venerdì , gennaio 17 2020
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Per le strade delle bancarelle

Per le strade delle bancarelle - Racconto di Carmine Tedeschi

Per le strade delle bancarelle

Francesco era un cavaliere d’antan. Non smetteva mai di omaggiare la sua amata. A mezzogiorno, quando Valentina poggiava i piatti sul tavolo, lui accennava un sorriso e protendeva il collo, fino a sfiorare labbra femminili che nemmeno un rossetto fiammante sarebbe riuscito a rinverdire. <<Buon appetito, serpentella>>, augurava, dopo averle dato un bacio. <<Anche a te, gallinaccio>>, rispondeva lei. I due, poi, all’unisono, facevano il segno della croce, allungavano la mano sinistra sul canale del telecomando che dava sul Comunicato[1] e affondavano le posate.

Un venerdì di maggio, Valentina aveva preparato un risotto. Lo assaggiarono. Non era venuto bene, il parmigiano divenne mastice alla seconda forchettata. Francesco non se ne dolse più di tanto. Guardò la sua bella. <<Ti sei fatta proprio vecchia, serpentella mia>>, le disse. E sorrise. Valentina fece per offendersi. Non ebbe tempo. Un bacio sancì la pace e saziò gli animi. Una mela spense il languorino.

Dopo il caffè, Valentina iniziò a rassettare. Lui, invece, si sedette sul divano, di fronte al televisore, rimasto acceso dopo la fine del notiziario. C’era la tappa di montagna del Giro d’Italia. Non la poteva perdere. Il sonno dell’età, qual disdetta, prevalse agevolmente sugli scatti dei girini. Prima dell’erta decisiva, Francesco già sibilava dalle narici e aggrottava il naso. La moglie se ne accorse. Spense il televisore. Poi, quando ebbe finito il lavoro, conquistò l’unico angoletto di sofà rimasto libero. Voleva schiacciare un pisolino abbracciata al gallinaccio. Non le dava fastidio il russare di lui: accettava il piccolo difetto di un uomo che, come una bottiglia di buon cognac, più invecchiava, più diventava adorabile.

Valentina, tuttavia, non riuscì a prendere sonno. Al di là della finestra, c’era trambusto. Genti schiamazzavano, un’orchestrina di fisarmoniche accennava una mazurka, vecchi articolati trasportavano sul portapacchi dei teli avvolti in una specie di sudario coi lacci. Nonostante le sue gambe varicose soffrissero notevolmente il primo caldo dell’estate, ritenne opportuno andare a curiosare. Non da sola. Con voce roca che terminò con un falsetto stridulo, appellò l’amato. Francesco spalancò gli occhi, nominò un Santo a fantasia del lettore e si guardò intorno. Lo schermo della TV era buio. <<Chi ha spento il Giro?>>, domandò, furibondo. <<Il Diavolo>>, rispose la serpentella e impartì l’ordine di vestirsi. Lui, per tutta risposta, scosse la testa, sospirò, lasciò cadere la mano destra lungo il bordo del divano. E spirò. Inutilmente. Il tacco della scarpa della moglie, che batteva sul pavimento, era il pungolo che sviliva la sua sciatteria. Fu costretto a tirarsi a lucido.

I piccioncini uscirono in strada. Si diressero verso il centro di Venanzio, città nella quale si erano trasferiti a vivere dopo il matrimonio. A causa dell’artrosi, che impediva a Francesco di tenere sempre gli arti a penzoloni, camminavano alternando il tenersi per mano al sottobraccio. A intervalli regolari, si guardavano negli occhi e si regalavano un sorriso compiaciuto e complice. Se fossero stati soli, si sarebbero chiamati ancora “serpentella” e “gallinaccio”, nomignoli scelti dopo il terzo bacio di un’unione che, quel giorno, si sublimava nel prepotente raggio di sole che si irradiava tra le loro braccia congiunte, sin quasi a farle scomparire, e che sembrava voler disegnare un amore che si riempiva della presenza quotidiana, ma che non avrebbe avuto bisogno di tangibilità, di immanenza, della vicinanza dei corpi, per essere appellato come il più intenso, duraturo e infinito che potesse sognarsi. Bastava vederli, per capire l’armonia che c’era tra i due. Erano complementari anche negli abiti. Lei indossava un berretto rosso da marinaretto, una veste nera, i gioielli della migliore bigiotteria che possedeva, grandi occhiali con lenti rosa, una tracolla blu; lui portava una visiera gialla, una giacca antracite, una camicia a quadroni verdi e rossi, sulla quale cadeva una custodia di cuoio, che conteneva occhiali a tre atmosfere. Spiccavano, gli innamorati di sempre, in un pullulare di infradito e canottiere, in un trionfo di ascelle rampicanti e pantaloni alla zuava, di tipici esemplari di “homo paesano” in trasferta, che indossano il vestito della domenica già al venerdì e l’innocenza sulle gote loro non è di arancia, ma di vino rosso, mentre le donne a supporto sono dipinte di terre fiorentine e compresse in corpetti abili a riscuotere successo tra i masnadieri abituati a trascorrere notti tra amori di contrabbando, catrame, giochi d’osteria, aspre misture.

<<Che tempi, sacrebleu!>> parevano dirsi Valentina e Francesco ogni volta che si ammiravano in quella babele di civiltà ambulanti, tra tendoni che proponevano qualsiasi genere di chincaglierie e autoarticolati su cui si adagiavano grandi bracieri, dalle cui viscere lo scirocco spandeva odore di carne e di fritto. Era un aroma così intenso che, ai cani, faceva passare la voglia di croccantini, mentre, agli umani, risvegliava il desiderio di colesterolo.

Le papille gustative di Francesco scalpitavano principalmente per una pietanza: il “musso di maiale”. Era costituita di frattaglie di vitello ma, chissà perché, veniva appellata alla guisa del suino. La vendita avveniva su un camioncino che, al posto del vano bagagli, aveva un blocco di compensato e degli uncini che inforcavano tocchi di carne da tagliuzzare a dadini e seppellire sotto un copriletto di sale e limone. A gestire lo smercio, uomini vestiti con improbabili camicioni bianchi, addobbati con baffoni da circensi dei tempi antichi e che brandivano lunghi e affilati coltelli, al posto di imponenti fruste, per ammansire un’orda inconsueta. Non mancavano mai alle feste patronali, anzi erano coreografia necessaria di ogni carrozzone pagano che accompagnava le religiose celebrazioni di quello spicchio d’Italia che si apriva sulla valle del fiume Olotrone.  La festa di San Nicandro, Patrono di Venanzio, era una delle più frequentate dell’intera provincia di Isafro. La moltitudine di bancarelle presenti stordiva le donne. E, per la legge del contrappasso, ogni uomo, di ogni età, ne era vittima. I fanciulli avrebbero voluto far comunella coi coetanei, ma non potevano lasciare la mano sinistra materna, mentre la destra tastava un set di pentole; gli adolescenti alle prime cotte si offrivano come assistenti agli acquisti dell’amichetta per la quale il cor palpitava ma, alla terza collana e al secondo orecchino, accusavano un  problema di disidratazione e si facevano curare da una flebo di cervogia; gli scapoloni alla ricerca dell’anima gemella capivano di non aver ancora terminato il tempo loro primo nel momento in cui si imbattevano in coetanei, con la fede al dito, interessati a vani porta calzini e macchine di precisione per tagliare gli ananassi; le mogli al giogo delle borse contraffatte piantavano inconsapevolmente il seme del divorzio nell’animo del quarantenne al primo matrimonio; i vecchietti che avevano superato la crisi del quarantacinquesimo anno si riducevano a umili servitori della lor Signora.

Solo San Francesco non si lamentava mai. Che essere speciale! Addirittura, in quell’afoso giorno, segnalò all’amata la presenza del battitore di stoviglie, proveniente dalle Puglie. Si trattava di un profilo ogni anno più asciutto e con le ossa delle braccia più pronunciate. In testa teneva scolpito un ciuffo di capelli grigiastri, ravvivato usando il detersivo per stoviglie come brillantina. Con gli utensili, era un mago e un illusionista: sapeva far atterrare, tra le sue mani, un set di piatti lanciato in aria; inoltre, a stormi di donne, riusciva a far credere che stessero presenziando a un’asta di Soteby’s, o partecipando a un incontro di boxe, per la conquista, a colpi di rilanci folli, di un trofeo composto da dodici piatti con invisibili graffi, sei tazzine con allegati quattro cucchiaini, due portaspezie con fantasie zodiacali, altri oggetti di dubbia utilità.

Valentina, con un’offerta di dodici euro, assestò un micidiale uppercut alle sfidanti e si aggiudicò un set di sei tazzine per il tè di pregiata porcellana di Bari vecchia. <<Dodicimila, e uno, e due, e tre. Aggiudicato alla Signora. E CI dò anche un portastuzzicadenti daiiii>>, fu il dispositivo della sentenza. Francesco venne condannato al trasporto delle merci e alla loro sistemazione nella credenza, che già traboccava di rilanci positivi del passato. Le buste erano pesanti come macigni, per le sue braccia sofferenti. Avanzò così istanza di sosta dopo pochi passi. Valentina si oppose. <<Ti sei fatto proprio vecchio, gallinaccio>>, osservò e sogghignò, soddisfatta per aver replicato alla stoccata post prandiale.

La pausa fu concessa solo davanti alla più pregiata bancarella della bigiotteria. Suo Ras era un Etiope. Alto come un Watusso, aveva spalle larghe come un tronco di ciliegio, capelli lunghi e tesi come una liana. Su di lui aleggiava un alone di mistero e leggenda. Si diceva che gestisse un negozio sulla costa, ma nessuno lo aveva mai visitato. La sua età era ignota e indefinibile, ma antiche memorie testimoniavano la sua presenza già ai San Nicandro della Belle Époque; c’era addirittura chi sosteneva di averlo visto deporre fiori sulla tomba del Menelik, di cui era stato fiero scudiero a Dogali. Sulle sue capacità amatorie, fantasticavano tante pulzelle: la famiglia al seguito, infatti, ogni anno, riusciva ad allargarsi di almeno sette unità. Infine, era dotato di una memoria fuori dal comune. Ricordava la storia di ogni cliente. <<Io avere solo ventidue figli quando comprasti il primo bracciale>>, <<Tu venire a fare spesa da me quando ancora portavo le tuniche corte>>, soleva dire. Inverosimilmente, riusciva a essere credibile, forse per la sua stazza imperiale, forse per la sua bellezza esotica, forse, semplicemente, perché sfruttava i fasci di luce della bigiotteria riflessa al sole, che accecavano sia le signore dal portafoglio stabile, sia le giovani alla ricerca dell’affare.

Anche Valentina cadde nella rete del Diavolo tentatore. Provò monili a iosa, si consultò con un’amica di sempre lì conosciuta, chiese consigli all’amato. Finse anche di struggersi per una collana di topazio troppo costosa rispetto al budget che aveva stanziato ma, alla fine, il gallinaccio pagò, in cambio di un bacio.

Valentina ordinò la ritirata mentre la sera incombeva su Venanzio. Uscita finalmente dalla spirale della confusione, ebbe un lieve mancamento. La tensione dell’asta l’aveva sfiancata. Francesco, invece, aveva solo smarrito l’eleganza. La camicia stava fuori dai pantaloni, le maniche della giacca si appendevano sulle spalle. Non gli fu possibile, comunque, darsi una sistemata. Se avesse interrotto il cammino, non sarebbe riuscito a sollevare nuovamente le buste. Né poté concedersi una vaschetta dell’amato musso. Valentina pose il veto. Quella pietanza era invisa alle donne, vuoi per il look da serial killer del rivenditore, vuoi per la percentuale di grasso che sopravanzava quella della carne, vuoi perché era tradizione mangiarla con le mani. Qual orrore!  Savia fu la scelta del Gallinaccio di ripiegare sulla pizza. Trovò il pieno consenso di lei: due tranci e una birra erano gli unici peccati di gola che la coppietta si concedeva. Francesco ben gradì di donare l’ennesimo cotillon: avrebbe riempito finalmente lo stomaco, dopo il riso alla colla del pranzo.

La sera dei piccioncini fu separata ma non distante. Valentina trascorse le ore a rimirare gli acquisti. Francesco provò a vedere la replica del Giro d’Italia. Purtroppo, alle ore ventidue, la testa prese a pesargli. Era ora di andare a letto. Si diresse allora verso il balcone, lasciato aperto a spifferare frescura. Approfittò per dare un’occhiata al mondo che stava fuori. Gli ultimi scampoli di festa echeggiavano alla fine della strada; una coppietta si stava baciando alla penombra di un lampione e ignorava che la luce dell’amore si sarebbe spenta, se lei avesse chiesto di fare un giro tra le bancarelle; un vagabondo trascinava un letto di cartone e un cane emaciato lo seguiva, in quella notte in cui la luna illuminava un frutteto di stelle. <<Domani ci sarà il sole>>, pensò Francesco. E sospirò. Lampi di gioventù gli balenarono in mente, frammenti spensierati di vita nel minuscolo borgo di collina in cui aveva conosciuto la sua bella e nel quale aveva vissuto i primi anni d’amore. Più nitidi, invece, erano i ricordi dei tempi in cui, appena pensionato, all’alba, si destava, preparava il caffè per due, si vestiva e si spostava, con la sempiterna Renault 4 rossa, fino a quel pezzetto di terra che curava amorevolmente.

Delle abitudini di quando ancora era aitante, Francesco manteneva solo la colazione. La serviva alle ore otto. Poi, si infilava nuovamente nel letto, a parlare con Valentina. Da ormai cinquant’anni si scambiavano continuamente verbo i due. E avevano sempre qualcosa da dirsi, qualcosa di cui ridere, lui con un sorriso a dieci denti, lei con la dentiera sul comò. Per loro, il sole era nuovo ogni giorno ed era un nuovo giorno in cui vivere del piacere delle piccole cose, di un altro caffè, di un cornetto al cioccolato, della chitarra con cui Francesco accompagnava una stonata Love me Tender[2], di un pranzo che, a volte, usciva pure gustoso, di un sonnellino davanti alla tv accesa a trasmettere la tappa decisiva del Giro d’Italia.

I girini correvano anche di sabato. Francesco li inseguiva col suo russare. Valentina non riusciva a dormire. Era inquieta. La chiacchierata con la vicina l’aveva scossa: le aveva rivelato, in assoluto segreto, che una bancarella offriva, in offerta speciale, dieci coltelli da cucina. Si era fatta sfuggire l’occasione. Decise allora che dovevano essere suoi e, magari, ne avrebbe approfittato per un’altra asta e un nuovo tour della bigiotteria. Ragion per cui chiamò l’amato e lo invitò a vestirsi. In fretta. Francesco si alzò. Ancora accigliato dal sonno, guardò Valentina negli occhi. Ebbe un sussulto. Rivide, tra le palpebre corrugate di lei, quello sguardo che l’aveva lasciato balbettante d’emozione tanti decenni prima. Un attimo dopo, sollevò la mano destra, fattasi via via più debole con l’incedere inesorabile degli anni e ancora indolenzita dalle mansioni di facchino del giorno precedente. Si sforzò talmente tanto per congiungerla al volto rugoso dell’amica di una vita che la carezza fu più intensa, appassionata, drammatica di quella che aveva donato la prima volta in cui i due corpi si erano uniti, nel fulgore della gioventù, certi che ogni giorno futuro sarebbe stato ancor più bello di quello appena vissuto, se lo avessero vissuto insieme. Quindi, si piegò a fatica sulla schiena e sulle gambe. Provò a dare un bacio su labbra rinsecchite e tremolanti. I suoi occhi si gonfiarono. Altro non volevano che grondar lacrime. Per il pudore, li abbassò un attimo. Poi, li rialzò. Incontrò nuovamente le pupille della sua bella. Le fissò. Rivide la sua vita con lei, il giorno di settembre in cui si erano giurati eterno amore, le passeggiate per le montagne che circondavano Monterotae, le scampagnate sul fiume Olotrone, le serate scanzonate nei bar di periferia, i primi vagiti dei figli, le lacrime del nipote che si mischiavano con quelle dei nonni, gli abbracci della notte, il buongiorno dell’alba che filtrava tra le tapparelle, i sonnellini del primo pomeriggio col televisore acceso, i litigi che finivano davanti a una rosa che chiedeva: <<Perdono>>, i giorni, gli anni, più di cinquanta, che chissà come sarebbero stati monotoni senza quel fuscello fastidioso e chiacchierone, conquistato ogni giorno, per metà secolo, e saziato di premure anche quando i fornelli partorivano mostri a tre spezie.

Un po’ rise, un po’ pianse, il gallinaccio, al ricordo della sua vita di coppia. Erano sorrisi e lacrime di gioia, di serenità di un uomo che sapeva di aver amato ed essere stato amato incondizionatamente. Nel turbine delle emozioni, dalla sua bocca fiorirono parole balbettanti, che profumavano di una romantica poesia che chissà dove e quando aveva letto:

<<La più bella delle collane

è quella che non acquistammo.

La più bella delle tovaglie

non è ancora stata venduta.

I più bei piatti

non sono ancora battuti.

E quello

che vorrei dirti di più bello

non te l’ho ancora detto.>>

Te lo dico adesso: vestiti dei tuoi abiti migliori, Tender, prendi la borsa e vai, vai, vai, la porta è lì. Vai, vai ove osano le bancarelle, vai ove i piatti volano nell’aere, vai e fai un tuffo dove il topazio è più blu. Vai. E stai, stai finché non sarà finita la tappa Giro d’Italia, finché la luna non sarà pallida nel ciel sidereo, finché il sole non imbiondirà un nuovo giorno, finché il caffè non sarà bollito, finché i portapacchi delle autovetture non avranno più teli né sudari, finché i cani non torneranno a disiar crocchette…vai vai…E torna accompagnata da una vaschetta di musso, amor…vai…vai>>.

Lei tacque. Lui la baciò. E spirò.

Note:
[1] Così chiamavano i vecchi del borgo il telegiornale.
[2] Romantica ballata di Elvis Presley.

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