa, pensi che non valga la pena dormire e perdersi il piacere della bellezza a occhi aperti.”

Marco la ascoltava, attratto e insieme confuso dalle parole che ascoltava con la mente appannata del dormiveglia.

“Non è meraviglioso che siamo ancora qui, vicini, a condividere uno spazio nostro, a respirare la stessa aria, a guardarci senza astio?”

“Certo” approvò Marco. Le sue fattezze avevano restituito al retaggio del passato e all’appannaggio del sonno ogni fragilità.

“Mi abbracci?” Viola aveva la voce tenera e supplichevole. Un nuovo brivido le rammentò che la finestra era spalancata e i colpi di vento presso il lago scuotevano gli angoli della camera.

“Sai, sto tremando.”

“Vieni qui.”

Nel proprio petto, Marco ne accolse la testa tiepida, di ciuffi ribelli e ciocche ondulate; poi, con braccia vigorose, la cinse alle spalle, proteggendola con dense premure.

“Ora va meglio?”

“Sì. Ancora, accarezzami ancora, ti prego.”

Marco la accontentò. Il silenzio assorbiva la stanza e Viola dimenticò i brividi, l’insonnia, la

valigia da preparare l’indomani, il rientro in città. Tutto nasceva, cresceva e moriva in quell’abbraccio forte e accessibile, in quelle mani tenaci e soffici, in quella necessità di tacitare ogni parola spendibile per chiarire definitivamente la discussione che solo poche ore prima li aveva spinti sul baratro di una spaccatura insanabile.

Allentando la sistematicità dei suoi gesti, Marco infranse l’aura magica di quel silenzio poroso.

“Vado a chiudere la finestra.”

“No, aspetta, non importa.”

“È solo un attimo. Torno subito qui.”

“Ti prego, resta. Non tremo più accanto a te.”

“Solo un attimo.”

“Ti prego, ti prego, ti prego.”

Viola non lo sentì staccarsi dal materasso né sgusciare oltre la sponda per raggiungere a piedi nudi gli infissi; ma l’assenza dell’abbraccio e delle carezze le ingiunse il supplizio del freddo. Un freddo che ora flagellava la pelle, addentrandosi nella carne e affondando fino alle ossa.

Un freddo che travalicava il confine, talvolta labile e impreciso, della fisicità.

Viola fu colta da un soprassalto di agitazione: il cuore martellava, la bocca reclamava ossigeno.

“Ti prego, ti prego, ti prego…”

Era attanagliata dalla paura; ma le bastò poco per acquisire la consapevolezza di quanto fosse inadeguato quello stato d’animo.

Non c’era una ragione fondata per esserne sopraffatta.

Tornò a distendersi sotto quelle coperte che, durante le intemperanze del sonno, le avevano lasciato scoperte le gambe.

Posò la testa sui cuscini e si spostò verso l’altra metà del letto matrimoniale.

Iniziò a stringere interamente a sé il suo uomo, a sfiorarne le forme monodimensionali.

Lacrime roventi colavano a profusione lambendo le labbra di Viola: con schietta e lucida brutalità, le dimostravano che il freddo non derivava dalle persiane o dagli scuretti proiettati sul lago né dai colpi di vento. Fuori non c’erano né acque placide né lune piene, mentre tra le pareti della stanza non c’erano né il chiarore dei riverberi né le carezze protettive di Marco.

Di là dalla finestra, sporadici pini marittimi punteggiavano di verde la macchia di cemento di un quartiere popoloso.

Di qua dalla finestra, Viola, soffocata dal pianto, si aggrappava a quell’uomo che, attraverso un vetro di quindici centimetri per dieci, sorrideva di plastica.

Non lo vedeva né lo sentiva dalla conclusione anticipata della loro vacanza potenzialmente riparatrice.

Varcato il punto di non ritorno di una discussione furibonda, goccia estrema di un vaso già stracolmo, il penultimo giorno di quella pace armata in riva al lago, Marco aveva stipato in fretta i suoi effetti personali e aveva abbandonato l’albergo. Tra gli olmi e le barche aveva gettato la chiave di una storia lunga cinque anni.

Viola, adesso, nel solitario abbandono del suo bilocale metropolitano, devastata dalla disperazione, ne artigliava la foto, rubata alla serenità di un tempo anteriore, non sospetto.

Era straziante assaggiare quel sorriso, irrimediabilmente e definitivamente atono, sconnesso non soltanto dal momento storico in cui esisteva, ma anche da quello, successivo, in cui avrebbe potuto essere recuperato e riabilitato.

Per mezzo di quel vivido sogno autunnale, Viola prese coscienza di essere condannata a macerarsi nell’inevitabile rimpianto di non aver fermato il suo amore quando, sulla soglia di una camera d’albergo, l’aveva guardata con occhi commossi e pietosi, come se, in quello sprazzo di tregua, attendesse da lei uno slancio che denunciasse un coinvolgimento emotivo; come se attendesse una corsa impulsiva dal letto alla porta; come se attendesse che i denti serrati e l’orgoglio arretrassero per permettere a una voce tenera e supplichevole di sussurrare ancora una volta “Abbracciami, ti prego”.

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