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Raccontami una storia: “Sono solo inciampata”

SONO SOLO INCIAMPATA  

di Lorella Maroncelli

 

Sono passati cinque anni. Vissuti in un’assordante apnea di emozioni, di eventi, di cadute ed euforie, di dolore, paure, di gioia pura, di tanto e poco, ma mai di normalità o di pochezza.

Era un qualsiasi giorno di fine ottobre, la telefonata era arrivata inattesa mentre ero al lavoro, nella confusione dell’ufficio in un’ora di punta. Al termine mi era rimasto solo quel tono di urgenza nella voce dell’infermiera, che mi esortava ad andare il prima possibile al reparto di prevenzione oncologica nel quale avevo fatto tre mesi prima la mammografia e della quale solo ora realizzavo non mi era arrivato il referto.  C’era stata l’estate di mezzo, avevo prima pensato, poi me ne ero proprio dimenticata. Il brusco richiamo quindi era preoccupante, c’era qualcosa che non andava ed era andato pure perso.  L’emergenza era chiara, data dal tempo, e la richiesta di presentarmi subito in reparto senza alcuna richiesta medica ancora di più. Abituata ai tempi ospedalieri e alla sua burocrazia, era questo un altro motivo di inquietudine. Un sottile stato di tensione mi aveva quindi accompagnata ed era notevolmente accresciuto, dopo l’attenta e scrupolosa visita con la dottoressa S., dopo una nuova mammografia e un’ecografia, e specialmente dopo un ulteriore appuntamento l’indomani per un nuovo esame più approfondito. Il mammotome, così chiamato, è stato molto doloroso e mi ha portato uno strascico veramente inaspettato, un’emorragia che mi ha costretto a un ricovero d’urgenza in piena notte.  Iniziava così la mia familiarità con l’ospedale e soprattutto con la paura, diversa da qualsiasi forma mi avesse mai toccata.

Ancora non lo sapevo ma sarebbe diventato veramente una seconda casa quell’ospedale, odiato in tanti momenti ma desiderato in altri. Il contatto con il personale avrebbe assunto aspetti di forte attaccamento, momenti di profonda gratitudine o altri addirittura di rigetto.

Da subito quindi l’altalena del mio umore era stata pilotata da dottori o infermieri e dalle loro risposte. I miei tempi non esistevano più, ora c’erano i tempi dell’ospedale. Le mie esigenze sottostavano a quelle dei reparti. La mia personalità era diventata “il paziente”.

Naturalmente all’epoca non potevo sapere quello che sarebbe stato, ma ero comunque ancora in attesa, del referto della biopsia questa volta. I giorni passavano lenti come senza pensieri, lenzuoli appesi ad asciugare al vento, mentre la mia famiglia si stringeva a me, coccolandomi con nuove attenzioni. Mi ritrovavo a fare più lavoretti del solito, come presa da una strana smania di tenermi occupata, e crollavo esausta la sera. Poi la chiamata e l’incontro per il responso. Quel qualcosa che fino a quel momento non sapevo come identificare, ma che mi portava ansia, ora era stato scoperto e aveva anche un nome: Carcinoma detto correttamente, tumore sentito con terrore.

Sorvolo ora come allora sulla tipologia specifica, sulla dimensione o sulla pericolosità. In quel momento solo quella parola ronzava in testa. Il tumore. Guardavo senza vederlo il mio compagno che era con me, chissà con quale espressione. La voce di quella dottoressa mi arrivava lontana, mentre cercavo di concentrarmi su quello che diceva, sapevo di dover capire, ma credo di aver solo recepito alcuni termini e poi averli incollati a quelli che anche Paolo aveva conservato.

Il sunto era comunque che occorreva operare. La biopsia rilevava che erano cellule benigne, ma non si poteva rischiare. La gentile e seria dottoressa S. mi avrebbe fissato un appuntamento con un chirurgo senologo quanto prima e a quest’ultimo avrei potuto chiedere ogni altra cosa.  Ancora attesa.

Poi giorni pieni e allegri, stranamente spensierati. Poteva essere peggio, mi ero detta, e questo pensiero mi faceva una serena compagnia finché dopo una settimana è arrivata la consapevolezza. Ero in palestra, facevo un esercizio a terra e improvvisamente ecco il pianto, forte, sembrava inarrestabile, denso di tutte le paure che avevo fino ad ora trattenuto e liberatorio di tanta angoscia.

Poi la notizia forte, datami dal chirurgo. L’intervento sarà invasivo perché mi dovranno togliere tutta la mammella. Il carcinoma è molto esteso, troppo grande per cercare di rimuoverlo. Continua a spiegare il dettaglio dell’intervento, del post, del futuro imminente. È molto dolce e sollecito, attento a ogni mia smorfia. Si ferma spesso per darmi modo di assimilare. Ripete con calma i passaggi a una me che boccheggia e a un mio compagno forse ancora più allibito.

Sono quel giovane medico e un’infermiera lì presente quel giorno, che saranno a lungo i miei fari, che dal primo contatto mi trasmisero tanto; fiducia e umanità, amore per il loro lavoro, comprensione profonda per la persona che avevano davanti. Mi riempirono di informazioni su tutti gli aspetti fisici, tempistici, umani. Poi di quelli burocratici. Col tempo ho realizzato che la loro professionalità in quel momento è stata una grande ancora per la me diventata ora paziente oncologica.

Mi sembrava ogni volta di essere messa alla prova, di dover dimostrare, anche se non so a chi, che la mia positività di fronte a certe notizie non se ne andava, che al mondo c’è tanto e tanto di peggio, che non potevo dire di essere sfortunata per questo inciampo di vita.

Ho affrontato quindi l’intervento con questo spirito, quello di non volermi lasciare andare a inutili pessimismi. Sono stata operata il 23 dicembre, data forse insolita, ma a dispetto del suggerimento della famiglia che avrebbe voluto salvare le feste, sono andata fiera incontro al mio destino, quasi volendo passare in sordina l’avvenimento. Di quel periodo in ospedale ricordo la dolcezza del piccolo reparto, la comunione con le altre compagne di sventura, i tempi rarefatti, l’eco del periodo festivo che arrivava a stento da fuori. L’intervento è stato forse più la fortissima paura dell’entrata in sala operatoria, perché dell’atto in sé non ho memoria. Ho vividi invece ancora i pensieri che mi hanno accompagnato la notte dopo, stranamente euforica. Come ubriaca ho inviato messaggi a tutti gli amici sul mio stato, tranquillizzandoli sul poco dolore sentito e sulla mia gioia di vita. La morfina faceva effetto ma non me ne rendevo conto naturalmente. Poi piano piano è arrivata la realtà di sentire il mio corpo straziato. Comprensibilmente febbre, le ferite che tiravano, il dolore, le crisi di pianto. Ero tutta fasciata e le bende mi avrebbero accompagnata per molto tempo, però l’inserimento di un espansore che mi sostituiva il seno aiutava a non sentire la menomazione. Oltre a una diversa consapevolezza dell’accaduto è arrivata la notizia che avevano dovuto togliere anche il cavo ascellare perché la prima cellula sentinella era maligna.

Mentre il medico ci spiegava di un futuro a vita con un braccio non più in grado di essere come prima, io galleggiavo nella mia nuova dimensione, questa bolla mi permetteva di sentire meno male, gli altri non entravano, io ero sola lì dentro con questa paurosa novità. Il tumore era maligno. Maligno.     Era.

L’enormità di quanto accaduto, che fino a ora avevo affrontato quasi come un nuovo gioco, si palesava in tutti gli aspetti ed era crisi.  L’ospedale, la famiglia, non mi hanno permesso l’isolamento, non mi sono potuta ricostruire con i miei tempi o i miei pensieri, c’era l’urgenza di non farmi lasciare andare. C’era la ginnastica al braccio da fare, subito, c’erano i tre drenaggi da tenere sotto controllo, c’erano gli amici che non era giusto sentissero il terrore nelle mie parole.

Era un’altalena di sentimenti, ma mai come questa volta così forti, così assoluti e importanti.

Sono stata dimessa con ancora due drenaggi. Fuori nevicava forte e dal finestrino dell’auto mi sembrava di vedere un mondo con occhi diversi, più vecchi e più consapevoli.

È iniziato un lungo periodo che mi ha portata in ospedale tutti i giorni o quasi. Prima per le medicazioni e i controlli dei drenaggi, poi per le cure e l’estensione dell’espansore, poi ancora la ginnastica per il braccio. Non potevo guidare, quindi l’essere un peso agli altri mi creava un fastidio che dovevo tacitare continuamente. Le giornate si susseguivano con i ritmi degli orari delle visite alla clinica. Cercavo di non pensare a quel referto che stavamo aspettando, quello dell’istologico, e non sapevo proprio a cosa prepararmi. Altro passaggio. Altro annuncio.

Non capisco nemmeno ora come ho fatto a non essere pronta a quello che mi hanno detto e cioè chemioterapia. Il passaggio dalla chirurgia a quello del day hospital oncologico è stato brusco per me, un ulteriore nuovo mondo. Una grossa decisione da prendere sull’accettazione o meno di una cura così invasiva, ma ero determinata a non perdermi in ricerche alternative. Volevo iniziare subito, dovevo assolutamente fare qualcosa contro ogni possibile dubbio di estensione del maligno.

Il primo ostacolo era superato brillantemente, ma quello che mi aspettava era oltre. Non ne avevo esperienza famigliare per fortuna, ma per sentito dire era uno spauracchio terribile. Sono entrata in un ambiente duro, di sofferenza, di dolore e di paura. Le prime volte che facevo terapia mi sono resa conto che non ero io ad andare là, era una me che vedevo da fuori. Era una me che caricavo di riviste e auricolari. Era una me che cercava di defilarsi al contatto con gli altri pazienti, ma non era possibile. Quella cerchia di persone che cercavo di evitare mi attirava allo stesso tempo, perché erano come me.

Mentre cercavo un modo per soffrire meno, cozzavo continuamente in storie di recidive e di nuove metastasi. Tornavo a casa satura di farmaci e di pessimismo. Sono stati sei lunghi mesi, con frequentazioni così assidue che non riuscivo neanche a recuperare un po’ di stabilità fra una seduta e l’altra. Ho perso i capelli, le forze, la vitalità, a volte anche la consapevolezza che era una parentesi di vita. Dopo quel periodo così forte e dolorosamente intenso, ho avuto un anno di cure mirate, sempre in flebo, ogni tre settimane sempre in ospedale. Nel frattempo, mi hanno operata nuovamente al seno per togliere l’espansore e mettere una protesi definitiva, intervento doppio perché viene aggiustato anche il seno buono. Cadevo spesso per una instabilità datami dai farmaci, e fratture e contusioni mi accompagnavano.

Poi, d’incanto, sono finiti i 18 mesi di cure. L’eccitazione della fine di quel doloroso percorso andava a braccetto con la paura di non avere più i farmaci per difendermi. Tensioni enormi per me ma inspiegabili agli altri.

I capelli sono ricresciuti, alcune conseguenze dei farmaci ci sono ancora purtroppo, ma adesso sono preparata a subirli, sono una veterana di questo ambiente. Col tempo mi sono resa conto che le amicizie più importanti che mi accompagnano nelle salite e discese delle giornate, sono quelle che ho stretto con altre donne che hanno avuto un percorso oncologico. È lo sguardo prima di tutto ad essere diverso, carico di un’intesa unica e speciale, portatrice di un amore profondo, di comprensione, sempre e comunque. Ne ho conosciute tante in questi anni, e con molte di loro ho condiviso grandi successi, emozioni uniche, divertimento e gioia. Ci siamo conquistate la stesura di un libro e quella di un calendario, abbiamo realizzato uno spettacolo di nostre letture e abbiamo anche avuto la stravaganza di sfilare insieme a modelle vere.

La mia vita ora è piena. Di attività che non avrei mai pensato di fare una volta, così come di tante amiche nuove e importanti. Di volontariato, perché ora ne ho ben compreso il valore. Di sentimenti che peso con più attenzione e che non regalo facilmente. Di molti colori della natura e nelle persone, cerco di evitare le scale dei grigi che ancora mi destabilizzano. Sono forte sì, ma è molto fragile la linea dell’ottimismo che si scontra con il nero. Lo accetto e con calma aspetto che passi, perché anche i momenti bui, quelli che arrivano quando perdi qualcuno che ami, ci sono sempre e non li puoi evitare. Testa alta e si va. Sto cercando di imparare la convivenza con la paura, perché so che non esistono valide rassicurazioni. Sto cercando la leggerezza dentro di me per prima e poi nel quotidiano, negli altri, nei tempi, nella vita. Sto cercando di godere del qui e ora.

Sono passati cinque anni. Vissuti in un’assordante apnea di emozioni, di eventi, di cadute ed euforie, di dolore, paure, di gioia pura, di tanto e poco, ma mai di normalità o di pochezza.

 

 

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