martedì , dicembre 18 2018
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Natale a Parigi

La libertà di vivere come dentro di noi si sente di voler fare è un bene prezioso. Troppo per perderlo o lasciare che si estingua nella noia o persino nella paura di affrontare il mondo. Il viaggio è probabilmente l’espressione più genuina e immediata di questo sentire, ma vivere il viaggio non è solo partire, arrivare a destinazione, fare delle cose, vedere luoghi, fotografare volti e situazioni. Il viaggio è uno spostamento fatto col biglietto di sola andata, altrimenti è vacanza, è riempire un lasso di tempo più o meno lungo con le attività che si desidera fare, ma che spesso si compiono senza avere la possibilità o il tempo di vedere e, quindi, di capire la realtà che ci circonda. È così che si visitano le grandi capitali europee nei tour organizzati della durata di pochi giorni: un weekend lungo, un volo charter, un bus con guida all’arrivo, un albergo prepagato sono i requisiti base per conoscere, così si dice in genere, una città come Parigi che, al contrario, meriterebbe di viverci per tentare di coglierne la poesia e la profonda bellezza. In quei giri vorticosi non serve neanche parlare la lingua del posto perché tanto non si avranno contatti diretti con la realtà locale se non nei luoghi abitualmente frequentati dai turisti, dove tutti, dai camerieri ai fattorini, parlano un poco di italiano.

Vacanze travestite da viaggio, turbinio di visioni delle quali rimangono fissate nella memoria solo le immagini registrate con macchine fotografiche, telefonini e cineprese.

Se oggi dovessi tornare a Parigi credo che mi perderei dopo tutti gli anni che sono trascorsi dalla prima volta che vi ho soggiornato, ma certamente mi è difficile dimenticare la passeggiata dalla Gare de Lyon fino a Place de la Bastille raggiunta chiedendo informazioni ai passanti più per parlare con la gente e capire se il mio francese era comprensibile, che per la difficoltà del percorso. Era una mattina di fine luglio di circa quaranta anni fa e avevo fatto il viaggio in treno da Roma. Un viaggio lungo tutta una notte trascorsa nel tentativo di dormire cambiando ogni tanto posizione nel confortevole sedile di seconda classe che mi ero potuto permettere. Ero decisamente stanco e dolorante quando scesi dal treno, né il mio compagno di viaggio, Sergio, stava meglio. Eppure, già prima di arrivare a destinazione, eravamo ansiosi di scoprire la città. Una rapida sciacquata di viso, una frettolosa rasatura nella toilette del treno ed eravamo pronti per l’avventura.

Il primo ricordo che affiora alla mente è il peso dello zaino sulle spalle, anche se quello che avevo scelto era piccolo e semivuoto, tanto dovevamo fermarci solo pochi giorni, poi la luce gialla brillante del sole delle nove di mattina e le strade larghe e pulite, lavate da poco e fresche nel lato in ombra. L’odore fragrante del pane che si spandeva nell’aria ci stimolò il desiderio di un caffè. Avevo abbastanza denaro con me, così entrammo in uno dei locali che si affacciavano sulla via e, alla vista di una fiammante Gaggia che avrebbe fatto impressione anche in un bar nostrano, ordinammo due espressi all’italiana. Sorpresa, dubbio, incredulità, orrore illuminarono con la rapidità di una sequenza cinematografica il volto affilato di Sergio alla vista di una tazza di porcellana bianca, certamente raffinata nel gusto ma troppo grande per un vero espresso ristretto, colma fino all’orlo di un caldo liquido scuro.

«Mais quesque c’est cicoria?», esplose con un’espressione sconsolata più per esprimere il proprio sconforto che per avere conferme dal cameriere. «Celui-ci n’est pas un café italien», concluse poggiandosi al bancone secondo la riprovevole abitudine tutta italiana di sorbire la bevanda in piedi e in fretta.

Vero. Quel beverone era la versione internazionale dell’espresso, di sicuro non quella italiana, ma era caldo, ed era il primo liquido che ingurgitavamo da ore e, nonostante tutto, sapeva anche di caffè e poi, diciamocelo francamente, quello era stato il primo vero contatto con Parigi.

Percorrere a piedi le vie della città mi dette modo, anni dopo, di iniziare a coglierne l’essenza. Anche se sistematicamente mi perdevo grazie alla mancanza di senso di orientamento, riuscivo sempre a tornare sui miei passi o a ritrovare la via di casa con lo stratagemma, abituale per chi va in montagna o per mare, di individuare dei luoghi caratteristici che potessero fare da riferimento. La brassérie di Avenue Mozart era uno di quei riferimenti, ma era associata al rivenditore di ostriche che faceva angolo qualche portone dopo. Il tragitto era semplice, in fondo, perché la fermata del metró era a due passi e la strada larga e inconfondibile con i suoi negozi e la gente indaffarata a fare spese, oppure a chiacchierare seduta ai tavoli dei bistrot.

Ciò che più di ogni cosa era piacevole di quei ritorni al nido domestico erano le soste per la spesa della cena e per saziare la golosità. Non c’è nulla di più gustoso, infatti, di un’ostrica fresca e palpitante condita con succo di limone e pepe accompagnata da un piccolo pezzetto di una fragrante baguette. Affare fatto. Era ormai una piacevole abitudine quella di aspettare il ritorno di Giulio, l’amico che mi ospitava, bighellonando nel quartiere con la scusa di scambiare quattro chiacchiere con i negozianti per affinare la pronuncia. In verità era la gioia di concederci il piacere di un aperitivo degustato come se fossimo autoctoni, ripetendo gesti che non facevano parte della nostra cultura e che pure erano divenuti spontanei, piuttosto che una imitazione della gestualità locale. Il bicchiere di chiaretto degustato nel bistrot lì accanto, arrotondava i sapori e predisponeva a una maggiore capacità di socializzazione in vista degli incontri della sera.

Gli amici parigini erano un bel gruppo affiatato sebbene fossero tutti diversi tra loro per cultura e abitudini. Alcuni erano figli di italiani emigrati una generazione prima e avevano piacere nel potersi esercitare nell’uso della lingua parlata dai nonni e forse mai studiata. Alberto era quello più assiduo in questo, probabilmente anche con l’intento di aiutare me quando stentavo a trovare le parole giuste per esprimermi. Un tipo simpatico, alto, magro, sempre elegante anche quando si andava a cena nei locali tunisini di Montmartre. La sua voce profonda e il tono calmo erano davvero caratteristici, così come il modo di esprimersi in un italiano curato e forbito, ma con l’accento di un italiano che fa la caricatura di un francese che parla italiano. Alberto era oggetto di scherzi e di risate nelle lunghe conversazioni che si svolgevano durante quegli incontri, ma era sincero e totalmente disponibile nella sua gentilezza.

La gentilezza è una caratteristica dei francesi, almeno di quelli con cui ho avuto a che fare, eppure a volte viene da pensare che sia solo una facciata, un modo di nascondere sentimenti e modi di pensare dietro una maschera di apertura che invece è rabbia o addirittura rifiuto. Una politesse che nasconde a volte conflitti, rabbia, livore. Come pensare, infatti, che una coppia in piena crisi e appena separata possa trascorrere la sera della vigilia di Natale con due amici che di quelle tragedie familiari nulla sanno, né vogliono sapere? L’apparenza delle cose va rispettata, mi dicevo nell’assistere ammutolito e imbarazzato al muto scontro tra i due. Parlavo con i figli, anch’essi spauriti dall’atmosfera di violenza che si respirava nella sala da pranzo, cercando di avere e di dare solidarietà con chiacchiere futili, senza senso, ma la tensione era palpabile e sarebbe esplosa di lì a poco trasformandosi in una lite aperta, violenta, con la rabbia della donna tradita, urlata fin da dentro l’anima.

La fuga precipitosa, ma rispettosa delle regole del buon vivere, era d’obbligo.

«Mille ringraziamenti per la splendida serata, madame; i suoi ragazzi sono splendidi.

Á bientôt», dissi con educazione infilando la porta e fuggendo nelle fredde vie del Natale di Parigi.

Camminavo senza meta guardando le vetrine illuminate delle boutiques e godendomi il silenzio della notte senza traffico quando incontrai un sogno. Era un’amica italiana conosciuta due sere prima, sola anche lei in quel turbine di felicità che aveva invaso la città. Anche lei fuggiva da una cena noiosa durante la quale era stata impegnata a evitare le audaci avances di diversi mariti tediati dai lunghi anni di matrimonio e momentaneamente soli per non aver potuto invitare a quel ricevimento l’amante ufficiale.

«Ciao, che ci fai tu qui?», ci chiedemmo quasi all’unisono guardandoci con un sorriso nel quale il sollievo di non essere più soli appariva in tutta la sua evidenza. Ci raccontammo le rispettive vicissitudini e stretti sottobraccio ci avviammo per le vie della città, parlando di noi e di come eravamo. Ci raccontammo delle nostre separazioni e della solitudine che vivevamo dentro, più per paura di fare altri incontri sbagliati che per rammarico di quelli perduti. Eravamo vicini nelle sensazioni. Ma forse lo eravamo anche fisicamente, perché quel bacio che ci scambiammo fermandoci in mezzo alla via e guardandoci negli occhi con stupore e desiderio infiammò corpo e fantasia.

Ridendo, corremmo verso un portone rimasto aperto nella notte, provvido riparo per due amanti senza altro rifugio che il desiderio e il freddo. Fu un abbraccio impetuoso, quasi violento, quel nostro cercare il piacere dell’amore scoprendo il meno possibile dei nostri corpi intirizziti. Bocca nella bocca, mani bollenti sulla pelle nuda, sesso contro sesso. Ci penetrammo con la consapevolezza del nostro essere, in quella sera stregata, solo sensualità e desiderio. Tutto da dare, nulla da chiedere.

Ridemmo ancora, dopo, felici di quell’incontro mentre con passo leggero, abbracciati per sentirci vicini, più che per vincere il freddo, ci dirigevamo verso i nostri destini.

Costantino Meucci

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