venerdì , settembre 21 2018
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Stella Polare

Ero una regina della notte e iniziavo a vivere ogni sera, quando nelle case della gente comune si spegnevano le luci. Indossavo top di perle e paillettes, abiti così aderenti da non lasciare nulla all’immaginazione, scarpe e sandali con tacchi altissimi, gioielli scintillanti come stelle.

Non capivo le persone “normali”, quelle che si alzavano quando andavo a dormire e regolavano le esistenze secondo la luce del sole. Il giorno rendeva opaco tutto ciò che le luci della notte facevano splendere.

Il popolo della notte non si curava degli individui anonimi, ma sentivamo addosso gli sguardi ammirati accarezzare il muoversi sinuoso del corpo con la musica.

Questo era il solo modo di vivere che conoscevo, l’unico che capivo, tutto il resto era noia.

Mi chiamavo Mena e facevo parte di un mondo splendente e fantastico. Ero così diversa dai coetanei che vivevano nelle loro case tristi e conducevano vite mediocri. Scuola, compiti e TV. Sabati pizza e cinema. Domeniche in chiesa e passeggiate in centro. Studio o lavoro, come insignificanti, banali, inutili formichine.

Questo, per me, non aveva significato. Tutto ciò che volevo fare era ballare, divertirmi e vivere una vita perfetta.

O almeno così credevo.

Finché, una notte d’estate, il mondo dorato cambiò aspetto all’improvviso.

La serata era cominciata come tante, il tavolo riservato nel locale dove cenare con gli amici, la discoteca, i cocktail, i baci e gli abbracci. C’era uno nuovo, era carino, ballai e bevvi con lui. Mi lasciai trasportare dai suoni e dalle luci, non ne avevo mai abbastanza, pensavo che avrei continuato a danzare finché ogni fibra del corpo non avesse avuto più energia. Mi prese per mano, mi condusse lontano dalla pista, pensai che volesse trascinarmi in qualche altro locale. Quasi bisbigliando in tutto quel frastuono mi disse che non si sentiva bene. Feci il calcolo di quanti bicchieri avesse bevuto. Tre, quattro, cinque? Non molti, mi sembrava, ma non era del solito giro e non sapevo come reagisse all’alcol. Non avevo quasi niente addosso, nell’uscire dalla discoteca sfregai entrambe le braccia con le mani. L’aria fresca gli farà bene, pensai. Camminavamo abbracciati ma dopo pochi metri sentii che non si reggeva sulle gambe. Non riusciva a parlare, fu scosso da brividi, iniziò a sudare. Si appoggiò a me e cercai davvero con tutte le forze di sorreggerlo, ma era troppo pesante e cadde riverso a bocconi. Ero talmente spaventata che gridai chiedendo aiuto. Mi trovarono impietrita a guardare un corpo inerte riverso sulla ghiaia, un corpo che fino a pochi istanti prima ballava con me al centro della pista.

Normalmente il mio sguardo non si sarebbe soffermato su di loro, erano due persone ordinarie, non avevano abiti o scarpe firmati, i capelli non erano tagliati all’ultima moda. Eppure non potevo che fissare i movimenti precisi e sicuri del medico che si adoperava per salvare la vita di un essere umano, mentre il suo amico sussurrava di non preoccuparmi.

Il medico chiamò un’ambulanza, è fuori pericolo disse, ma era necessario tenerlo in osservazione. Poi incrociò i miei occhi, chiese come si chiamasse il mio ragazzo e il mondo si fermò.

Era una domanda legittima, semplice, ma io, a quella domanda, non sapevo rispondere.

Cercai di ricacciare indietro le lacrime, fermare il tremito improvviso. Non lo ricordo, dissi balbettando di averlo conosciuto quella sera, e fu in quel momento che mi sentii dolorosamente e insopportabilmente inutile. Due sconosciuti stavano salvando la vita al ragazzo che aveva passato la serata con me e non ero nemmeno in grado di ricordarne il nome.

La vergogna nel vedere quegli sguardi di compassione in pochi istanti fece scomparire le luci, la musica, la discoteca e riaffiorare un ricordo lontano, doloroso.

Mia madre logorata dal lavoro, china a pulire il pavimento, mio padre che tornava stanco morto dalla fabbrica, la voce affaticata che diceva di sognare per me una vita diversa, una vita che non fosse sfruttamento e sudore, una vita facile.

Provai una pena immensa per me stessa, per aver creduto che vivere una favola mi rendesse speciale, per aver pensato che inseguire un sogno mi rendesse più felice di mia madre, di mio padre, di chi cerca di migliorarsi per affrontare le difficoltà quotidiane.

Le lacrime iniziarono a scendere lentamente, poi ininterrottamente, un fiume che rompe gli argini. Un pianto dirompente, travolgente, una catarsi dell’anima liberava tutte le emozioni trattenute e ricomponeva il mondo intero dentro me.

Ho un ricordo confuso delle luci intermittenti e delle sirene dell’ambulanza, delle voci concitate e di quelle curiose. Rivedo una mano amica asciugarmi il viso nero di rimmel. Sento sulle spalle il calore di una giacca troppo grande. Odo la paziente dolcezza nella voce dei due buoni samaritani, seduti accanto a me sul muretto della discoteca, che mi calmano e mi accompagnano a casa.

E all’improvviso la sola immagine che si affaccia alla mia mente è la casa con i gerani rossi alle finestre, l’altalena nel giardino vicino l’albero di albicocche, il portoncino e gli scuri verdi, il gelsomino profumato avvinghiato al terrazzino del primo piano. Le parole escono da sole, senza poterle fermare, un indirizzo che credevo aver cancellato.

Mi chiamo Filomena e ho incontrato la mia Stella Polare in una fresca notte di mezza estate.

Ad est l’Aquila è alta, Vega, la stella più luminosa della costellazione della Lira ha quasi raggiunto lo zenit, Deneb, del Cigno, brilla un po’ più sotto in piena Via Lattea. Tra poco Venere e Marte saranno visibili fino al mattino, mentre già si vede Saturno. La rossa Antares dello Scorpione segna quasi precisamente il sud, mentre tra Vega e la Corona Boreale c’è la costellazione di Ercole.

Ogni volta che guardo il cielo stellato mi sento ancora una regina, però, ogni mattina, mi sveglio e gioisco della luce del sole.

Le luci della notte si sono riappacificate con quelle del giorno, ora hanno uno spazio ed un equilibrio dentro me.

Ogni volta che guardo il cielo stellato penso al medico ed al suo amico che mi hanno soccorso in quella lontana notte d’estate, negli sguardi dei quali mi sono riflessa e non mi sono più riconosciuta.

Non è stato facile percorrere la strada intrapresa allora e con quanta fatica ho imparato a non temere più la luminosità del sole. Ma quella notte, per la prima volta, ho capito che il sole fa risplendere con maggiore intensità ciò che le persone hanno dentro e da quel momento in poi non mi sono più persa.

Una brezza fresca si alza da est, mi avvolgo stretta nella maglia leggera e ricopro con cura il telescopio nella terrazza. Respiro a pieni polmoni l’intenso profumo del gelsomino e rientro in casa senza far rumore. Si avvicina la notte di San Lorenzo e ancora una volta osserverò le stelle cadenti fino al mattino.

Nadia Dominici

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