domenica , luglio 12 2020
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Raccontami una storia: “Qualcosa di sbagliato”

Qualcosa di sbagliato

di Mario Scarmoncin

QUALCOSA DI SBAGLIATO

Avevo giurato a me stesso che non sarei più ritornato; ma questo era successo molti anni prima, così tanti che ritenevo il giuramento ormai non valesse più, da tempo mi ero gettato alle spalle i fatti di quell’estate. O almeno così credevo.

Quando giunsi in paese, mi accorsi che quasi nulla era cambiato. La piazza con la chiesa, le vie anguste che scendevano al mare, il piccolo porto con le barche dei pescatori circondato dalle case alte e strette addossate le une alle altre.

Tutto era compresso, schiacciato, come se la montagna non tollerasse di concedere spazio agli abitanti, e li volesse spingere in mare lungo le sue ripide discese.

“Come ho fatto a passare vent’anni in questo posto?”, mi chiesi guardandomi attorno appena sceso dalla corriera proveniente dal capoluogo.

Opprimente, fu la prima parola che mi venne in mente.

Mi diressi verso il bar della piazza dove avevo appuntamento con un cugino alla lontana; c’era da vendere il pezzo di una casa che avevo avuto in eredità da una zia. Ero riuscito a sistemare quasi tutto per telefono, ma per l’atto notarile ero dovuto tornare in paese.

Entrai nel locale. A parte le macchinette mangiasoldi, che avevano preso il posto del juke-box e dei flipper, tutto sembrava immutato. Certo, l’arredamento non era più lo stesso, ma quell’aria un po’ antiquata permaneva, come se il ‘Bar Centrale’(aveva mantenuto lo stesso nome di allora), non potesse evitare di essere in perenne ritardo sui tempi.

“Antonio?”.

Mio cugino Ciro mi aspettava al bancone, ci stringemmo la mano e sedemmo a un tavolino all’aperto.

Erano i primi giorni di maggio e, anche se erano solo le dieci del mattino, iniziava a fare caldo, non come nella grande città del nord dove vivevo. Sbottonai la giacca e mi misi comodo a bere la birra che avevo ordinato.

“Allora, non hai nostalgia del tuo vecchio paese? quanti anni sono che non vieni qui. Trenta? Trentacinque?”.

Feci un rapido calcolo, erano trentadue. Ormai mi sentivo un forestiero, la maggior parte delle persone che vedevo passare mi erano sconosciute. Ero sollevato, non avevo voglia di rivedere facce di quando ero giovane.

Parlammo degli ultimi dettagli relativi alla vendita della casa per una mezz’ora, poi inevitabilmente il discorso scivolò sui tempi passati.

Non avevo voglia di ricordare gli accadimenti che mi avevano spinto ad andarmene. È vero, era stata una mia decisione, ma allora mi era parsa una scelta obbligata, inevitabile, e anche adesso, ripensandoci, ne ero convinto.

Nel giro di due giorni avevo fatto la valigia ed ero partito. Non avrei potuto fare diversamente.

Mio cugino raccontava, io rispondevo a monosillabi, distratto e nervoso.

Il caldo ora mi infastidiva. Tolsi la giacca e sbottonai la camicia. La birra nel frattempo era diventata tiepida, e questo mi irritò ulteriormente.

“Ciro, non ho voglia di parlare di quella gente, e nemmeno del passato, ti spiace? Anzi, guarda, mi faccio un giro così vado a dare un occhiata alla casa della zia. Ci vediamo oggi pomeriggio dal notaio. Ciao”.

“Ma… Antonio, perché fai così, non capisco… se ho detto qualcosa che ti ha offeso…”.

“No niente, non puoi capire. Ci vediamo oggi pomeriggio. Ciao”.

Ciro era di dieci anni più giovane di me, e all’epoca dei fatti era un bambino. Non ero arrabbiato con lui, però non sopportavo più di starlo ad ascoltare. Tutto qui.

Misi la giacca sulla spalla e mi avviai a caso verso una delle stradine che partivano dalla piazza.

“Antonio! La casa della zia e dall’altra parte, verso il mare! Aspetta che ti faccio vedere!”, gridò Ciro raggiungendomi di corsa.

“Ecco, la vedi? È quella con le persiane verdi” disse indicandogli la casa, “È proprio vicina a quella dove abita Maria”.

Per un attimo restai senza fiato.

“Maria? Proprio lei?”.

“Sì, da quando è vedova abita lì, in una casetta di due stanze. I figli sono andati a vivere in città, per cui adesso è sola e non le serve molto spazio”.

Ci fu un lungo silenzio. Si udiva solo il rumore attutito delle onde contro il molo del porticciolo più in basso e il borbottio del motore di una barca che tornava a riva.

“Come sta?”, chiesi.

“Bene. Ed è sempre bella. Come allora”.

Un cane iniziò ad abbaiare da una casa vicina, una folata di vento tiepido portò il profumo dei glicini.

“Mi ha detto di salutarti”.

Una nuvola coprì per un attimo il sole, le pietre del selciato divennero improvvisamente grigie.

“E che sarebbe felice se la andassi a trovare”.

Non risposi. Guardavo lontano, il mare vuoto, quasi senza respirare. Le gambe mi tremavano un poco.

Udii confusamente che Ciro mi salutava e aggiungeva qualcosa in merito a un appuntamento dal notaio per le tre del pomeriggio.

I passi di Ciro si allontanarono, ma non fui in grado di rispondere al suo saluto: mi sentivo come sospeso, sopraffatto dall’emozione che mi aveva travolto, inattesa e sfrontata.

“Ancora! E dopo tutti questi anni…” mormorai irritato; poi iniziai a camminare.

Procedevo a caso, lungo quelle stradine di cui ricordava ogni sasso, ogni angolo, come non fossi stato lontano trentadue anni, ma solo pochi giorni.

Mentre vagabondavo, mi resi conto che quei vicoli da cui ero voluto fuggire erano in realtà il labirinto dove la mia anima era rimasta imprigionata per sempre. Me ne ero andato, ma lei vagava ancora per quelle viuzze, alla ricerca dell’unica donna che aveva amato nella sua vita.

Per questo non fui sorpreso quando mi accorsi di essere davanti alla casa di Maria, ero certo di non esserci arrivato per caso.

Non avevo bussato, ma rimasi a fissare per qualche minuto la porta chiusa, senza muovermi, aspettando che si aprisse.

“Ciao Maria” dissi, quando lei la aprì.

“Ciao Antonio. Ti aspettavo, entra”.

La stanza era grande e luminosa, dalla finestra aperta verso il mare entrava una brezza leggera che rinfrescava l’aria. Vicino al davanzale c’era un tavolo con due sedie. Ci sedemmo, vicini.

Lei mi prese le mani.

“Come stai?”.

Non sapevo cosa rispondere, non era chiaro nemmeno a me come stavo. Felice, malinconico, non avrei saputo dire quale delle due cose. O forse qualcosa che le comprendeva entrambe.

“Non lo so Maria, davvero non lo so” le dissi, “E tu, come stai?”.

“Bene. Sono sola, ma sto bene”.

Ci guardammo a lungo, in silenzio, come per scoprire cosa era rimasto dell’amore di trent’anni prima.

Era ancora lì; ma era gracile, sfinito dall’attesa.

“Antonio, mi sono pentita mille volte di aver accettato di sposare mio marito. Mio padre non aveva il diritto di impormelo, e io mi sarei dovuta ribellare. Invece non l’ho fatto”.

Maria parlava quasi sottovoce.

“Ti ho fatto soffrire, Antonio; anche io ho sofferto. Se avessi avuto più coraggio, tutto questo non sarebbe accaduto”.

Lui ricordava bene quanto l’aveva supplicata di non rassegnarsi, di rifiutare la decisione di suo padre. Ma lei non lo aveva fatto e per molti anni l’aveva odiata per questo.

“Mi dispiace Antonio. Mi dispiace che sia andata così”.

“Dispiace anche a me, Maria”.

“Se vuoi puoi stare qui questa notte, e partire domani”.

La guardai a lungo negli occhi, era ancora bellissima. Ripensavo a quanto l’avevo desiderata, a come l’avevo cercata inutilmente nelle altre donne che avevo incontrato.

Ma adesso c’era qualcosa di sbagliato, troppo tempo era trascorso. Nulla avrebbe più potuto cambiare le cose: meglio che restassero com’erano.

“No, grazie. Anzi, devo andare, non mi ero reso conto di quanto fosse tardi. Troppo tardi”.

Ci salutammo un po’ imbarazzati, sapevamo che non si saremmo mai rivisti. Ormai non c’era più motivo.

Me ne andai senza voltarmi. percorrendo quasi di corsa la stradina che conduceva verso la piazza del paese.

Quando giunsi mi guardai attorno. Nulla mi legava più a quel posto.

Alla fermata c’era la corriera col motore già acceso. Desiderai solo di andarmene da lì e chiudere con il passato, definitivamente.

Guardai l’ora, mancavano ancora due ore all’appuntamento dal notaio.

“Al diavolo la casa!”, e salii sulla corriera che stava partendo.

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