sabato , ottobre 24 2020
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Raccontami una storia: “L’arco”

L’arco

di Maria Gabriella Orrù

L’ARCO

Sono piccola, sono sempre stata piccola, minuta e ora anche un po’ curva. I miei passi sono incerti. Tentenno. Gli occhi non mi aiutano: una nebbia, che nasconde il mondo, mi avvolge.

Dalla porta imponente del magazzino guardo l’arco tenuto nascosto una vita intera e venuto alla luce dopo un martellare discreto e quasi rispettoso, che mani ruvide, esperte e precise hanno liberato da anni di polvere, calcinacci, dolore, grida sommesse e qualche gioia e sorriso.

Devo i natali a un paese posto su un altipiano ventoso, sempre battuto dal maestrale, la cui forza passava anche dalle finestre chiuse e con i vetri, talvolta, riparati.

Sono nata in una casa di questo paese ventoso dove gli alberi che potevo scorgere dal mio cortile, si chinavano umili alla forza del vento e le fronde perdevano l’equilibrio per poi ritrovarlo anche se private di molte delle foglie, cadute ma  subito risollevate e sballottate da tanto soffiare.

La casa si trovava alla fine di un vicolo, adornato da un bel portone di legno a sua volta incorniciato da un’arcata in pietra, semplice ma maestosa. Varcata la soglia, si attraversava un cortile spazioso in selciato. Poi finalmente si arrivava alla casa, dove sono stata per alcuni anni.

Sono la seconda, prima di me c’era un’altra bambina di poco più grande. Aveva lo sguardo serio e un bel viso, ma solo dopo anni mi sono accorta della sua bellezza, forse perché essa veniva sempre velata da un’espressione onesta e un po’ triste.

A dire il vero c’erano anche altri quattro bambini più grandi di noi, ma comunque piccoli. Sì, perché mio padre ha sposato mia madre in seconde nozze.

Non era facile trovare il tempo per giocare, c’era sempre qualcosa da fare, ma il selciato ci invitava a saltellare leggeri, a rincorrerci, a volte a piedi nudi e spinti dal vento.

Poi abbiamo lasciato la casa in fondo al vicolo.

Siamo andati a casa di mio padre. Vicino a casa di mio nonno. Non giocavamo con lui. Era un nonno che in varie occasioni importanti si era dimostrato burbero, poco generoso e ingiusto.

In presenza di mio padre non si poteva parlare di lui. Potevamo solo ascoltare i discorsi dei grandi, e non sempre. In certi momenti mio padre, bello e alto, taceva severo. Allora sapevamo che pensava alle ingiustizie del padre. E tacevamo anche noi. In altri momenti, mio padre si lasciava andare e componeva canzoni che cantava con la sua voce limpida tenorile. Simpatico e ironico. Spiritoso. Forse questi aspetti del suo carattere avevano incantato mia madre.

Dall’arco, che ora mi parla, si vendeva il vino tenuto in botti di legno. Avevano l’apertura chiusa da un rubinetto o da un tappo di sughero protetto da una pezza di tela bianca che con il vino diventava violacea. Tutto profumava di vino, sempre, ma soprattutto in autunno. Anche io venivo incaricata della vendita del vino, ma provavo sempre un po’ di agitazione per tanta responsabilità. Temevo che il rubinetto non chiudesse a dovere o che gocce di vino fuoriuscissero dal tappo, magari consumato. Si metteva anche una brocca sotto, perché si raccogliessero le perdite e non venisse sprecata neanche una goccia.

Mia madre, sempre di fretta, controllava che tutto fosse svolto nel migliore dei modi.

Dall’arco, che ora mi parla, passavamo veloci per poi andare a guardare di nascosto quello che mio nonno faceva. Col fiato sospeso sbirciavamo da una fessura tra due pietre. Bastava, però, che sentissimo il rientro di mio padre per tornare silenziosi a casa. A volte potevamo cantare con lui, e tutto diventava armonia.

Dall’arco, che ora mi parla, faccio uscire tutti i dispiaceri, i dolori e le sofferenze, imprigionate per tanto tempo in me e trattengo le gioie e i momenti di calore che assieme ai miei genitori e ai miei fratelli abbiamo vissuto. Senza di loro non sarei quella che sono. Senza di loro non avrei trovato conforto nei momenti difficili della famiglia. Senza di loro non avrei vissuto attimi di gioia, di gioco e timidi abbracci, dati di nascosto, ma che ora libero, alleggeriti dalle sofferenze che sono ormai uscite dall’arco.

Guardo l’arco, che ora mi parla affettuoso, e sorrido.

Finalmente leggera e serena.

 

 

 

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