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“Perla rara”: un racconto di Giovanni Renella

Perla rara

Un racconto di Giovanni Renella

Tratto dal libro “Don Terzino e altri racconti”

Graus Edizioni 2017

Erano trascorsi solo pochi mesi da quando aveva lasciato il Sudan, eppure in quella stanza illuminata dai neon le sembravano un’eternità.

I suoi genitori avevano investito i risparmi di una vita per pagare, a quell’unica figlia, quel viaggio verso l’Italia e una vita migliore.

Aveva imparato così bene l’italiano, lavorando come volontaria in una missione salesiana e applicandosi nell’assimilazione di quella lingua, da essere sicura di riuscire a trovare facilmente un lavoro in quel paese di cui tanto aveva letto e sentito parlare.

Era partita con in tasca l’indirizzo di una famiglia che era in contatto con la missione e che l’avrebbe accolta in casa come cameriera: per cominciare andava più che bene.

E ai vent’anni di Farida questo bastava e avanzava per spingerla ad andare tanto lontano dalla sua casa, anche se le dispiaceva da morire doversi staccare dai suoi genitori.

I primi tempi furono un susseguirsi di scoperte e novità che le facevano sentire leggero anche il non poco lavoro che era chiamata a svolgere dalla mattina alla sera.

Le luci e le vetrine dei negozi del centro, ove si recava nei due pomeriggi in cui era libera dai lavori di casa, i vestiti eleganti delle signore che facevano shopping e quella sensazione di benessere diffuso, di cui si sentiva in qualche modo partecipe, la inebriavano fin quasi al punto di stordirla.

Farida era bella e al proprietario di quel negozio d’abbigliamento non era sfuggita quella ragazza dalla pelle ambrata, che spesso si fermava a fissare le sue vetrine.

Attaccare discorso, per l’esperto commerciante, non fu difficile.

E l’apprendere dal libraio arabo all’angolo della strada che nella sua lingua Farida vuol dire “perla rara” gli fornì un’occasione insperata per fare sfoggio di sé ed esercitare sulla ragazza la sottile arte della lusinga e della seduzione: una tecnica sapientemente affinata nella vendita di abiti d’alta moda a signore ricche e inquiete cui aveva saputo offrire anche altro.

Con Farida, però, era stato diverso.

La bellezza della giovane lo aveva spinto a prendere senza dare, con violenza e senza alcun riguardo per l’innocenza di quella ragazza che aveva la metà dei suoi anni.

Era accaduto tutto all’improvviso, nel deposito del negozio, una sera d’estate dopo l’orario di chiusura.

Farida non avrebbe mai potuto immaginare, neanche nel suo peggiore incubo, che quell’uomo dai modi così gentili potesse trasformarsi in un simile bruto.

Quando ebbe finito, ormai appagato e incurante dello strazio compiuto, le mise un po’ di soldi nella borsa e la fece uscire dalla porta sul retro.

Farida si ritrovò a vagare senza meta in quelle strade piene di luci e vetrine invitanti, fino a ieri così familiari e che ora le apparivano estranee ed ostili.

Era ormai l’alba quando, in lacrime, salì le scale del commissariato di zona.

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