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“Il destino nella sabbia” di Renata Rusca Zargar

Il destino nella sabbia

di Renata Rusca Zargar

CILNIA POTETIO

Il destino nella sabbia

(racconto ucronico, che sostituisce, cioè fatti immaginari a un determinato evento storico)

Illustrazione di Zarina Zargar

Mahākāla1 se ne stava sdraiato, osservando un enorme mandala2 di sabbia nel quale erano raffigurati tutti i tempi e tutti i paesi abitati dagli Esseri Umani. Il suo sguardo aveva vagato indifferente qua e là, fino a quando la sua attenzione era stata attratta da lei.

-Domani partiremo per andare qualche giorno nella nostra villa in campagna. È il tempo del raccolto dell’uva e dobbiamo sorvegliare che tutto vada per il meglio. – stava spiegando Ottavia Potetio alla figlia Cilnia Potetio, detta Maior3.

La fanciulla, però, non amava lasciare la città. A Pompei poteva incontrare le sue amiche e magari andare in qualche thermopolia4, dove le capaci dolia contenenti il vino (proibito per le donne!) attiravano la loro curiosità. Qualche volta, riuscivano persino a farsene mescere un bicchiere, sedendosi in una sala interna e allungando all’oste alcune monete d’argento. In campagna, invece, non avrebbe visto se non schiavi e liberti!

-Non potrebbe andare mio padre? – aveva obiettato.

-Sai che tuo padre, in questo momento, è molto impegnato per le elezioni dei duoviri5, quindi, andremo noi. Greca ti aiuterà a preparare le tue cose. Poi, quando torneremo in città, ci occuperemo del tuo matrimonio.

-Chi sarà il mio sposo?

-Ancora non lo so, ma tuo padre sta preparando qualcosa di grosso! Sicuramente, un giovane di una famiglia di importanza pari alla nostra, con un discreto patrimonio. Sarai ricca e felice, entrerai in un’ottima gens6, vedrai. –

Il Dio Mahākāla provava una forte attrazione per Maior. Non solo per la bellezza: in lei sentiva la sua parte mancante.

La terra, a Pompei, in quei giorni, tremava più del solito: scosse e rumori facevano presagire che ci sarebbe stato un forte terremoto.

Mahākāla sapeva, però, addirittura, che presto il Vesuvio avrebbe eruttato, seppellendo diverse città. Maior sarebbe rimasta sotto la lava per secoli.

Dunque, non poteva rimanere insensibile. Sarebbe sceso sulla Terra.

Il giorno dopo, Ottavia e la figlia, in compagnia di Greca, una delle schiave addette al loro servizio personale, erano partite per la villa rustica7 a qualche miliarium8 da Pompei. Si trattava, infatti, di una fattoria con molto terreno intorno dove era facile trascorrere piacevolmente il tempo libero, leggendo letteratura, arte, filosofia, e riposando.

Maior aveva avuto l’educazione delle ragazze di buona famiglia, cioè sapeva leggere e scrivere. Inoltre, un precettore le aveva insegnato i rudimenti della letteratura latina e greca e alcuni elementi di retorica e di diritto. Ma, alla sua età, sedici anni, non aveva certo voglia di rintanarsi in campagna per leggere! Amava frequentare l’anfiteatro, la palestra, le vie cittadine…

Ed era anche curiosa di sapere chi sarebbe stato il suo sposo: bello, alto, giovane, dalle spalle possenti, amante della vita mondana… Così sperava che fosse.

Infine, eccola, in fondo alla strada, l’imponente abitazione fatta costruire dal nonno Lucius. Nel cortile, ad attenderle, c’era già uno schiavo.

Ella non l’aveva mai visto, doveva essere uno nuovo. Comunque, la questione non le interessava granché. Si sarebbe chiusa nella sua stanza a pensare al futuro matrimonio, mentre la mamma si sarebbe occupata di tutto.

-Allora, come va, Sabatius9? Mi hanno detto che sei appena arrivato tra di noi. – stava chiedendo la mamma allo schiavo, un giovane alto, bruno, dal torace poderoso.

-Molto bene, padrona. Sono contento di essere stato comprato dal vostro fattore! Mi occuperò di tutto quanto sia necessario per voi. – aveva risposto l’uomo.

-Ottimo. Farò sistemare la roba nelle mie stanze e poi verrò a vedere i campi e gli allevamenti degli animali.

-Padrona, vi attenderò e vi accompagnerò dove vorrete andare. Intanto, porterò il vostro cavallo nella stalla e aiuterò il servo di casa a scaricare i bagagli. –

Mentre le due donne entravano al fresco, Sabatius sistemava il carro, metteva i vari bagagli nelle stanze delle signore e tornava fuori. Greca, intanto, disfaceva i bagagli e la governante della villa, Rosa, offriva alle padrone acqua di fonte e pane insieme a latte e formaggio delle mucche della fattoria.

Rinfrescata e rifocillata, Ottavia aveva voluto subito andare nei campi, Maior si era invece ritirata nel suo cubiculum10.

Da quel momento, le ore avevano iniziato a scorrere lunghe per Maior che non sapeva cosa fare.

Il giorno dopo, Ottavia era uscita la mattina presto ed era tornata a casa solo la sera.

– Ci sono filari e filari di viti carichi di grappoli succosi. Poi, avremo anche la raccolta delle olive e la vendita degli animali di allevamento. – aveva raccontato alla figlia, con entusiasmo, mentre, insieme, consumavano la cena sul letto triclinare11. Erano state servite uova e verdure, pesce e frutta fresca di ottima qualità.

-Perché non vieni anche tu a vedere? Un giorno, tutto questo sarà tuo.

-Sai che non mi interessa. È già abbastanza quello che c’è qui intorno. E, poi, un domani, sarà il fattore a occuparsi di tutto, non certo io! –

Maior piluccava qua e là svogliatamente. Cercava solo di capire quanto a lungo sarebbero rimaste in un luogo tanto tedioso.

La maggior parte del tempo, dunque, Ottavia lo trascorreva tra gli schiavi a controllare i lavori, contare le ceste d’uva, avviarle al torcularium12 e alle dolia13. Bisognava spremere e far fermentare le uve, infine immagazzinare i cullei14 e le anfore con i vini da invecchiamento e spedire quelle già ordinate dagli acquirenti.

Maior, invece, sedeva qualche ora in biblioteca, dove i rotoli dei volumina15 erano ordinati negli scaffali sotto le loro copertine di pergamena colorata. Guardava un po’ annoiata le pareti decorate con pannelli e scorci architettonici di colore rosso (allora molto di moda), bianco e oro, nel cui centro spiccavano quadretti con raffigurate le stagioni e i vari momenti del lavoro agricolo, quindi, usciva in giardino tra le piccole sculture che fungevano da fontane. Oppure, si avventurava nell’orto a dare un’occhiata a innumerevoli tipi di verdure o, ancora, si allungava sotto il portico, all’ombra, a rimuginare i suoi pensieri.

Era già passata una settimana e la mamma non dava segno di essersi stancata del suo ruolo di capo della fattoria. Né aveva stabilito la data del ritorno in città.

Una mattina, più infastidita e tediata che mai, Maior era capitata nella stalla dei maiali. Che puzza! Che immonde creature popolavano la terra! Nel semibuio aveva, però, distinto la figura di Sabatius, lo schiavo. Per un attimo, solo per un attimo, i loro occhi si erano incrociati. Quelli di lui erano di un marrone dolce, profondo, con le pagliuzze dorate.

Sabatius aveva subito abbassato lo sguardo.

-Padrona, non è posto per te, questo.

-Hai ragione, ma mi annoio. Vorrei essere in città, non riesco a trovare qui qualcosa che mi attiri.

-So, padrona, che in biblioteca ci sono volumi di poesia di Catullo, Alcmane, oppure l’Eneide di Virgilio. Forse, potrebbero aiutarti a passare il tempo. Conosci la storia di Enea e Didone?

-Sì, me l’ha raccontata il mio precettore.

-Ebbene, rileggila. Dicono che dia sempre una grande emozione.

-Lo farò. –

Sabatius era uscito dalla stalla dirigendosi verso altre occupazioni e Maior era tornata sotto il grande portico. Non riusciva a cancellare dai suoi occhi l’immagine di quel corpo forte e muscoloso, dalla pelle ambrata e lucida che sembrava di bronzo.

Perché? Era solo un misero schiavo e lei presto sarebbe stata una materfamilias16 della buona società.

Dopo un po’, però, si era recata in biblioteca e aveva cercato i libri che egli le aveva consigliato. Fino a tarda sera, allora, si era immedesimata nello struggimento di Didone. Il suo amore, eterno, irrinunciabile, le era entrato nello spirito, forse, per la prima volta.

La mattina dopo, era tornata alla stalla dei maiali: avrebbe voluto parlare con Sabatius di quanto aveva letto, ma egli non c’era. Si era messa allora a cercarlo dappertutto; era andata persino nel quartiere servile della casa, suscitando una certa curiosità tra schiavi e liberti, ma non l’aveva trovato da nessuna parte.

La sera, Sabatius era rientrato alla fattoria con la mamma: durante il giorno, infatti, erano andati a visitare i vigneti più lontani della proprietà. Scorgendolo, un moto di gioia l’aveva colpita. Era bello e gentile.

Così, quando tutti dormivano, era scesa silenziosamente nel giardino. Si guardava intorno, ma vedeva solo piante e alberi che si scuotevano piano, come in una danza, spinti da una brezza leggera. La luna si stava nascondendo dietro riccioli di nubi. Non c’era nessuno lì fuori, era sola.

-Padrona, non riesci a dormire? – chiedeva una voce, la sua voce.

-È così. Volevo parlare con qualcuno…

-Qualcuno chi?

-Con te. Vieni, allontaniamoci un po’, così nessuno potrà vederci.

-Padrona, è pericoloso, io sono uno schiavo.

-Vieni, non ho paura di te. –

Maior l’aveva preso per mano e, insieme, si erano avviati nel bosco.

La luna era tornata e, in fondo, non c’era molto da dire, se non guardarsi negli occhi e accarezzarsi le mani. Sarebbe stato bello camminare così, verso l’infinito. Ma quel tempo non era ancora venuto.

-Ho letto e riletto la storia di Enea e Didone. Lei lo amava davvero e lui l’ha abbandonata!

-L’amore è tutto quanto ci dà vita. Eppure, ci sono periodi, nella storia del mondo, in cui bisogna lasciarsi per ritrovarsi, poi, più forti di prima.

-Non ti capisco, ma non ha importanza. Vieni più vicino, ho freddo. – Sabatius l’aveva stretta tra le sue braccia.

-Padrona, torniamo, devi rientrare. –

Sentire la sua vicinanza era un’emozione meravigliosa. Chissà, si chiedeva Maior, se un domani con il suo sposo avrebbe provato lo stesso!

La notte, poi, l’aveva sognato: egli la chiamava, vedeva il suo volto abbronzato che fissava lo sguardo su di lei, sì, il suo Enea, finalmente, guardava solo lei, senza mai abbassare gli occhi. Né l’avrebbe mai abbandonata.

Il giorno dopo, però, Sabatius non s’era fatto vedere in giro, e quello successivo neppure.

Maior era sommersa di nuovo dalla noia di essere là, fuori dal suo mondo. E soprattutto dal disappunto di non vedere lui e che egli non facesse nulla per incontrarla. Dunque, egli non provava niente per lei. I suoi occhi, che sembravano penetrarla, erano falsi e bugiardi, proprio come quelli di Enea!

“Devo andare almeno un giorno a Pompei.” aveva pensato, allora, spazientita e indignata. “Così mi svagherò un po’. Pompei non è lontana, se parto di buon mattino arriverò prima di mezzogiorno, starò un po’ con le mie amiche, poi tornerò qui, nessuno si accorgerà di nulla.”

La mattina presto, quando Ottavia si era alzata, Maior le aveva detto di non sentirsi troppo bene e di voler rimanere a letto. La madre, ancora impegnata nel seguire i lavori agricoli, l’aveva salutata e raccomandata a Greca, che l’assistesse, perché ella non sarebbe tornata che a sera.

Ma non appena era andata via, Maior aveva licenziato Greca, dicendole che desiderava dormire tutto il giorno e che non voleva essere disturbata.

Indi, si era vestita accuratamente con una stola rossa stretta da un’elegante cintura in vita, aveva indossato i suoi anelli, bracciali, orecchini e pure gli anelli alle caviglie. Era stanca di stare in villa mentre tutti si divertivano in città! Se fosse andata di buon passo, avrebbe raggiunto Pompei in un paio d’ore. Avrebbe fatto una capatina da qualche sua amica e sarebbe tornata in tempo per il rientro della madre.

Di buona lena, aveva imboccato la direzione della strada dalla quale era giunta in campagna, tenendosi, però, nei prati, per non farsi scorgere dalla casa. Superato il pericolo, si era avviata sul sentiero. Per un po’, aveva camminato speditamente, poi le era venuta sete, ma non si vedeva nessuna fonte nei dintorni. Tutto le sembrava disabitato, polveroso, e il sole era già alto nel cielo. Che avesse sbagliato strada? Di Pompei non si scorgeva neppure la periferia. Forse, continuando ancora un po’, forse, dietro quella curva, si sarebbero intraviste le prime case.

Niente. Dopo una curva, ce n’era un’altra e quindi un’altra ancora. I piedi le doloravano, i suoi calcei17 non erano certo adatti per camminare in campagna! Perché, poi, non si era portata un po’ d’acqua da bere? Come poteva essere stata così sprovveduta? Intanto, le era venuto in mente che qualcuno le avesse parlato di animali feroci che si trovavano fuori delle città: i lupi, forse, o gli orsi, i serpenti… Si era seduta all’ombra di un albero e si guardava attorno circospetta. Che fare? Ormai doveva tornare indietro, ma era già così stanca! E se l’avesse attaccata qualche animale? Le lacrime iniziavano a pizzicarle gli occhi e vedeva tutto annebbiato, quando aveva sentito un fruscio, un movimento tra le foglie… Ecco, l’animale era giunto, l’avrebbe forse divorata. Aveva nascosto il capo tra le braccia per non vedere la sua stessa fine, mentre ormai le lacrime uscivano copiose dai suoi occhi.

-Padrona, Maior Cilnia, ti sei allontanata troppo dalla villa. Ci sono tanti pericoli nella campagna. –

Maior aveva alzato gli occhi e tra le lacrime aveva scorto Sabatius. Meno male! Si era subito ripresa.

-Sì, volevo andare a Pompei, odio la vita della campagna, te l’ho già detto! Ho pensato che in giornata sarei andata e tornata. Non mi sembrava così lunga la strada!

-Sono parecchi miliarium ed è meglio farli a cavallo o in un carro.

-Ormai è tardi, tornerò indietro. E poi non so cavalcare. –

Sabatius si era seduto sull’erba, un po’ discosto da lei.

-Che fai di così interessante a Pompei da un breve periodo una vacanza in campagna?

-Beh, si va a spasso per la città, si incontrano persone simpatiche, si va all’anfiteatro, alla palestra…

-E non ti attira qui la bellezza della natura, i fiori, il canto degli uccelli, i campi fertili di prodotti?

-No, sinceramente non amo tutto ciò.

-Io sì, tanto.

-Ma tu sei obbligato, sei uno schiavo! –

Sabatius era scoppiato a ridere.

-Certo, hai ragione, sono obbligato. Hai sentito, negli ultimi tempi, che la terra trema più spesso del solito? Potrebbe succedere qualcosa, per questo sono qui.

-Che cosa mai potrebbe succedere? Noi siamo abituati a queste scosse. Certo, in questi giorni sono più frequenti. Ma non sono tremende come nel 62, a quel tempo erano crollati molti edifici: me l’ha detto la mamma perché io non ero ancora nata. Piuttosto, adesso, come farò a tornare indietro, con tutta quella orribile strada e i piedi che mi fanno così male? –

Sabatius aveva schioccato le dita e un cavallo era sbucato dal fogliame.

-Se mi permetti, ti accompagnerò con il cavallo.

-Ma io non so cavalcare, te l’ho detto.

-Basterà che tu ci sieda sopra e io ne terrò le redini in modo che vada al passo.-

Maior era salita sull’animale aiutata dal giovane e si teneva saldamente alla sella. Sabatius, con le redini in mano, l’accompagnava a piedi. Dopo un po’, però, Maior gli aveva chiesto perché egli andasse a piedi.

-Ricordi? Io sono uno schiavo e tu la padrona.

-Sali, su, così faremo più in fretta. Non vedo l’ora di mettere i piedi a bagno. Non ci faremo vedere da nessuno, quando arriveremo vicino alla villa, ci divideremo. –

Sabatius era saltato in sella dietro di lei senza farselo ripetere e le sue braccia, nel tenere le redini, l’avvolgevano tutta. Ella sentiva i suoi muscoli solidi guizzare sotto la veste e l’odore di maschio giovane, forte, sano…

Il cavallo andava lentamente e nessuno dei due parlava più. Neppure Maior, che sembrava aver avuto tanta fretta, si lamentava della flemma dell’andatura. Giunti in vista della casa, Sabatius l’aveva fatta scendere e salutata. I loro occhi si erano incontrati per un attimo, un lungo attimo. Poi, egli era ripartito al galoppo ed era sparito dalla sua vista.

Maior era rientrata nel cubiculum e, quando la madre era venuta a vederla, aveva finto di dormire. Là, raggomitolata nel suo letto in muratura appoggiato alla parete e abbellito da cuscini colorati, si sentiva tranquilla e protetta. Voleva pensare senza essere disturbata o distratta. Pensare a lui. Immaginare di essere stretta da quelle braccia scure, forti, poggiare il capo sul suo petto ancora e ancora…

 

Anche Sabatius non aveva in mente che lei. Detestava quella ragazza prepotente ed egoista ma anche l’amava.

Per lei era saltato nella ruota dei secoli ed era arrivato fin là.

C’era un potente Karma da cambiare: doveva impedire l’eruzione del Vesuvio che sarebbe stata di lì a poco, e, infine, cancellare quell’evento nel mandala dove era disegnato ogni avvenimento del Pianeta.

Per annullare una storia che sembrava già scritta, avrebbe usato un materiale speciale che avrebbe cristallizzato l’interno del monte: il Vesuvio si sarebbe spento per sempre.

Doveva farlo perché, se non avesse fermato l’eruzione, lei sarebbe morta.

Sarebbe rimasta sepolta là, sotto la lava, fino a quando gli archeologi, molto secoli dopo, l’avessero riportata alla luce. Essi l’avrebbero osservata non per amarla, come lui avrebbe fatto ancora e ancora per l’eternità, ma solo per studiare le abitudini dei tempi antichi.

Non poteva permetterlo.

Maior si era alzata canticchiando quella mattina. Non vedeva l’ora di andare a passeggiare nei campi per incontrarlo, per toccare le sue mani, per carpirgli lo spirito guardandolo negli occhi.

Ma Sabatius non c’era più, non si trovava da nessuna parte.

Piano piano, allora, le era tornato alla mente il sogno che l’aveva accompagnata per tutta la notte.

Era lui che l’abbracciava stretta a sé.

-Vengo da un altro tempo, dove anche tu tornerai alla fine di questa incarnazione. Il Vesuvio sta per eruttare e seppellire Pompei e i suoi dintorni. Se questo succedesse, morireste tutti, anche se la città seppellita completamente dalla lava sarebbe utile a chi verrà dopo di voi per conoscere la realtà. Ma io non posso sopportare che tu muoia, quindi, fermerò questa sciagura. Non ci sarà l’eruzione, tutto continuerà come al solito. Dopo aver cambiato la storia già scritta, però, devo tornare là, fuori dell’universo materiale da dove sono venuto. Prima, però, voglio stringerti ancora una volta: vieni da me, nel bosco.”

Dunque, Maior si era sdraiata là, sotto i rami del cedro. L’erba profumata le faceva da morbido cuscino. Aveva chiuso gli occhi e si era abbandonata all’Amore perché lei era la sposa di Mahākāla e a lui sarebbe sempre appartenuta.

-Anch’io ti amerò, – aveva sussurrato -oltre ogni dimensione di tempo e di spazio. –

 

Infine, Mahākāla era tornato lassù, al grande mandala di sabbia. Con un soffio divino aveva spostato altrove, lontano, l’eruzione del vulcano.

Qualche anno dopo, nel 99 d.C., il figlio maggiore di Maior era diventato imperatore romano con il nome di Potetio Kala e aveva governato con saggezza dalla sua domus di Pompei.

Una delle sue leggi più importanti era stata l’abolizione della schiavitù.

Perché gli Umani devono essere liberi nel loro cammino verso l’estinzione della sofferenza.

 

Renata Rusca Zargar

 

1 Divinità buddista.

2 Disegno geometrico con tanti simboli che rappresenta l’universo

3 Le donne venivano designate con il solo nome gentilizio (nomen). Questo perché nella società romana ricoprivano un ruolo significativo come appartenenti a un gruppo familiare. Perciò era sconveniente citare il praenomen (benché pare che fosse loro assegnato). Per non confondere le donne di uno stesso gruppo, era consuetudine aggiungere al gentilizio il numerale Prima, Secunda, Tertia, magari al diminutivo (Tertilla, Quartilla, Quintilla) o l’appellativo Maior, Minor. Quando si sposava, la donna prendeva il nome della gens del marito oppure lo aggiungeva a quello della sua gens.

4 bar dove si serviva il vino caldo

5 magistrati

6 Discendenti di un unico antenato, portavano lo stesso nome.

7 La villa rustica era un’abitazione fuori delle mura cittadine destinata alla produzione agricola specialmente di olio e vino; la villa d’otium era invece costruita per riposarsi e trascorrere piacevolmente il tempo libero

8 miliarium: il miglio romano, detto anche mille passuum, è pari ad 8 stadi; lo stadium romano equivale a 625 piedi, a 125 passus ed è di circa m. 185

9 Allo schiavo veniva dato un nome che corrispondesse a una caratteristica fisica o al suo paese di provenienza: Sabatius poteva provenire dall’antica Vada Sabatia (Vado ligure, SV)

10 stanza da letto

11 letti sui quali i convitati si sdraiavano a tre per letto per mangiare

12 frantoio, torchio

13 dove il vino fermentava

14 grandi otri in pelle di bue

15 libri

16 Sposa del pater familias

17 calzature usate per uscire a forma di stivaletto

Renata Rusca Zargar è autrice del libro per bambini “Kara e il labirinto”

 

Kara è una bambina di Creta. La sua storia si intreccia con il magnifico palazzo di Cnosso, il suo tempio e il mistero del Labirinto e del Minotauro.

Dal testo: “-Come ti permetti di indossare una veste tanto preziosa? Chi sei? Sei una ladra? Perché sei qui?” – la voce era infuriata e sferzante. Una signora alta e altera era scivolata a piedi scalzi nella stanza.

Kara si era girata spaventata senza riuscire ad articolare una risposta.

“Il Minotauro aveva afferrato Teseo come per divorarlo e, intanto, soffiava fuoco dalle narici. Si sentiva puzza di carne bruciata. Teseo era molto forte ma la bestia era alta e possente: con gli zoccoli e le corna lo colpiva da tutte le parti.”

Adatto a tutti, a partire da 9 anni.

Disponibile sulla piattaforma Amazon, sia nel formato ebook (euro 2,99) che cartaceo (euro 4,00).

KARA E IL LABIRINTO eBook: RUSCA ZARGAR, RENATA: Amazon.it: Kindle Store

Chi è Renata Rusca Zargar

 

 

Savonese, impegnata in ambito sociale, studiosa di cultura islamica e indiana, insegnante in quiescenza, ha pubblicato diversi saggi e romanzi anche con il marito Zahoor Ahmad Zargar.

L’ultimo nato è, però, una raccolta di lavori delle signore anziane che hanno seguito i suoi corsi gratuiti di Lettura e Scrittura Creativa: “Leggere e scrivere …per divertimento, raccolta di racconti, poesie, disegni, calligrammi dei Corsi di Lettura e Scrittura Creativa”, pubblicato da Amazon.

Si occupa della Biblioteca di volontariato Libromondo e, prima del Covid, portava i libri in prestito nelle Scuole. Cura un blog di cultura, ecologia e società Senzafine: Arte, Cultura e Società di Renata Rusca Zargar  link

 

 

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