martedì , ottobre 20 2020
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Oncologici anonimi

a Chicca, Marco e Flavia

ONCOLOGICI ANONIMI

CHICCA

Ciao. Mi chiamo Chicca, 31 anni, oncologica. Sono morta nel 2002. Sarcoma delle parti molli.

Sono giovane, alta, intelligente. E bella!

Ho scelto la carriera, lavoro in una multinazionale e ho già girato il mondo, ma soprattutto zittisco gli uomini che mi corteggiano e pensano io sia la solita oca da esporre in vetrina: li frantumo a parole quando tentano di sedurmi e sul campo, coi risultati, perché sono più brava di loro.

Ero tornata a casa per le feste di Natale, dai miei genitori, i miei fratelli e i miei amici d’infanzia. Ho il ciclo… figurarsi se non mi viene sotto le feste… ma non si ferma… è più di una settimana…

Vado dal mio vecchio medico, mi fa fare un’ecografia: c’è un’ombra, c’è qualcosa… ma che accidenti… ehi, io ho solo 29 anni! Non ho ancora avuto figli!

Mi massacrano di esami, lo vedo che non sanno come dirmelo: alla fine salta fuori che mi rimangono solo sei mesi.

Non mi conoscono, io sono una combattente, un’amazzone!

Mi operano una prima volta e mi tolgono un pezzo, faccio le terapie, giro mille ospedali, vado in Germania, in America. Mi tolgono un altro pezzo. E un altro. E un altro ancora.

Maledetto!

Dicono che è un sarcoma delle parti molli: lo tiri via da una parte e lui salta fuori da un’altra.

Ma io resisto, non mollo. Io sono giovane! Voglio vivere, viaggiare, fare l’amore! Voglio smettere di fare l’eremita! Non concedo a nessuno di vedermi ora: non voglio essere compatita o mostrare come è cambiato il mio corpo e il mio viso.

Comincio a odiare il tempo: è come se si fosse fermato da quando mi hanno detto cos’ho, come se avessi la data di scadenza, come se aspettassi solo la fine senza potere fare nulla che mi lasci una traccia da raccontare. Il tempo è il mio nemico, quello che mi toglie il futuro e anche il presente: ho solo il passato da ricordare.

Me la prendo anche con Dio: magari non c’entra, ma con qualcuno devo prendermela. Se Dio esiste allora è malvagio a farmi morire; se invece non può farci nulla è impotente e pertanto inutile.

Passano sei mesi, dodici, diciotto.

Ho resistito il triplo del tempo che mi avevano concesso: io non sono mai stata una preda facile e nessuno mi ha mai visto avere paura, nemmeno quando ce l’avevo.

Credete sia stato facile sentirsi dire quello che hanno detto a me? Credete sia stato facile risvegliarsi ogni volta con un pezzo di corpo in meno?

Ma la mia anima no. Quella non me la porteranno via.

Solo che sono stanca, mi hanno sventrato e portato via tutto quello che c’era dentro, ho tre stomie, mi rintronano con la morfina continua in elastomero. Dov’è scritto che io debba sempre essere una guerriera? Io sono solo un essere umano e ho diritto anche di piangere e di avere paura.

Guardo le mie foto, quelle in cui sorrido.

Sono loro lo specchio in cui mi rifletto adesso: io sono quella delle foto, non il simulacro che contiene ciò che resta di me.

Ora è il momento di fare pace: con il tempo, con la vita, con la morte; provo anche a riconciliarmi con Dio e me ne vado a ferragosto, quando c’è poca gente, quasi di nascosto.

Ma la chiesa del mio paese è ugualmente piena, c’è gente fin fuori che non riesce ad entrare.

In fondo ho vinto io: nei ricordi di tutti io sarò sempre Chicca. Quella giovane, alta, intelligente.

Quella bella.

Io sarò per sempre bella.

Per tutti.

Per sempre.

MARCO

Ciao. Mi chiamo Marco, 47 anni, oncologico. Sono morto nel 2012. Melanoma.

Ho iniziato a suonare da ragazzino; ascoltavo roba buona – Neil Young, la PFM – quando gli altri ascoltavano ancora le canzoni dello Zecchino d’Oro.

Forse per questo in classe non legavo con nessuno, se non con quelli tagliati fuori come me.

Ma io avevo già una band e la barba folta a sedici anni. E sono stato bravo a schivare le droghe che giravano, ah, se giravano…

La mia famiglia era liberale, io mi sono scoperto anarchico, ma non mi sono mai messo in nessun casino: semplicemente non credevo a nessun imbonitore.

Ho preso una laurea, continuato a suonare, fatto un corso di sommelier, trovato una compagna.

Poi un giorno mi trovo un brutto neo, su una coscia; la sinistra, per la precisione. Me lo faccio togliere.

Mi richiamano: devono allargare e togliere i linfonodi all’inguine, mi spiegano, perché quel neo era un melanoma.

Che palle! Anche i linfonodi sono positivi! Mi si gonfia la gamba tutte le sere!

Ma dicono che va bene, basta fare il follow-up, che sono arrivati in tempo.

Così ok, andiamo avanti, torniamo a una vita normale.

Conosco un prete; fa volontariato, ma sul serio! E tutto il giorno sgobba per gli altri, quelli che hanno bisogno di una mano e di tutto il resto. Non ho mai bazzicato preti, chiese e parrocchie, ma quest’uomo è diverso, ha luce negli occhi; così diventiamo amici.

È Pasqua. Sono a casa.

Uffa! Ho la tosse da qualche giorno e non passa. Che sia il tempo schifoso dopo che c’è già stata qualche giornata di caldo? Stanotte ho anche fatto fatica a dormire, come se non riuscissi a respirare bene…

Oddio, e se fosse… ma no, dai, sono passati cinque anni, anche l’ultimo controllo sei mesi fa era a posto…

Vado al Pronto Soccorso, mi fanno una lastra… cazzo! È tornato! Il bastardo è tornato!

Devo stare dentro, ho i polmoni pieni. Mi drenano via 3 litri di schifo, mi fanno il talcaggio, ho due drenaggi, si infettano, mi danno gli antibiotici, mi mettono l’ossigeno.

Finalmente sto meglio e mi mandano a casa dopo quasi un mese, ma devo tornare tra un po’, quando avranno studiato il caso e pianificato la strategia di difesa.

Difesa… Non parlano neanche di attacco… vuol dire che dobbiamo solo subire e limitare i danni?

Eppure adesso sto meglio, faccio solo fatica un po’ a respirare.

Torno dentro in reparto e viene un mio amico a trovarmi. Non ci vedevamo da anni… era il mio compagno di banco del liceo, tagliato fuori come me, musicista come me. Sta lì tutto il pomeriggio e parliamo dei nostri vecchi eroi e miti, degli amici, delle nostre vite.

Rievochiamo il nostro primo concerto, a 15 anni, in un teatro parrocchiale. Non volevano neanche farci suonare: la serata era di un gruppo di liscio che non ci voleva fra le scatole, così abbiamo montato i nostri strumenti giù dal palco, di lato, e ci hanno «gentilmente» concesso 4 canzoni prima della loro esibizione. Due di Neil Young che ho cantato io e due scritte da noi che ha cantato lui. Poi io ho continuato a suonare tanto, in tante band. Lui per strade diverse, ma sempre suonando.

Glielo confesso. «Non voglio morire» gli dico. Lui mi sorride con gli occhi tristi, la voce che non esce e mi abbraccia. «Non morirai!» mi fa «Noi non moriremo mai.».

Era un mercoledì.

Sono soffocato la notte dopo. Ma aveva ragione: la nostra anima, la nostra musica non morirà mai.

FLAVIA

Ciao. Mi chiamo Flavia, 55 anni, oncologica. Sono viva nel 2019. Metastasi cerebrali a partenza mammaria.

Dieci anni fa. Tutto è cominciato dieci anni fa.

Il nodulino al seno, la mastectomia, la chemio, la radio… come tante altre donne cui capita questa sfortuna. Faccio tutto quello che mi dicono di fare, sono una brava paziente.

Poi una mattina mi sveglio e vedo mille stelline negli occhi; mi faccio vedere ma l’oculista non sa darmi una spiegazione: mi dà un collirio, un altro… ma le lucine continuano.

Ho già capito, ci risiamo… è tornato fuori e nel posto peggiore.

Mi fanno fare la radio al cervello: «Bene!» mi dicono «Risponde bene; resta un po’ di robina ma va bene così!».

No, che non va bene! Adesso ho anche un fischio nelle orecchie!

Si ricomincia! Stavolta mi dicono che devo fare la «Radiochirurgia stereotassica con gamma-knife mediante localizzazione stereo-RM». Non decifro una sola parola, ma toglietemi questo fischio dalle orecchie!

Mi infilano una specie di casco in testa, me lo imbullonano e mi infilano in tunnel, poi col laser mi bruciano con precisione i punti malati. Ho voluto farmi delle foto: sembro finita in uno di quegli horror futuristi anni sessanta e manca solo che adesso arrivi Vincent Price…

E dopo alé, altra chemio, altra roba…

Mi propongono di sperimentare farmaci nuovi e io prendo tutto perché non ho intenzione di darmi per vinta!

In tutti questi anni sono sempre andata al lavoro, ho viaggiato, visto concerti, fatto sport, scritto racconti che hanno anche vinto dei premi, creato con un mio amico un blog che si chiama «Illuminato d’ombra»: io mi sento così, come se avessi un’ombra addosso, ma la sfrutto per riempirmi di luce.

Ho una vita normale, anzi di più: ho una vita vissuta, assaporata più degli altri, perché ogni volta ne prendo un sorso in più.

Sono diventata anche istruttrice di Nordic Walking e sono più in forma io di tante mie colleghe, nonostante continui a fare chemio tutti i giorni in pastiglie e fino a poco tempo fa anche in vena ogni tre settimane.

Mi definisco «tumorata da Dio» ma non è una blasfemia: mi è capitato addosso e fin qui ci siamo, ma se è una prova mandata da chi possiede i nostri destini, questa è la mia reazione. Vuole vedere come uso i talenti che mi ha dato? Ecco! Mi guadagno la vita giorno per giorno! Mi attacco ad essa con tutto quello che ho e che posso fare.

Qualche volta mi sento stanca, qualche volta mi sento triste e avrei voglia di lasciarmi andare, ma dura solo un attimo, perché vale sempre la pena di continuare a vivere.

Sono passati dieci anni e ne passeranno altri dieci e poi dieci ancora perché qui non si molla niente.

Io vivo, io sono viva, VIVA!

Paolo Pisi

Questo racconto ha vinto il Premio Letterario Nazionale “Flaminio Musa”, XL Edizione, 2019.

 

Chi è Paolo Pisi

Paolo Pisi nasce a Mantova il 1° febbraio 1964.

Si laurea in Medicina e Chirurgia, si specializza in Medicina Legale e si perfeziona in Bioetica.

E’ docente a contratto all’Università degli Studi di Milano, Facoltà di Medicina e Chirurgia.

Fin dall’adolescenza milita in band musicali locali come cantante e tastierista, componendo un centinaio di canzoni.

Inizia poi recentemente a scrivere racconti, a volte traendo ispirazione da una sua canzone.

Nel 2018 il suo racconto “Il meccanico di Nuvolari” vince il Premio Letterario Cesare Pavese, sezione Narrativa inedita – medici scrittori, a S. Stefano Belbo (CN).

Con la band in cui suona inizia a portare in tour in biblioteche, circoli di lettura, circoli culturali, ma anche nelle piazze il reading “Canzoni e racconti: dalle canzoni nascono racconti, dai racconti nascono canzoni”, in cui vengono letti i racconti e suonate live le canzoni che hanno dato origine al racconto stesso.

Nell’aprile 2019 viene pubblicata la sua prima raccolta di racconti “Il meccanico di Nuvolari e altri personaggi di genio” (Gilgamesh Edizioni, ISBN 9788868673741), una seconda edizione del libro è stata pubblicata nel settembre 2019.

Nel 2019 il suo racconto “Oncologici anonimi” vince il Premio Letterario Flaminio Musa a Parma.

Altri riconoscimenti: 8° premio al concorso Yowras 88.88 con il racconto “Il pugile” (2020), menzione di merito al Premio Serpe d’oro con il racconto “Rock’n’roll Band” (2019),  finalista al Premio Cronin con la poesia “Il pugile” (2017).

Nel 2020 sta allestendo il nuovo reading “La musica delle parole”, con nuovi racconti e nuove canzoni, sempre accompagnato dalla sua band.

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