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Raccontami una storia: “Ogni tanto mi sgranchisco”

Ogni tanto mi sgranchisco racconto di Fernando Camilleri

OGNI TANTO MI SGRANCHISCO

di Fernando Camilleri

 

Il ghiacciolo si sciolse prima che finissi di scartarlo e rimasi col bastoncino di legno nella mano appiccicosa. Respirai adagio per non sudare troppo. I granelli dorati attorno a me puzzavano di creme solari e piedi sporchi.

«Amico, guarda!» L’ambulante mi mostrò un tappeto beige. «Vuoi?»

Scossi la testa. «No.»

«Cosa no?»

«Avverbio negativo olofrastico che si usa nelle risposte per rifiutare quanto proposto

L’ambulante aggrottò le sopracciglia, salì sul tappeto e volò via.

La posizione del disco solare nel cielo segnava pressappoco le dieci, ancora troppo presto per tornarmene a casa. Ma i bagnanti scendevano le scale come mandrie di bisonti e si impossessavano di ogni spazio libero rimasto in spiaggia. Schiamazzavano e sollevavano diavoli di sabbia con le loro luride ciabatte.

Cosa c’è di peggio del caldo torrido combinato con la baldoria e la confusione? Forse la morte o forse no. Non ne sono sicuro perché finora non sono mai morto del tutto. Ma ormai ero in quell’inferno, ero sceso col fresco e mi toccava risalire col fuoco. Il mare mi regala sempre nuove idee per nuove storie, senza la sua spuma e il suo sciabordio non hanno senso le mie giornate. Come sarei potuto rimanere a casa?

Purtroppo arriva agosto. Mai una volta che si passi dal trentuno di luglio al primo di settembre. Arriva agosto e finisce la pace. Arriva agosto e inizia lo stress. Gli ombrelloni si conficcano nel suolo rovente come fulmini scagliati da un dio vendicativo. Se non stai all’erta, rischi di trovartene qualcuno piantato nel cuore, perché i bagnanti sono accecati dalla loro brama di conquista. Non si accontentano di una zona qualunque, pretendono di stare nella striscia adiacente alla battigia, la striscia in cui avevo steso il mio telo quando il sole non era ancora sorto. E tutti mi guardavano infastiditi sperando che io mi togliessi di mezzo.

Una donna che non aveva superato la prova costume mi proiettò addosso la sua ombra. «Ti puoi spostare più in là che noi abbiamo dieci bambini?»

Sollevai il mio sguardo di sfida. «Non ve l’ho detto io di farne così tanti

La balena sbuffò e tornò in seconda fila. Gracidò al suo gorilla parole in un dialetto incomprensibile e si ingozzò di patatine, mentre l’esercito di marmocchi calpestava i teli di due giovani che contemplavano il mare sullo sfondo dei loro cellulari.

L’ambulante poggiò il suo banchetto di cianfrusaglie davanti a me. «Bracciali? Collana? Radio? Pellicola cellulare?»

Arricciai il naso e inspirai a fondo. «Mi rilasci la ricevuta fiscale?»

«Caricabatterie?»

Dicono che il mare sia rilassante, ma era impossibile ascoltarne il suono con un simile baccano. Lo stabilimento balneare pompava squallida musica da discoteca, robaccia che farebbe impallidire Mozart e Chopin. Il rombare delle moto e lo strombazzare delle auto giungevano dalla strada. Un martello pneumatico si aggiunse al concerto.

Anche dalla prima fila divenne complicato avere una visuale chiara e continua della distesa d’acqua che avevo dinanzi. Gli esibizionisti passeggiavano avanti e indietro sulla riva, i mocciosi scagliavano pallonate tra la folla, un vecchio panzone si grattava il sedere, i venditori di cocco si lanciavano occhiatacce di rivalità, una muraglia di salvagenti e canotti si spostava a singhiozzo.

Vattene in montagna o in campagna, mi dicono. Perché ti ostini a scendere in spiaggia ogni mattina? E io rispondo che nel profumo di salsedine ci sono nato, la vista del mare è la mia ragione di vita, sono nel posto giusto. Non posso permettere che gli altri bagnanti mi rubino il paradiso. Mi tolgono già la possibilità di venire in auto, perché occupano sia i parcheggi liberi che quelli destinati ai residenti; sporcano la sabbia con cibarie e mozziconi di sigaretta; trasformano il mare in un cesso a cielo aperto.

L’ambulante incrociò le braccia sul petto. «Tu no comprare mai niente!»

Mi sfuggì un risolino. «Se vendessi fucili, uno lo comprerei

Una pallonata mi sibilò nell’orecchio, un frisbee mi spettinò i capelli, una zaffata di ascelle sudate mi invase le narici. Cos’altro si sarebbe potuto aggiungere al mio supplizio quotidiano? Stavo immaginando Satana che stampava il suo sigillo demoniaco sulle fronti di tutti quei peccatori quando un angelo dai capelli aurei mi venne incontro con passo da modella: una Venere in un bikini striminzito.

La dea mi fissò con gli zaffiri che aveva al posto degli occhi. «Puoi guardare le mie cose mentre faccio il bagno?»

«Le tue cose le ho già guardate.» Mandai giù un groppo di saliva. «Ma sì, vai pure.»

Si voltò, ondeggiò i fianchi in mezzo alla fiumana umana, si tuffò. E nuotò al largo, dove vivono le sirene.

Restai a bocca aperta, col fiato corto. Tra milioni di persone aveva affidato proprio a me l’arduo compito di custodire la sua borsa, il suo pareo e le sue preziosissime infradito fucsia. Io ero il prescelto. E certo, chi può resistere a un fascino come il mio?

«Ehi!» Una vocina stridula sovrastò il frastuono. «Ehi tu!»

Mi guardai attorno.

«Parlo con te.» Un granchio col cappello a punta sul carapace si fece largo tra la selva di gambe e mi raggiunse. «Tranquillo, solo tu puoi vedermi e sentirmi.»

Strabuzzai gli occhi. «Che scherzo è mai questo?»

«Non è uno scherzo.» Puntò nella mia direzione la bacchetta che stringeva in una chela. «Io sono Santiago, il Granchio Mago

Mi grattai le tempie grondanti di sudore e storsi la bocca in una smorfia di scetticismo. «I granchi non parlano e soprattutto non sono in grado di fare magie

«Perché no? Non sei forse tu quello che sostiene che ogni cosa è possibile nel mondo della fantasia? Io so tutto di tutto, sono capace di leggere nella mente e nei cuori delle persone e di realizzare i loro più intimi desideri.»

«Ah sì? Dimostramelo!»

«In che modo?»

Sogghignai. «Dimmi come mai la ragazza bionda ha lasciato a me le sue cose.»

«Perché sei uno sfigato.» Il granchio mi zampettò su una coscia. «Non vai a nuotare perché temi che qualcuno invada lo spazio che hai conquistato arrivando in spiaggia all’alba. Sei l’unico che se ne sta seduto sotto al sole in attesa della cremazione.»

I marmocchi schizzarono i passeggiatori e una vecchia si mise a strillare. La cinese massaggiava le chiappe della balena. Un bassotto con gli occhiali da sole sonnecchiava sotto un ombrellone.

«Nel mondo della fantasia i granchi sono pure bugiardi.» Sbottai in una risatina isterica. «Sappiamo entrambi che io sono una calamita per le belle donne.»

«Sì certo, una calamità.»

«Invece di fare lo spiritoso, perché non esaudisci il desiderio che mi ronza nella mente in questo momento?»

Il granchio agitò la bacchetta in aria. «Sbatti le palpebre per tre volte.»

Feci come aveva detto e il silenzio regnò nella spiaggia deserta. Niente più bagnanti, niente più stabilimenti balneari. I raggi del sole erano piacevoli sulla pelle fresca. Era la spiaggia di gennaio e di febbraio, la mia preferita, quella in cui puoi rilassarti senza ustionarti, quella con la sabbia profumata di mare, quella che ti invita a fare nuotate rinvigorenti.

«Ci sei riuscito!» Inspirai a fondo. «Ma come hai fatto?»

«Io sono Santiago, il Granchio Mago

Alzai un indice. «Manca un dettaglio.»

«Mi spiace, ma la ragazza bionda non puoi averla nemmeno nel mondo della fantasia.»

«Non importa, va bene così.» Distesi le gambe e mi sdraiai. «Quando sto da solo, sono sempre in ottima compagnia.»

Lo stress abbandonò le mie membra. Relax. L’ansia svanì nel mio petto. Relax. Tutto era lieve, tutto era pace. Relax. Scomparve persino il solletico sulla coscia che mi provocavano le zampette del crostaceo.

«Amico!» Una voce molesta mandò in frantumi il mio silenzio.

Spalancai gli occhi e apparve un faccione abbronzato. Tornarono gli strepiti dei bagnanti, l’assordante musica dello stabilimento balneare, il fragore del traffico. Il sole mi infiammò la pelle e il sudore mi gocciolò dai capelli.

«Amico!» L’ambulante scosse la testa. «No dormire, comprare!»

Mi misi a sedere e lo fissai nelle pupille. «No vendere, regalare!»

L’ambulante si trasformò in Usain Bolt e fuggì, divenne un ghepardo e accelerò, si tramutò in una Lamborghini e sgommò. Sparì in lontananza.

Peccato, mi sarebbe servito un passaggio fino a casa.

Ogni tanto mi sgranchisco racconto di Fernando Camilleri

 

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