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“Nostalgia canaglia”

“Nostalgia canaglia” è il primo articolo della nuova rubrica di zoomma ” Dorothy a spasso. Fantasticherie in libertà” curata da Elena D’Amelio.

“Aprile, tempo di pulizie di primavera. In realtà mi sono messa a sistemare i cassetti perché non trovo più la carta d’identità. Mentre rovisto e smisto le cose da buttare da quelle da tenere, mi capita tra le mani la metrocard, cioè la tessera che si usa per prendere la metropolitana a New York. Come le madeleine proustiane e con effetto altrettanto dirompente, mi ritrovo catapultata nella frenesia di una città che è parte di me, anche se non la vedo da più di 5 anni. Risento gli odori intensi e globali, gli sbuffi di fumo, il rumore dello sferragliare delle carrozze. Rivedo persino gli onnipresenti ratti che infestano i cunicoli. E mi rivedo, avvolta in un lungo cappotto per difendermi dal freddo, alle 6 di mattina, con in mano il cilindro di cartone pieno di caffè bollente del deli all’angolo, mentre aspetto la B per andare al lavoro, in un percorso che mi vede cambiare due linee e impiegare circa un’ora e mezzo per raggiungere la Fordham University.

Jens fra poco porterà Luca al nido nel quartiere a Brooklyn dove viviamo, io lo passerò a prendere alla fine della giornata lavorativa, verso le 6 di sera. Quello che ricordo di New York non è glamour, non è la 5th Avenue né lo shopping. È vita vera. La fatica ma anche la gioia di stare in un luogo in cui sono me stessa, in cui ho costruito la mia famiglia, in cui sono diventata grande, sia personalmente che professionalmente. Nostalgia, nostalgia canaglia, dicevano i saggi Al Bano e Romina.

Credo di aver avuto nostalgia di New York anche prima di andare finalmente a viverci, grazie al soft power statunitense fatto di film, serie TV e romanzi ambientati nella Grande Mela. Da Manhattan di Woody Allen al romantico New York, New York con Liza Minelli e Robert de Niro, dall’impegno di Fa’ la cosa giusta di Spike Lee alla superficialità divertente della serie Sex and the City, New York fa parte ormai di un immaginario globale condiviso. Prima di questa pandemia, avevamo in programma un ritorno nella capitale culturale degli Stati Uniti, sapendo che tornarci da turisti non sarebbe stata la stessa cosa, ma volendo comunque rivederla e rivedere gli amici che ancora vivono là. Ora dovremo aspettare ancora un po’. Non so cosa succederà, quando rivedrò New York. Non ho più una casa, non abito più là. Sarà diverso. Mi farà strano stare in un hotel, nella città che ho chiamato casa per sette anni. Forse qualche amico o amica potrà ospitarci, in modo da non sentirci troppo turisti, dopotutto.

A proposito, qualche giorno fa ho rivisto su Zoom, dopo più di 10 anni, alcuni amici e amiche che avevo conosciuto nel campus di Stony Brook, dove è cominciata la mia avventura americana. Rafael è brasiliano e ora vive in Illinois, dopo aver girato mezza America tra postdoc e incarichi vari di insegnamento. Fikri è un genio della genetica da Cipro, che lavora a Stanford ma anela a tornare in Europa. Angard viene dall’India, lavora in un laboratorio a New York. Joana è europea e come me è tornata a vivere nel suo Paese, il Portogallo. Qualcuno ha messo su famiglia, qualcuno ha preso un cane. Ma come abbiamo scoperto parlando insieme, tutti noi condividiamo una cosa che ci ha attirato gli uni agli altri come una calamita: siamo drifters nell’anima, vagabondi senza fissa dimora, tanti Ulisse in viaggio, scrutando l’orizzonte per ritrovare un’Itaca che in fondo sappiamo non esistere. Perché l’Heimat, la nostra casa, non è per noi un luogo fisico, bensì è radicata nelle persone che con noi hanno condiviso un pezzo di vita e alle quale ci legano affinità che vanno oltre la provenienza geografica.

There’s no place like home, dice Dorothy, se casa sono i legami indissolubili con le persone che amiamo. Allora, cos’è la nostalgia? Svetlana Boym, che ha scritto un libro dal titolo bellissimo, The future of nostalgia (Il futuro della nostalgia), afferma che quel sentimento che prende il nome da νόστος, ritorno, e άλγος, dolore, non è solo il desiderio struggente di un tempo perduto, ma anche degli amici che lo abitavano con te, prima di essere di nuovo dispersi in ogni parte del mondo.

Maria Elena D’Amelio

Bio

Laureata in Lettere Moderne (anche se volevo fare Lettere Classiche). Due dottorati, uno in Storia del cinema, uno in Cultural Studies, insegno all’Università. Ho vissuto a Milano, Parigi, New York, città che compongono la triade del mio cuore. Tornata al luogo natio, passo il tempo a scrivere e pianifico nuove fughe, soprattutto verso il mare.

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