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Chiara Villani Mularoni, una donna a cavallo tra ottocento e novecento

Il babbo Filippo, con mano ferma, schioccava a ritmi regolari la frusta della quadriga. Sotto le ruote del calesse in legno di ciliegio, trascinato da quattro cavalli arabi, i ciottoli della strada sembravano frantumarsi. La quadriga di famiglia procedeva a velocità moderata lungo la strada che conduceva a Faetano, il piccolo castello a sud di San Marino, dove il territorio dell’antica Repubblica confinava con quello riminese. Il cielo azzurro definiva, come lo sfondo di un quadro, i contorni dai toni grigi della sagoma del Monte.

Chiara era seduta a fianco del padre; il corpo esile e minuto della giovane contrastava con le lunghe gambe e le spalle possenti del capofamiglia. Osservava silenziosa i luoghi, ogni singolo albero, le cellette votive dedicate alla madonna, quasi volesse imprimerle nella mente. Superato il Borgo Mercatale i gruppi di case erano divenuti sporadici, i campi, le aree boschive le erano apparse distese infinite; un senso di angoscia l’aveva pervasa. Abituata fin dalla tenera età alle distese di vigne e di ulivi della sua Longiano, ai campi curati e ordinati delle terre di romagna, scanditi dall’alternanza delle colture a seminativi e ad alberi da frutto, cercava, senza successo, di legarsi emotivamente ad ogni immagine che le potesse apparire familiare. Richiamava alla memoria le ville padronali della sua famiglia, la famiglia Turchi, l’antico frantoio costruito nella metà del cinquecento dal mercante turco Amin Saud il capostipite, i profumi agro-dolciastri che le piccole olive sprigionavano durante la frantumazione o la pressatura. La mente ritornava ai ricordi di bambina, quando correva a nascondersi tra i filari di cachi e di fichi, lungo le vie di accesso alle tenute della famiglia.

I pensieri di Chiara erano stati bruscamente interrotti dalle parole decise e scandite del padre: “Chiara, siamo quasi arrivati, guarda laggiù in lontananza…quella collinetta di gessite, sì, proprio là, dove scorgi il piccolo gruppo di case grigie….quello è Faetano. Là inizierai la tua opera di educatrice. Lo zio Pietro mi ha detto che ti affideranno una ventina di bambini, tra i sei e nove anni di età. Per il momento come aula avrai una stanza nel Casone del Comune.”

Chiara si era stretta nel suo paltò di lana blu che metteva in risalto i piccoli e vivaci occhi chiari e aveva richiamato alla mente gli insegnamenti di Suor Maria, la Madre Badessa del convento di Sogliano sul Rubicone, dove aveva frequentato le scuole medie inferiori e le magistrali fino a qualche anno prima. Si era ricordata di come Marilù Pascoli, la sua migliore amica di scuola, imitava Suor Maria quando riprendeva le giovani alunne che a volte si presentavano in classe con i capelli in disordine o sporchi: “L’igiene e la pulizia ragazze è la prima regola da seguire!”, diceva. Anche Chiara avrebbe per tutta la sua vita applicato questo principio, sia con i dieci figli che con i tanti alunni, durante i quaranta lunghissimi anni di insegnamento a Faetano.

Non c’era più tempo per ritornare sulla decisione presa, forse aveva agito in modo avventato accettando la proposta che il Governo di San Marino aveva formalizzato il mese prima allo zio, il Senatore Pietro Turchi, in passato governatore di Cesena.

Avevano impiegato tutta la mattina per raggiungere Faetano dal paese di Longiano; erano partiti all’alba, il sole doveva ancora far capolino, la mamma Isabella le aveva fatto trovare, nello spazioso tinello della grande villa, il tavolo apparecchiato con i dolci preferiti le “cantarelle” e una profumatissima tazza di caffè. Il gusto e l’aroma erano inconfondibili, una miscela arabica secondo la tradizione della famiglia, tramandata nei secoli, fin dai tempi del capostipite, Amin Saud, il leggendario mercante ottomano che era sbarcato sulle coste romagnole a metà del ‘500 con le sue ricche mercanzie (sete, spezie, caffè, erbe officinali).  In cambio della sua flotta mercantile Papa Giulio III gli aveva concesso le terre più fertili dei legati di romagna, affacciate sulla costa dell’adriatico, da Cesena a Cattolica.

A circa 300 metri dal paese, seduti sul bordo di due pozzi d’acqua, una decina di bambini aspettava impaziente l’arrivo della maestra, era il 10 settembre del 1884. Fin dal 1882 il Capitano di Castello Avv. Antonio Bonelli e i Consiglieri di Faetano avevano richiesto l’intervento del Consiglio Principe affinché fosse istituita nel paese, come gia presente a Serravalle, Borgo e Città, una pubblica scuola elementare inferiore. Il 18 febbraio 1884 erano state avviate le lezioni e l’incarico di insegnante era stato affidato a Secondo Mularoni, dietro un modesto compenso annuo, in parte corrisposto volontariamente dagli abitanti, interessati alla frequenza dei figli. La meraviglia si leggeva sui volti dei piccoli, nessuno aveva mai assistito al passaggio di una quadriga in paese, si mormorava che la maestra venisse da lontano e che appartenesse ad una aristocratica famiglia cesenate, imparentata addirittura con i Savoia. Agli zii Antonio e Francesco Turchi il 14 marzo 1878 il Congresso di Stato aveva conferito le onoreficienze di Patrizi Sammarinesi. Al sopraggiungere della carrozza, festanti tra grida e applausi, i bambini si erano riversati al centro della strada costringendo Filippo Villani a rallentare vistosamente. Chiara con gesti istintivi, quasi materni, accarezzava le piccole teste, le sembrava di provare gia affetto per quelle creature così innocenti che le si rivolgevano con “….ben arvéda signorina maestra….”. Che piacevole sorpresa l’accoglienza dei piccoli scolari, in quel momento aveva provato familiarità per quel paese, isolato dal mondo. Erano ormai giunti con la quadriga e il piccolo corteo schiamazzante in piazza del Massaro, sulla sinistra una piccola e mal ridotta chiesetta, sulla destra un immobile con annesso mulino e frantoio, di fronte a loro una grande casa in mattoncini, dalle finestre facevano capolino tre suore dell’ordine delle maestre pie. Si stavano avvicinando, con passo deciso e spedito tre uomini, il primo indossava una tunica scura, molto probabilmente il parroco Don Eugenio Fabbri pensò Chiara, a fianco un signore distinto con gli occhiali che il padre chiamò avvocato Bonelli e in disparte, leggermente defilato rispetto ai primi due, un giovane, non tanto alto ma di bella presenza con baffetti arricciati, in abito e cappello chiari….”affascinante” mormorò tra se Chiara….”chi mai sarà costui?”.

Alessandra Mularoni

(racconto breve tratto dal libro “Chiara Villani Mularoni e la Comunità di Faetano fra Ottocento e Novecento”)

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