domenica , luglio 12 2020
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“Bosnia” Paolo Galli

Bosnia

Racconto di Paolo Galli

 

Camminava su alti tacchi, ondeggiando lievemente. I capelli lunghi e neri, scendevano soffici sulle spalle, che il leggero vestito estivo lasciava scoperte. Figura perfetta. Non un dettaglio mostrava la minima stonatura. Sul volto un sorriso sereno e i seni rotondi oscillavano dolcemente non sostenuti, ma solo velati dal leggero tessuto, che dalla vita, risaliva ad avvolgerli, per chiudersi sul collo.

La sua mano sinistra stringeva quella di lui, un giovane alto, poco più che un ragazzo, con i capelli curati, la camicia fuori dai pantaloni come si usava. Avanzava orgoglioso di avere al fianco una compagna così bella. I due si voltarono indietro sorridenti a salutare. Dal balcone del primo piano di un edificio decoroso, i genitori di lei li accompagnavano con sguardo premuroso, quasi commosso. Nell’animo di queste quattro persone c’era il desiderio di godere finalmente di questo scampolo di felicità, che la precaria pace, faticosamente raggiunta, stava offrendo. Quei vicoli che i due giovani percorrevano felici erano stati teatro di episodi drammatici. Quel  lastricato fu bagnato dal sangue di numerosi cadaveri, vittime dell’odio reciproco. Tutto questo appariva come un incomprensibile accaduto osservando la giovane coppia e il suo incedere verso il futuro.

Ero appena giunto a Tuzla e questa era una delle prime immagini che mi accoglievano.

Quelle strade sembravano aver cancellato ogni segno della guerra passata, mentre il sole tramontava dietro un brutto edificio in cemento, progettato da qualche architetto privo di fantasia per una banca locale. Forse l’intento era quello di incutere rispetto e severità ma quella costruzione si rivelava alquanto deprimente.

Non sapevo bene cosa aspettarmi. Avevo aderito a quell’iniziativa non tanto spinto dal desiderio di celebrare quella pace faticosamente raggiunta, ma, se devo essere sincero, più guidato dall’entusiasmo di fare un bel volo. Questo rappresentava per me il Raid dell’Amicizia. Un bel volo e niente più. Mi ero associato agli altri numerosi piccoli aerei, col mio biposto. Sapevo che i politici avrebbero sbandierato quell’escursione per i loro fini: pace, bandiera, relazioni, gemellaggi ecc. ecc., ma non mi importava un bel nulla. Mi bastava volare e questa era fuori di dubbio una grande occasione. Da solo, cosa che avrei preferito, non avrei mai ottenuto i permessi di sorvolo e atterraggio e così vada per la pace senza se e senza ma, che in Bosnia suonava come il più stupido dei motti, di fronte ai sessantamila soldati della SFOR lì schierati, che non imbracciavano certamente mazzi di fiori. Il mondo è così pieno di promesse non mantenute, di violenza , corruzione, cinismo, che spesso subisci una sorta di vaccinazione per tenerti distaccato dagli accadimenti, come se fossero essi stessi solo finzione cinematografica. Siamo continuamente bersagliati da immagini drammatiche e forse per difesa tendiamo a catalogarle come fossero solo effetti speciali per stupire lo spettatore. Ma il mio scetticismo rimase presto contagiato da quella gente segnata da tanta passata sofferenza che lentamente andava ritrovando la giusta serenità. Quei volti ti impedivano ogni rimozione; portavano impresso in maniera indelebile cosa fosse stata la barbarie. Lo spuntare su quelle facce, così scavate dal dolore, del più timido dei sorrisi ti faceva capire l’ingiustizia di quanto era accaduto;  toccavi con mano dove potesse giungere l’umana stupidità.

Il capitano Brown, comandante la base di Tuzla, aveva lo sguardo fermo e una bella espressione sorridente. La sua tuta mimetica impeccabile, finiva con due stivali perfettamente lucidi. I capelli biondi erano ondulati e un po’ lunghi sul collo, cosa inusuale se non fosse stata una donna.

Quella signora ti comunicava sicurezza e giustizia.  Mi veniva da sorridere pensando che la più grande base dei Balcani, in un paese a prevalenza musulmana, fosse affidata a lei, la signora Brown. Osservandola ti faceva capire di essere il migliore degli ufficiali, perché sapeva unire al comando la sensibilità femminile.

Questa fu la prima sorpresa, ma non certamente l’ultima.

Tito era riuscito con grande abilità, gli va riconosciuto, a far convivere le numerose istanze nazionaliste placando antichi odi territoriali, etnici e religiosi in un equilibrio che per molti anni risultò stabile, aiutato forse anche da una visione socialista, che però aveva preso la distanza dallo stalinismo. La Jugoslavia fu infatti tra i fondatori del movimento dei paesi non allineati distaccandosi sia dal blocco occidentale che da quello orientale. Uno stato socialista e federale che cercava di garantire alle varie etnie e alle minoranze dignità e rappresentatività. Il regime tuttavia non aveva certamente mancato di spregiudicatezza nell’esercitare la forza contro quei movimenti, quali la Primavera Croata, che erano tangibili segnali di rinascita del nazionalismo etnico. Così quella che appariva come una comunità in pacifica convivenza in realtà aveva nascoste nel profondo ceneri mai spente. La presenza di diverse etnie costrette a convivere una accanto all’altra non era certo la migliore delle soluzioni, ma fu dovuta alla ripartizione di quel territorio che non tenne in alcun conto della presenza di popoli così diversi. Dopo la caduta del muro di Berlino e con esso la fine dell’impero sovietico, con la contemporanea crisi economica jugoslava e lo scioglimento della Lega dei Comunisti si andò a elezioni che ebbero il risultato opposto al fine sperato, accentuando le divisioni. La Bosnia poi era come un vaso di coccio in mezzo a quelli di ferro e sia Serbia che Croazia ne rivendicavano ampie parti. I Croati cattolici, i Serbi Ortodossi e i Bosniaci musulmani fecero di nuovo emergere contrapposizioni a lungo sopite e Slobodan Milosevic e il progetto della Grande Serbia conclusero il resto. Solo fratellanza e tolleranza assimilate lentamente in ognuno potrà portare nel mondo speranza e giustizia; cultura e conoscenza in corsa contro il tempo.

Tornando al Raid dell’Amicizia il mio sguardo curioso percorreva quel mondo con avidità.

Chi si sarebbe aspettato donne velate, o col capo coperto, sarebbe rimasto deluso poiché se ne incontravano meno che per le strade di Firenze.

I giovani erano tanti; maschi col piercing dai capelli corti brutalizzati da qualche  barbiere locale e colorati con improbabili sfumature; ragazze, alcune molto belle, vestite o svestite secondo la moda, con gonne cortissime, ombelichi al vento, piccoli tatuaggi.

Le pochissime col velo, se giovani e sposate, facevano in modo che le coprisse il meno possibile, sfiorandone solo i capelli. I vestiti attillati e lunghi, avevano spesso un corpetto trasparente e riuscivano a farti distogliere lo sguardo dalle nubili seminude, in quel gioco di seduzione che vede le donne maestre imbattibili.

Il giorno seguente tornammo all’aeroporto, perché si doveva sorvolare la città, mentre il Sindaco e le altre autorità avrebbero inaugurato la bella Piazza del Sale, dedicata alle antiche miniere di salgemma, con al centro la bella Fontana della Pace dai getti multicolori. Noi avremmo solcato il cielo a bassa quota in formazione, la qual cosa mi preoccupava non poco, in quanto non conoscevo le abitudini degli altri piloti e si sarebbe rischiato di inaugurare la grande Fontana con una montagna di rottami fumanti.

Le mie perplessità erano ben riposte, perché eccetto i leader dei vari gruppi che volavano in testa, gli altri piloti sembravano smaniosi nel tagliarsi la strada e nell’interpretare le regole in modo molto personale. Questo comportava improvvisi cambi di rotta, forti turbolenze di scia e gran lavoro sulla manetta.

Inaspettatamente tornammo tutti e quaranta alla base e questo fece pensare, a me quasi ateo, che la Divina Provvidenza aveva fatto un buon lavoro.

Al ritorno fummo festeggiati e la festa sulla piazza si concluse con fuochi d’artificio e balli. La nuova fontana, appena inaugurata, era illuminata da luci multicolori e l’effetto era gradevole. La gente si avvicinava per ammirarla. Le famiglie si tenevano per mano e molti immergevano le dita nell’acqua e se le passavano sulla fronte, provando refrigerio e tentando di lavare a quella fonte di speranza le sofferenze dei tempi recenti.

Spesso queste immagini mi tornano alla mente e non posso non rapportarmi al presente. Mi viene da pensare al Sovranismo e a vari movimenti che in qualche modo mi fanno temere il ritorno di politiche aggressive. La difficile convivenza tra stati crea inevitabili attriti e talvolta giuste rivendicazioni, ma l’affrontarle con piglio nazionalista può innescare reazioni che potrebbero diventare difficilmente controllabili.

La nostra Europa ha goduto di ben settantacinque anni di pace e per me padre e pure nonno questo fatto da solo vale più di ogni altro. Penso che potrebbe bastare l’amore verso un figlio o un nipotino a scongiurare ogni evento che potesse mettere a rischio la loro incolumità. Ma purtroppo la Storia ci insegna che così non è. Quindi fede nel cambiamento.

Stavo seduto a un tavolo da cui avevo una buona prospettiva. La birra gelata, offerta in quantità faceva un ottimo insieme con i raznici e finalmente mi sentivo a mio agio, in quanto la parte più difficile dell’escursione era fatta e all’indomani mattina si sarebbe tornati a casa.

– Se vuole altra birra vado a prenderla? – mi sussurrò all’orecchio una delle tre interpreti che ci seguivano ogni dove, con premura.

– No grazie. Piuttosto si sieda un po’. Ormai la festa è sul finire e può riposarsi.

– Grazie accetto volentieri, perché un po’ stanca lo sono davvero.

– Parla molto bene la mia lingua.

– Sono stata per un po’ in Italia, quindi… – rispose sorridendo. Era molto giovane. Il trucco un po’ esagerato, non ne imbruttiva però il volto.

– Senta, non ricordo il suo nome.

– Nadia.

– Un bel nome. Senta Nadia ci sono delle cose che non riesco a capire. Osservando dall’esterno questa gente appare felice e soprattutto sembra convivere con naturalezza.

– Lei si chiede come sia potuto succedere, vero?

La osservavo in silenzio, mentre si tormentava le mani giovani, forse oppressa da brutti ricordi. Proseguì:

– Le diversità ci sono sempre state, ma si superavano. C’era un buon equilibrio. Si celebravano matrimoni misti, fra le varie etnie e religioni e si apparteneva a un unico paese, fino a quando Milosevic ci mise del suo e cominciò a reclamare la supremazia serba, la Grande Serbia ecc. Il resto lo conosce.

Le sue dita sottili scorrevano lungo il bordo del bicchiere, mentre sul volto affiorava un sorriso malinconico.

– E lei che religione professa? – mi disse dopo una pausa riempita dal brusio della piazza. – Penso sia cattolico, come la maggioranza degli italiani.

– Non sono religioso – le risposi – o meglio, poiché non ce la faccio a essere ateo, mi contento di essere agnostico. Un mio vecchio amico mi diceva, che credeva in Dio, perché il non crederci era troppo faticoso. È vero. Si da per scontata l’esistenza di Dio, perché è consuetudine, le varie chiese ci pompano tanto sopra ed è curioso il fatto, che chi non crede, debba giustificare il suo pensiero, mentre sarebbe logico il contrario. Se l’uomo fosse immortale, quindi non terrorizzato da malattie e morte, Dio sarebbe l’ultimo dei pensieri. Ci creiamo la religione nella speranza di sopravvivere, vogliamo la vita eterna. Mi sta molto difficile comprendere come ci si possa uccidere in nome di credi diversi, in nome di costruzioni mentali inesistenti. Per quanto mi riguarda, aspetto. Se con la morte arriverà il buio, avrò avuto ragione, senza alcuna soddisfazione, altrimenti sono sempre pronto a ricredermi, ma certamente non sarò mai disposto a uccidere per far prevalere il mio pensiero. Quanto al cattolicesimo degli italiani è molto di facciata. Le chiese non vantano grande affluenza.

Nadia mi ascoltava attenta e un po’ sorpresa. La sua domanda sulla religione non pensava richiedesse una risposta così articolata. Il suo sguardo era incerto non sapendo se prendermi sul serio. Non avevo alcuna intenzione comunque di fare una dissertazione su credi diversi. Avendo colto questo suo imbarazzo continuai:

– Vedi, in me non ci sono sicurezze e non voglio certamente convincerti. Mi basta che tu accetti i miei dubbi. Non ti ho chiesto se sei religiosa, o se lo sei a che religione appartieni. Non ha alcuna importanza. – le dissi sorridendole – Mi incuriosisce di più il tuo accento bolognese.

– Sorbole! – disse, scoppiando in una risata.

Era tornata a suo agio ed era contenta perché non l’ avevo costretta in una futile discussione.

– Sono stata per molti mesi a Bologna; è una bella città ed e lì che ho imparato l’italiano. Poi mi sono trasferita a Torino e Roma.

– Ed in Italia che facevi? – non avevo finito la domanda, che già mi ero pentito di averla fatta.

Mi guardò con i suoi occhi grandi che si velarono di tristezza. Stava per dirmi qualcosa, ma i ricordi che andavano affollandosi nella sua mente lasciavano appena trasparire su quel volto giovane tutto lo sconforto del passato. Mi rivolse un sorriso mesto alzandosi dal tavolo. Dopo non la rividi più.

Il racconto è :

*Vincitore Premio Firenze per le culture di Pace 2019

*Premio Racconti Toscani 2019

Note biografiche sull’autore:

Paolo Galli è un medico e un viaggiatore. La sua professione gli ha fatto conoscere storie e leggende e le sue scorribande in ogni continente ne hanno fatto un testimone fedele nelle descrizioni dei luoghi dove ha ambientato i suoi racconti. Questa “Oscurità e speranza” breve racconto è l’ultimo suo lavoro che fa seguito a sei romanzi: “La donna francese” (2016), “Verso Mombasa” (2017), “La locanda di Monteloro” (2018) “Santiago cammino nella mente” (2019) e “La ragazza che danza” (2020). 

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