mercoledì , aprile 1 2020
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A cosa somiglia quella nuvola?

Il giorno in cui sono nata mio padre ha compiuto due azioni per celebrare la gioia della paternità, ha piantato un abete nel giardino della sua casa, ha scritto una poesia, ha voluto dare un anelito di eternità ad un evento che rende per sua natura immortale l’essere umano: la procreazione, il solo modo consentito all’ uomo per proiettarsi nel futuro, tramite figli, nipoti e tutti quelli che vengono dopo.

Non rimane più traccia dell’albero, è stato abbattuto molti anni fa, rimane quello che ha piantato per il mio primo Natale, pare fosse malato, il suo posto è ora occupato da piante ornamentali, invece le parole in rima fanno ancora bella mostra di sè, scritte in una raccolta di poesie edita pochi mesi dopo la dipartita da questa terra del suo autore.

Mio padre era un uomo di penna, un simpatico libero pensatore, insegnante colto ma sprovvisto di qualsiasi senso pratico, quando il mio ricordo lo insegue, lo vedo sempre chino sui libri, intento a leggere e a studiare, non ho ricordi legati a lui che lo ritraggono impegnato in azioni manuali, tuttavia mi ha insegnato a pensare e sognare, a volte mi è sembrato distante, in realtà era assorto nell’elaborazione delle sue poesie, nel personale modo di esprimersi di un uomo riservato.

Facile che quando ero piccola mi chiedesse:”A cosa somiglia quella nuvola?”, più difficile si ricordasse di abbottonarmi la giacca.

Non è facile elaborare il pensiero della morte, farlo in relazione ad una persona che ci ha donato la vita e accompagnato nell’arco dell’intera esistenza, penso sia al di sopra delle umane possibilità.

Mio padre è morto a seguito di una lunga malattia, certamente quando si accingeva a scrivere la poesia in occasione della mia nascita e si preparava a tutte quelle dolci incombenze che accompagnano la crescita di un figlio piccolo, non poteva immaginare che si preparava a guidare nei primi passi la persona che l’avrebbe sostenuto ed accudito nel crepuscolo della sua vita, in quell’arco che separa l’esistenza dall’ignoto del tempo successivo.

Se interrogata sul tema, ho sempre sostenuto che la scomparsa improvvisa di una persona cara, lascia sconvolti ed impreparati, mi cullavo nell’illusione che la morte a seguito di un lungo e doloroso calvario desse invece modo di prepararsi, di elaborare, per usare un termine caro agli psicoterapeuti, gli odierni medici dell’animo, di dire, raccontare, senza lasciare alcuno spazio per il rimpianto.

Ho capito a mie spese che non è così, trascorsi i giorni immediatamente successivi al lutto, a quel primo sollievo per la cessazione della sofferenza fisica di una persona amata, mi sono ritrovata faccia a faccia con il peso dell’assenza, fisica e palpabile, delle piccole e grandi cose che compongono un rapporto filiale.

Sono credente, dovrei trovare grande consolazione nella fede, nella promessa di un’aldilà, ma io non riesco a figurarmi mio padre, così inquieto, in altro posto al di fuori che dietro alla sua scrivania, con i suoi libri, la sigaretta accesa, la musica in sottofondo ad accarezzare i suoi pensieri, mi è difficile immaginarlo “tra angeli, arcangeli, troni e dominazioni:a scuotere turiboli, a intonare canti, a svolazzare nel cielo come rondine impazzita”, per usare le parole di una sua lirica.

Ancora oggi, a distanza di mesi, quando qualche conoscente, spesso con toni di circostanza e aria compunta, fa riferimento “al lutto che mi ha colpita”, resto un pò attonita, non riesco a realizzare ciò che è accaduto, non ero preparata come pensavo, mi capita di cercare la sua auto parcheggiata nel bar che era solito frequentare, di restare stupita di non vederla.

I miei figli camminano dietro a me, guido i loro passi, indico loro la strada, davanti non ho più nessuno, ho perso una persona che mi ha voluto così bene da mettere su un foglio di carta parole per me, che leggerà anche chi verrà dopo, temo che non ci sarà altro uomo che mi amerà così tanto.

Chiara Macina

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