giovedì , agosto 13 2020
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Chi semina caldo raccoglie tempesta: cronache afose

Dovevo raggiungere il quarto piano di un palazzo. Attraverso una porticina di colore verde palma benedetta ad aprile e lasciata nel portaoggetti di autovettura fino a luglio, sono entrato in ascensore. Al suo interno, vi era una signora, di età compresa tra i sessanta e i sessantuno anni. Venature grigie, su sfondo biondo, incenerivano la sua chioma, che era dismessa e raccolta in un elastico tanto vetusto da rendere visibili filamenti di molla. Ho mimato un “salve” di cortesia, senza alcuna voglia di attaccare bottone, quando ho incrociato il suo sguardo. La donna ha sbuffato e sibilato: <<Caldo eh?>>. Io ho fatto un cenno con la testa. Lei mi ha guardato nuovamente e sentenziato: <<Domani sarà peggio>>. <<Eh speriamo di no. Cordialità>>.

Fatto quel che dovevo nello stabile, sono tornato in strada. Sull’unica panchina di un parco di Monteroduni[1], posta di fronte bar nel quale mi ero fermato a ristorarmi, sedeva un vecchietto filiforme ed emaciato. Dopo poco, ne è arrivato un altro, pingue e con le gote rubiconde. I due anziani, senza nemmeno salutarsi, si sono messi congiuntamente a mirare l’orizzonte, i fanciulli che tiravano di Supersantos[2] e, forse, pure una giovincella dal gonnellino svolazzante.  Poi, il grassottello ha preso la parola. L’altro ha prontamente risposto. Io ho immaginato la conversazione, guardando il loro gesticolare:

<<Eh>>;

<<Eh>>;

<<Fa caldo eh?>>;

<<Aè è fuoco, è fuoco>>;

<<È la fine del mondo>>;

<<Aè>>.

Terminata la bevanda ghiacciata, ho fatto rotta verso la mia autovettura. Nel tragitto, ho incontrato uno dei tanti figuri che entrano nella vita di ognuno, ma che non diventano mai parte integrante della esistenza, tanto che non ci si cura di andare oltre uno scarno saluto, quando gli stessi si palesano. Non a caso, io mi sono limitato a dire: <<Ciao>>. Egli ha prima replicato alla medesima guisa, quindi aggiunto: <<Caldo eh?>>, infine ha manifestato il timore di entrare in una macchina in cui “ci saranno 70 gradi almeno”.  La strada fino al parcheggio l’ho fatta assieme al semisconosciuto, chiacchierando del più, del meno e del diviso, come mai successo in passato.

Arrivato a casa, Cane Luppolo ha reclamato la passeggiata: non usciva dall’alba, causa afa. L’ho guinzagliato. Lungo un viale alberato, mi sono imbattuto in un vecchietto che era stravolto dalla fatica. Due buste grandi da trascinare lo obbligavano a fermarsi ogni quattro passi.  Con un gesto di cortesia semplice, essenziale, normale solo per chi è cresciuto con un buon esempio, forse proprio di un nonno, e incomprensibile per chi è chiuso nelle monadi dell’egoismo e della maleducazione, un adolescente, senza nemmeno domandare permesso, ha preso quei macigni della spesa. Scambiando due chiacchiere con l’anziano, che mimava, con la mano finalmente libera, il gesto del ventaglio, le ha portate a destinazione. La scena mi ha rallegrato. Poco dopo, accanto a una fontanella, ho incontrato il solito nonnino che spende i suoi giorni con l’unico, peloso compagno di vita rimastogli, ora che la moglie è volata via e i figli stanno lontani. Di solito, l’ultima uscita del dì la fa intorno alle ore diciotto. Con la calura, preferisce posticiparla. Ho percorso un tratto di via insieme a lui, discutendo dei rimedi contro le alte temperature per i nostri amici a quattro zampe. Quando l’ho salutato, l’anziano mi ha ringraziato per la chiacchierata e si è augurato di fare una nuova passeggiata con me nei successivi giorni. Mentre scrivo dell’incontro, penso che io ho una famiglia, qualche amico, tanti contatti a cui dire: <<Caldo eh?>>; il vecchio, invece, non può parlare con nessuno. Però, grazie alla canicola e a un amico peloso, ha potuto avere una stilla di compagnia. È già tanto, per chi nuota abitualmente negli abissi della solitudine. Ben venga il caldo. Purché se ne parli…Però quando è troppo è troppo. Tutti attendono la pioggia. Ormai, non si vuole altro. Le genti passano le giornate a guardare il cielo, sognando che una nube eclissi il sole e scarichi giù le sue lacrime. Il desiderio unico di grandi e piccini è quello di mettere un filato più spesso alla sera, dopo una provvida frescura o un acquazzone pomeridiano. Dare uno sguardo ai satelliti meteorologici sembra però un esercizio stucchevole, incapace di ridare fiato alla speranza che, dietro quell’abbraccio anticiclonico grande quasi quanto l’Eurasia, all’interno della bolla rovente che va dal Maghreb agli Urali, ci sia una piccola fessura, una lieve ferita, una minuscola lacerazione, in grado di far transitare venti non dico di tramontana o buriana, ma, almeno, di maestrale o libeccio.  Resta solo la nonnina a predicare fiducia: lei, che ne ha viste tante, sa che, prima o poi, cambierà lo scenario. Ricorre anche a motti e perle di saggezza, come “la prima pioggia di agosto metti le maniche e il busto”, pur di chetare il lamentoso nipotame.

Soltanto l’uomo venuto dalle lande straniere mostra assoluta imperturbabilità davanti alle zaffate di scirocco. Così, la mite giovincella di collina, dalla cultura enciclopedica e dal parlato forbito, lo apostrofa: <<Tu sei proprio atarassico>>. Lo zotico non capisce e consulta un abbecedario telefonico alla voce “atarassico”, prima di tornare a sorseggiare, con una punta di imbarazzo, la sua cervogia, nonostante lo stomaco gli dolga un po’. Ad alcuni, invece, iniziano improvvisamente a far male le meningi; ad altri, le cervicali; a sparuti, i ginocchi. Dati empirici, dai sofferenti stessi raccolti, nozioni dall’esperienza, ricordi di una pioggia che fu, fanno azzardare una previsione folle: presto, lo scenario muterà. Nessuno però dà loro credito. Agli occhi del popolo stanco, appaiono dei santoni del nulla, dei predicatori venuti da lontano al solo scopo di seminare zizzania, sciacalli catapultati sulle strade per “vendere false speranze e giammai solide realtà”, come diceva la réclame. Non riscuotono successo nemmeno una madre e una figlia che, all’unisono, vaticinano tempesta. Una bisnonna di un vicolo del mio paese, nata a cavallo tra i grandi conflitti, le liquida col celebre motto di spirito: <<La Crapa va alla vigna: come esce la mamma, esce pure la figlia>>[3], per farsi beffe di tanta tracotanza e sicumera.

Ecco però, d’un tratto, qualche segnale di cambiamento nella troposfera, ecco una piccola illusione, leggera, lieve come una brezza su uno scoglio all’albeggiare: valori pressori in giù, mari della Britannia più frizzanti, primi sbuffi di libeccio dalle Colonne d’Ercole. Le reti telematiche e i diffusori non hanno timore di fare da cassa di risonanza al presunto mutamento. Il passaparola fa il resto. Il popolo, ora e finalmente, ci crede: a ogni nuvola, si levano le grida “viva, arriva”; “è ora, è oraaaaa”.

Tanto tuonò, che non piovve, purtroppo, alla sera della domenica. Buon per le melodie scanzonate e le trippe avvolgenti dei componenti di un gruppo country, chiamato Howling Mutt, capaci di infiammare una piazza intera. Due ore previste di esibizione diventano tre, il cavallo di battaglia cavalca quattro volte, il Bis è enciclopedico, il saluto del frontman mandato retro a più riprese. Quattro giovani con chitarre, mandolini e contrabbassi diventano prigionieri della popolazione in festa, rilassata, inebetita dalla bevanda, per un attimo capace di scordarsi che è lei, in realtà, ostaggio di una canicola ancora feroce, infinita, infrangibile, apparentemente indistruttibile.

I suonatori vengono liberati solo all’alba della nuova settimana, che comincia, ancora, col sole. La musica non cambia nemmeno agli albori del pomeriggio: gli avventori per professione sbattono la carta con eccessivo vigore e le loro gote diventano rubizze, gli assetati riescono a ristorarsi unicamente con una cervogia spillata, i virtuosi del calciobalilla rischiano il malore ogni tre palle di spareggio, <<Non ne usciremo mai>>, pensa il pessimista, <<È il crepuscolo del mondo>>, sentenzia il catastrofista. Sul far della sera ecco, invece, una rombata che così vigorosa non si sentiva da mesi, così possente da far vibrare le mura del borgo e squassare le montagne. Improvvisamente, cade una goccia, ne cade un’altra, altre due precedono uno scroscio intenso, un ombrello si apre, uno si spacca al vento. Un uomo dal davanzale urla: <<Tuona, piove, vuai vuaaaaai>>, il popolo scende in strada e guarda incantato quei goccioloni che debellano una vera e propria pestilenza. Piove, sì, piove, finalmente piove. L’aria ore è pulita, non è più stagnante, le strade sono linde, le camicie non si fanno più croccanti di sudore, il sonno è lieto, continuo, delizioso, rigenerante, al risveglio i volti sono distesi, sereni, a differenza del cielo, che scarica pioggia da ventiquattro ore. La donnina vanitosa può tornare a lamentarsi per la chioma gonfia di umidità, l’austero uomo del nord raccomanda alla prole di non correre perché rischia di scivolare, questi panni non si asciugheranno mai. <<Oh, questo maestrale infastidisce gli occhi, non si può fare sport, oh come mi sarebbe piaciuto andare al mare, ma con questo clima non si può, era meglio il sole>>.

“Quando ogni uomo avrà raggiunto la felicità, il tempo non ci sarà più” (F. Dostoevskij).

 

Carmine Tedeschi

Note
[1] Paesino del Molise.
[2] Pallone a spicchi di colore rosso con venature di nero.
[3] Vuolsi intendere che sono i figli sono specchio dei genitori. Cosa c’entri la capra che va a fare il vino, non so. Ma i broccardi dei paesini molisani sono broccardi.

 

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