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Raccontami una storia: “Ho una twingo blu”

Ho una twingo blu

di Francesca Brancaccio

 

Mi chiamo Federica, ho 21 anni e una twingo blu.

Sono tornata dall’Erasmus da quindici giorni, e da quattordici ogni pomeriggio faccio sessanta chilometri per andare al lavoro. Mi sembra un sogno. Tutti i giorni in sala prove, a veder nascere lo spettacolo riga dopo riga, con le loro voci, i corpi, la musica, i movimenti. Io osservo, commento, correggo, cerco soluzioni. Loro mi ascoltano seri, si modificano e tornano in scena.

Mi rimborsano le spese di viaggio e poco più. Ma è l’inizio di un sogno, ed è per questo che è un sogno, perché inizia. Meg e Fabio, gli attori, sono fidanzati, lui è anche il regista. Li squadro. È la prima volta che vedo così da vicino il teatro. E mi piace.

Oggi è sabato, alle otto devo ricordarmi di scappare via, che nel fine settimana ho ricominciato a fare la barista in discoteca; mi trucco, mi cambio e vado. Mi piace questo lavoro di sorrisi, bicchieri e cannucce, pochi pensieri e alla fine qualche soldo in più da parte. Mi fa sentire forte. Resistente.

Parcheggio davanti alla sala prove chiedendomi se dormirò quattro o cinque ore, stanotte; domani mattina mi aspetta il branco, passerò la domenica con addosso la divisa degli scout in mezzo a venti lupetti gioiosi e urlanti, per i quali sono Kaa, il vecchio serpente saggio. In automatico cerco con lo sguardo la scatola dell’Oki nella portiera. C’è.

Scendo dall’auto e la saluto accarezzando lo specchietto, ciao Annika, a dopo. Voglio bene a questa vecchia twingo, è lei che mi fa muovere, che mi fa partire e arrivare. Per questo le ho dato un nome, la lavo, la curo. Le controllo l’olio. È un pezzo bello della mia vita, di me.

La porta è ancora chiusa, Fabio è in ritardo come al solito. Ottimo, torno in macchina e apro il libro di Storia della Pubblicità, il mio penultimo esame prima della tesi.

Mi ripeto che sta funzionando tutto. E ci credo. Ho pure un ragazzo che mi vuole bene, e il mio abbaglio polacco dagli occhi verdi per fortuna è rimasto lontano, e sta sbiadendo, pian pianino. Per fortuna. Pian pianino.

Mi chiamo Federica, ho 25 anni e una twingo azzurra metallizzata.

Mi piace meno dell’altra, non riesco a volerle bene come ad Annika. Ha pure l’aria condizionata e il tettuccio apribile, ma niente, non è la stessa cosa. Metto in moto, direzione casa, casa dei miei intendo, sono laureata da tre anni ma vivo ancora con loro. Giuro che appena finisce questo tirocinio al teatro di Como la smetto di accettare lavori gratis. Faccio l’attrezzista, qui. È un teatro importante, produzioni vere e qualità alta, ma ci sono dinamiche tremende. A volte mi trattano male, mi umiliano, l’altra sera ho pianto. Le scenografie sono pazzesche, e anche tutto il resto, i costumi, le macchine, i dettagli. È un ambiente splendido, cattiveria a parte.

Due giorni fa mi ha chiamato Meg. Ha lasciato Fabio, pare voglia aprire un teatro suo e mi chiede di farle da regista per lo spettacolo d’inaugurazione. Fantastico, le ho detto di sì. Ancora non si è parlato di soldi, ma troveremo un accordo. Oggi invece ho sentito Ivano, il tecnico luci di Locarno. Ha un amico che vuole fare un film di fantascienza low budget, vuole che io faccia da assistente. È gratis, ovvio, ma è un progetto incredibile quindi credo farò un’eccezione alla mia nuova regola e accetterò.

Venerdì sera in discoteca un cliente mi ha chiesto da che pianeta vengo. Mi è piaciuto. Aveva gli occhi azzurri e il sorriso timido. Un po’ indecifrabile e vago, ma mentre guido verso casa penso a lui. Chissà se tornerà. Ora devo raggiungere il letto e dormire, subito, che domani mattina si va a camminare coi lupetti.

 

Mi chiamo Federica, ho 25 anni e una twingo azzurra a cui dovrei proprio cambiare le gomme.

Sfreccio cercando di tenere la strada, sta macchina sarà pure decapottabile ma ha un sacco di problemi. Elenco ad alta voce le cose da fare, cercando di incastrarle tra il bancone di stanotte e  il pomeriggio scout di domani. Devo trovare un giradischi per lo spettacolo di Beth, possibilmente in prestito, possibilmente gratis, possibilmente entro ieri. Devo mandare in redazione la recensione dell’ultimo spettacolo che ho visto, sono già in ritardo di tre giorni e Simona mi ha detto che se succede ancora mi sospendono gli accrediti.

Mi trucco a puntate, un pezzo ad ogni semaforo, e intanto parlo in vivavoce con Giorgio, che ha bisogno delle correzioni per le scene dalla trentacinque alla cinquantasette, domenica a Consonno si girano gli esterni.

Oggi il doppio turno da promoter in tabaccheria mi ha distrutto le caviglie, non so come farò a stare in piedi anche tutta notte in discoteca. Ma ce la faccio, ce la faccio. Chissà se stasera Jari viene a trovarmi. Occhi azzurri e domande intriganti, è riuscito a farmi lasciare il mio ragazzo, e nonostante la sua vaghezza mi travolge mi travolge mi travolge. Dice che sono come il mare, come la neve. Io non nuoto e non so sciare, ho paura possa avermi frainteso. Ma mi piace.

 

Mi chiamo Federica, ho 25 anni e non ho più una macchina.

Fisso i binari oltre il finestrino, e una signora fissa me. Dev’essere che sto piangendo di nuovo, di nuovo devo aver cominciato senza accorgermene.

La prima cosa che ho lasciato è stata il lavoro in discoteca. Jari diceva che lo facevo per apparire, per la vanità di farmi ammirare. Ok, ho detto, ok, allora lo lascio. Poi ho detto no al progetto nuovo con Fabio. Jari diceva che sopravvalutavo quell’uomo, che era un fallito e a collaborare con lui fallivo anch’io, e allora ok, ho detto, allora lo lascio. Tre mesi fa non ho consegnato una recensione, una importante. E non ho neanche risposto a Simona, mail, chiamate, niente. Cosa avrei mai dovuto spiegare? Tanto a teatro non posso più andarci, era inutile parlarne. Scout…va be’. È stato facile. Li ho messi in pausa tre settimane dopo che Jari mi aveva picchiato. Ho detto “Jari, il mio ragazzo, mi ha picchiato. Ho bisogno di tempo per riprendermi”. Non hanno saputo cosa obbiettare.

Che io in realtà Jari l’abbia perdonato subito, questo non era il caso di dirglielo, come non serve dire che vivo a casa sua, e che lui diceva di smetterla di fingere di occuparmi di ragazzini in pantaloni corti quando non riesco neanche ad occuparmi di lui, e allora ok, avevo detto io, allora lascio gli scout.

Meg mi voleva nel suo teatro, come dipendente. Ma non è il momento, non ora Meg.

Faccio ancora la promoter, quello sì. Finchè non mi licenziano. Perchè senza macchina è dura arrivare in orario alle tabaccherie, e poi una promoter che piange davanti alla cassa non è il massimo dell’immagine.

Ho iniziato anche a tremare. Jari dice che fingo, malissimo tra l’altro. E che non è vero che sono dimagrita troppo.

Ogni tanto quando sono sola faccio le valige, poi le disfo. Andarmene dove, e da dove. Senza macchina, poi.

Altre volte me ne sto a fissare il muro, e il grammofono nell’angolo. Prima o poi dovrò rispondere alle chiamate dell’antiquario che me l’ha prestato. È un ragazzo gentile, dovrò trovare una scusa per uscire di casa e riportarglielo.

Mi chiamo Federica, ho 32 anni e una vecchia Ignis nera.

Ho avuto un’altra twingo, viola, poi ancora una verde, poi mi sono arresa e ho cambiato modello. Chissà se prima o poi taglierò anche i capelli.

Mi sembra impossibile l’immobilità di sette anni fa. Adesso non corro più come prima dello stallo, ma mi muovo, e bene. Accompagno mio figlio all’asilo, porto la piccola dalla nonna, vado a lavorare nel teatro di Meg, torno a casa. Faccio ginnastica, a periodi. Mangio bene, a periodi, e a periodi riesco a seguire i buoni propositi. Un altro master, altri corsi, altri lavori, lotte per l’aumento di stipendio, progetti. Quella cosa di piangere senza accorgermi ogni tanto torna. Forse c’è sempre stata, ma non ne sono sicura. Forse è il carattere, o gli ormoni, o forse quando un lavandino comincia a perdere resta così per sempre. Ma il ticchettio delle gocce non è poi così male, è comunque movimento. Sto bene.

Il grammofono l’ho riconsegnato, all’antiquario. E già che c’ero, l’antiquario me lo sono pure sposato.

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