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Raccontami una storia: “Lavori in corso”

Lavori in corso

di Chiara Cogliati

Raccontare una storia, una storia che parli di me, potrebbe sembrare così facile, banale, scontato. Chi meglio di me mi conosce? Chi meglio di me sa cos’ho vissuto? Cos’ho provato in determinate circostanze? Cosa c’è veramente dentro di me? Beh, il mio problema è che la risposta a queste domande non la ho. E non credo che l’avrò mai. Vivo nell’incertezza di chi indossa degli abiti che non gli appartengono, di chi sta ancora cercando una strada, un senso, un gesto che possa dare una spiegazione, che possa chiarire tutto questo ammasso di eventi che si susseguono senza un apparente fine.

La mia storia nasce come una narrazione semplice, dalle poche pretese, che potrebbe accomunare ognuno di noi ma che si evolve con le aspettative di un gigante, percorrendo delle montagne russe che sembrano infinite, ripide e spaventose, con alti e bassi, in cui l’amore, la passione, la sensibilità seguono lo sconforto, l’indecisione, la paura di sbagliare. Ho paura a raccontare la mia storia, e ho paura a definirla storia. Questo termine le conferisce un non so ché di formale, la necessità di definirla all’interno di delle categorie: un inizio, uno sviluppo e una fine. La mia, invece, è una storia in crescita, in continua costruzione, che si ramifica e avvolge le centinaia di persone che ogni giorno incontro per strada, le poche con cui parlo, talvolta solo me stessa. Non è una storia normale, è una mezza storia, non ha ancora preso una forma ben definita proprio perché io non sono ancora riuscita a dargliela. Tuttavia ci voglio provare. Voglio raccontare la mia storia, nel modo migliore che riesco, tenendo a mente tutte queste premesse. Ecco come comincerebbe:

Tanto tempo fa nasceva in un piccolo paesino nella provincia di Lecco una bimba dalle guance rosse e dalla carnagione lattea, viva e splendente. Due occhi di cerbiatto le illuminavano il viso, così come un paio di labbra rosse e carnose, succose come una pesca matura al punto giusto. Folti capelli neri che correvano da tutte le parti, seguendo la propria inclinazione, ricoprivano la fragile testolina. Tutta la sua essenza emanava luce, e fu per questo che i suoi genitori non potettero che darle il nome “Chiara”. Fin qui tutto bene, in fin dei conti tutti i bambini sono belli. È il resto ad essere il problema. Alla fine fare un figlio è un po’ come fare una scommessa: punti su qualcosa senza avere la certezza che non rimarrai fregato.

I genitori di Chiara furono fin da subito contenti: descrivevano le sue attività preferite utilizzando solo tre parole: “mangia, dorme, gioca”. Meglio di così non si può. E se da neonata era il regalo che ogni genitore vorrebbe, anche da bambina riusciva a colmare le desiderate aspettative. Si distingueva nella classe come la più timida, non lasciava uscire una parola, nemmeno per sbaglio. Stare in silenzio era la cosa che le veniva meglio, forse perché gli altri non le piacevano così tanto. Trovavano sempre il modo di seccarla, di offenderla, di farle rimpiangere i suoi momenti di gioco solitario. Amava starsene per i fatti suoi: inventava storie che faceva vivere a pupazzetti di stoffa o bambole ereditate dai svariati parenti. E quando era sola parlava, ore e ore, monologhi interminabili, un corposo minestrone di parole. Spesso mamma la sbirciava dalla fessura della porta: era così piacevole starla a sentire, tutto quel blaterare, tutti quei discorsi da adulti che uscivano da una testolina così piccola. Faceva quasi impressione, sembrava che ci fosse un cinquantenne intrappolato là dentro.

Nonostante tutto, Chiara fu una bambina felice. Non le interessava cosa pensassero gli altri, era sempre occupata a lasciarsi andare, a dare sfogo alla sua immaginazione, a liberare tutto ciò che la sua mente conteneva. E alla fine quando si è bambini, è un crimine non essere felici. Un bambino trova del bello anche nel più terribile degli attimi perché conserva all’interno di sé una purezza, un’inconsapevolezza che mano a mano si perde. Chiara era completamente inconsapevole, non aveva la minima idea di che cosa le accadesse attorno. Ma era questo che la faceva stare bene. È nel momento in cui ti immergi nel mondo, quello vero, che stai male. Perché questo mondo ti schiaccia. Fin dove riesci a confinarti nelle tue mura, nella tua sfera intima niente può fare male.

Ma come ogni bambino, anche Chiara cominciò ad assumere consapevolezza. Fu una cosa graduale, ci volle molto tempo, anzi per certi versi, ancora ne conserva un pochettino dentro di sé. Tuttavia successe. E quando successe, il mondo esterno le si scagliò addosso, come uno schiaffo sulla guancia, forte, amaro, ingiustificato. Cominciarono le offese, le accuse, degli “innocui scherzetti”, così venivano considerati. Eppure facevano male, e ogni volta toglievano un pezzo, un frammento della sua integrità. E iniziava a sciogliersi, a crollare come un castello di sabbia, fino a che di lei non rimanevano solo granelli. C’erano sere in cui l’unica cosa che si poteva fare era piangere. Ancora è vivido nella sua mente il ricordo di una notte d’estate: la finestra aperta, il sonno che non arrivava, rigoli d’acqua che imbrattavano le pupille e correvano dagli occhi, senza riuscire a fermarsi. Ma per fortuna il sonno arrivò dopo tutto, e come sempre fa, cancellò il resto: esso ci purifica, ci dà in dono un nuovo giorno, una nuova possibilità per cambiare il nostro destino. Così Chiara fece. Prese tra le mani quel dono e lo custodì come meglio poté. Ricominciare. Una volta, due, tre, e ancora.

Dopo svariati tentativi, sembrava tutto vano. I fallimenti le rivelarono una sorta di legge universale che ancora ad oggi tiene a mente: chi emarginato nasce, emarginato rimane. Lei era emarginata dopo tutto: lo era stata da bambina tra i banchi dell’asilo, un po’ per sua scelta un po’ per la nausea che gli altri le davano, e ancora ad oggi lo era e conservava questa sua qualità come se fosse la sua ombra. È come se tutti riuscissero a captarlo: Chiara non può stare qua dentro, deve starsene là fuori, perché così è abituata. E Chiara non potette far altro che adeguarsi.

Ma ogni storia che si rispetti necessita di un risvolto positivo, un fatto che dona speranza. Chiara scopri dentro di sé qualità da far individua a chiunque: sincerità e autenticità. Chiara era vera, con tutti. Ci teneva agli altri e odiava vederli soffrire, talmente tanto che si sarebbe fatta in quattro per loro. L’empatia che sentiva dentro riusciva a proiettarla sugli altri i quali in qualche modo la percepivano a loro volta. Un dono prezioso che veniva ricambiato con altrettanto amore. Coloro che Chiara amava non potevano sentirsi soli, perché li teneva sempre a mente.

Un giorno Chiara intraprese un viaggio, dettato dalla voglia di ricominciare, dai frammenti perduti lungo il percorso, dal sorriso ormai dolorante. Perché viaggiare sembra sempre essere la risposta? Ad ogni problema, ad ogni difficoltà… viaggiare rappresenta la fuga, la rinascita, la seduzione di un nuovo posto e un nuovo progetto tutto da scoprire. Il viaggio per Chiara fu Venezia: una striscia sottilissima di terra, posta nel mezzo di un infinito mare; sembra sempre sul punto di sprofondare, eppure resiste. Con Venezia le premesse non erano delle migliori, ma Chiara non lo vedeva, o meglio, non voleva vederlo. L’eccitazione del viaggio, la prospettiva dell’ambita serenità, lontano dalla coltre e dal fumo della città, in un vero e proprio locus amoenus: insomma, cosa può andare storto?

Eppure qualcosa andò storto: si sviluppò un senso fitto di non appartenenza, una mancanza, un vuoto interno che non aveva modo di essere colmato. La mancanza di prospettiva si aggiunse al dramma emotivo e così non ci fu altro da fare se non interrogarsi sulle proprie scelte: che ho fatto? È giusto che io sia qui? Cos’ha questo posto da offrirmi?

Alle domande era difficile dare risposta, quasi impossibile. L’idillio veneziano si era irreparabilmente rotto e non ne rimaneva che confusione.

A volte succede che vuoi così intensamente la tua vita in un certo modo, che è come se essa stessa si rifiutasse di prendere quella tale piega, mostrandoti che quello che vuoi potrebbe essere una mera finzione fabbricata dalla tua mente. Ciò che tu, nel profondo della tua anima, desideri è ben diverso.

Questo vale solamente se crediamo nel destino e che nella storia di Chiara ci fosse una sorta di forza sconosciuta che regolasse gli eventi. Ma se invece siamo tutti i giorni in balia di una tempesta, all’interno di una fragile barca, e la pioggia a momenti sembra crescere, mentre in altri sembra diminuire, non si può veramente sapere cos’è meglio per noi. Ci si può solo limitare

a provare, a cercare di dare una forma alla vita e vedere se essa la mantiene o se sembra sgretolarsi.

So bene che questa non è una storia dall’inizio alla fine, ma vi avevo avvertito che questo era a ciò a cui andavate incontro. Come può la storia di Chiara avere una fine ben definita? Non c’è modo di sapere ciò che succederà domani, tra un’ora, un minuto. E per ciò la storia cresce e si evolve nel momento stesso in cui Chiara cresce. Ed è questo il bello. La possibilità di riscrivere la propria storia ogni singolo giorno, di pensarla sotto diversi aspetti , di contemplarla da diverse angolazioni.

Questa storia continua.

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